Lo United Nations Arms Trade Treaty è realtà

02/01/2015 di Andrea Viscardi

Il primo strumento vincolante che cerca di giungere a degli standard internazionali in materia di importazione ed esportazione di alcune tipologie di armi è entrato ufficialmente in vigore. Tra le sue previsioni, il divieto di export laddove le armi potrebbero essere utilizzate per genocidi, crimini contro l’umanità o crimini di guerra

ATT United Nations Arms Trade Treaty

Il 24 dicembre, nel silenzio generale italiano, è entrato in vigore lo United Nations Arms Trade Treaty, il primo strumento vincolante che cerca di giungere a degli standard internazionali in materia di importazione ed esportazione di alcune tipologie di armi, vietando agli stati, ad esempio, di esportare armi convenzionali in paesi laddove potrebbero essere utilizzate per genocidi, crimini contro l’umanità o crimini di guerra. Per Ban Ki-Moon: “La velocità con cui l’Arms Trade Treaty è entrato in vigore (Ndr. il voto dell’Assemblea risale al 2013) è testimonianza dell’impegno degli Stati, delle Organizzaizioni Internazionali e della società civile per fermare il trasferimento irresponsabile delle armi”

Sebbene sia un tassello importantissimo sulla strada intrapresa negli ultimi due decenni per il controllo sullo sviluppo e il commercio degli armamenti (vedi fig.1), il trattato porta con sè alcune questioni. Non va, infatti, considerato come la soluzione definitiva al problema del commercio delle armi convenzionali. Come la storia ci ha insegnato, gli strumenti multilaterali, nella maggioranza dei casi, servono da contenitore di un sistema che necessita, per essere veramente efficace, di tutta una serie di implementazioni, strumenti e controlli, a livello nazionale e regionale. Nè si può negare che, in materia di trasparenza o della tipologia delle armi verso cui si indirizza, si sarebbe potuto forse fare di più. Ma il testo, come sottolineato da più parti, è un cambiamento epocale perchè afferma a livello globale, ed in modo chiaro, la dimensione dei diritti umani e della sicurezza delle popolazioni come una variabile imprescindibile all’interno delle dinamiche di commercio degli armamenti, indicando chiaramente la via da seguire per il futuro.

In alcuni stati, a dire il vero, si nota una certa reticenza nella ratifica del trattato. Ad oggi conseguita solamente in 61 paesi contro i 130 firmatari. E proprio per questo, negli scorsi giorni, diversi sono stati gli esperti di diritti umani, dediti alla lotta al traffico di armi, a chiedere a gran voce che i Governi mondiali accellerino nel loro impegno. L’Italia ha ratificato il testo ancora ad aprile, ma Paesi come Stati Uniti, Turchia, Israele, Brasile non sono ancora giunti a tale step, pur risultando tra gli stati firmatari. La Cina e la Russia, invece, non hanno neanche firmato il testo, pur avendo preso parte alle negoziazioni. Ma al momento dell’approvazione da parte delle Nazioni Unite, nel 2013, solamente Iran, Nord Corea e Siria si sono opposte.

Timeline
Fig.1 – Timeline dell’impegno multilaterale per il controllo sullo sviluppo e il commercio di armi  – How Joining the Arms Trade
Treaty Can Help Advance
Development Goals. Elli Kytömäki, Chatham House

In realtà, per alcuni di questi paesi, si tratta solo di ritardi di stampo politico o procedurale. Gli Stati Uniti, per quanto il Senato risulti ancora diviso, hanno già compiuto diversi passi per l’implementazione interna di alcune previsioni, e l’International Traffic in Arms Regulations americano riporta alcuni passaggi addirittura più restrittivi rispetto al testo del trattato. Una direttiva del Presidente Obama è intervenuta, poi, sulla politica di esportazione delle armi, rafforzando, ad esempio, la lotta alla criminalità organizzata transnazionale e prevedendo il principio che il trasferimento di armi non debba contribuire alla violazione dei diritti umani o a violazioni del diritto umanitario internazionale. L’urgenza di una ratifica americana, dunque, appare importante – più che da un punto di vista contenutistico – da un punto di vista simbolico. Proprio per questo, allora, diviene ancora più imprescindibile per una nazione che vorrebbe, nei prossimi decenni, mantenere la guida del sistema internazionale, e che deve gioco-forza porsi come paladina di un cambiamento che, Washington presente o meno, è già sulla strada del compimento.

Più delicata, ad esempio, la posizione dell’India che si era espressa chiaramente al momento del voto, astenendosi. Per il governo di Nuova Delhi, il problema non è affatto il principio stabilito dal testo, quanto la debolezza rispetto all’estensione delle misure ad attori non statali, come, ad esempio, i gruppi terroristici, che non trovano spazio nel corpo principale del trattato, oltre ad un bilanciamento non effettivo tra la situazione degli stati esportatori e quelli importatori – di cui l’India è uno dei massimi esponenti – che possono essere colpiti dalla decisione unilaterale di porre fine ai contratti.

A prescindere da un’adesione univoca, i benefici che il trattato potrà portare per fissare nuovi standard generali in materia appaiono evidenti, e tracciano la strada per un cambiamento globale. Il 2015 sarà fondamentale per costruire le linee guida verso cui indirizzare lo sguardo. È evidente, allora, che chi rimarrà escluso dal trattato vedrà i propri interessi scemare, potendo perpetuare eventuali violazioni solo con altre nazioni non aderenti al testo. Ma, soprattutto, se nell’arco dei prossimi anni si giungerà ad un numero di ratifiche vicina a quella degli stati firmatari, le nuove regole varranno per tre quarti degli stati mondiali, lasciando gli esclusi in una situazione politicamente ancora più svantaggiosa. Non solo da un punto di vista dell’immagine, ma anche e soprattutto, perchè rischieranno di essere estromessi dal ricoprire un ruolo di player attivo all’interno della creazione del nuovo assetto internazionale in materia.

Le conseguenze che questo può significare per stati come India, Cina e Russia sono allora evidenti. Certo è che, se continuassero a rimanere estranee all’ATT, la situazione ne risentirebbe. Basti considerare come, da sole, contino per oltre il 30% del mercato dell’export e per circa il 20% dell’import. La deterrenza ad insistere sulla strada della non adesione appare evidente e la strada più logica è quella che fa pensare, in futuro, ad una loro adesione. In caso contrario, l’ATT rimarrà comunque uno strumento innovativo – valido per una buona percentuale dello scenario globale – capace di segnare un primo e significativo passo verso una maggiore trasparenza e responsabilità nel commercio delle armi convenzionali e nel rispetto del diritto umanitario.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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