Lo strappo nella civilità di carta: Il cliente

16/01/2017 di Emanuele Bucci

Nel suo nuovo film, Il Cliente, il regista e sceneggiatore Asghar Farhadi non raggiunge gli apici di complessità e intensità del suo maggior successo, Una Separazione. Ma si riconferma, soprattutto nella seconda parte, grande drammaturgo della contraddittoria società iraniana.

Il Cliente

Come fa un uomo a trasformarsi in una bestia? Lo domandano i ragazzi di una scuola di Teheran, le voci e gli sguardi tra ironia e curiosità, di fronte a un bizzarro racconto fattogli leggere dal loro professore. Può accadere, nella realtà, che un uomo si trasformi in una bestia? E come? «Poco a poco», risponde l’insegnante. E in questo breve scambio è già racchiusa l’essenza de Il Cliente, film drammatico, ma sarebbe meglio dire dramma filmato, diretto da Asghar Farhadi, regista iraniano tra i più noti e acclamati all’estero. Non a caso, l’apertura all’esterno, all’altro, al nuovo, è il dato chiave, o la chimera, per molti dei protagonisti di Farhadi. Un’apertura segnata da arretramenti, contraddizioni, forse addirittura dalla propria stessa impossibilità: anche e soprattutto in quest’ultimo film. Perché Il Cliente è, per l’appunto, la storia di una discesa, di una metamorfosi progressiva (o, per meglio dire, regressiva) dalla civiltà all’animalità, dal tempo del dialogo al tempo dello scontro, dal moderno al primitivo.

Il protagonista, vittima e responsabile della discesa, è proprio quel professore, Emad (interpretato da Shahab Hosseini, premiato a Cannes 2016), uomo che quell’apertura umana e culturale sembra aver radicato indiscutibilmente dentro di sé. Progressista, fin troppo nel regime degli ayatollah: i libri che propone alla biblioteca della scuola vengono rifiutati perché «non adatti ai ragazzi»; con una compagnia di attori è impegnato a mettere in scena Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. La sua disponibilità a conoscere e a far conoscere sono il riflesso, la diramazione di una generale, positiva propensione allo scambio col prossimo, per comprenderlo, si direbbe, o per venirgli in soccorso: il concitato piano-sequenza che ce lo presenta lo vede impegnato ad abbandonare in fretta il proprio edificio che rischia di crollare, salvo poi restare indietro per aiutare un coinquilino disabile a uscire. Emad appare la quintessenza di quella borghesia iraniana colta, urbana e benestante intenzionata ad assorbire il meglio dalla cosiddetta modernità, come dimostra il doppio ruolo di professore e teatrante: che lo porta ad essere cosmopolita e a valorizzare nel contempo la propria cultura di appartenenza.

Ma Asghar Farhadi, anche stavolta sceneggiatore del proprio film (e proprio per questa sceneggiatura anch’egli premiato allo scorso festival di Cannes), è, come dicevamo, prima di tutto un drammaturgo. E un drammaturgo della modernità, cioè, essenzialmente, della crisi: della trasformazione, delle trasformazioni che mettono in crisi, del cambiamento che può irrompere non solo come opportunità ma anche come minaccia e lacerazione, dell’incertezza che sfalda qualsiasi illusione di equilibrio. Come tale, Emad, e ciò che di luminoso vorrebbe rappresentare, finirà anatomizzato e decostruito dallo sguardo dell’autore che ce lo sta narrando. Ancora una volta, nel dramma e nei drammi di Farhadi, è la delicata quanto esplosiva combinazione di una scelta apparentemente banale e di una casualità beffardamente crudele a innescare il tutto: la porta di casa lasciata aperta per un malinteso da Raana, moglie (dentro e fuori dal palcoscenico) di Emad; quindi l’aggressione ai danni di Raana da parte del misterioso «cliente» di una prostituta, ex inquilina dell’appartamento che ospita da poco i coniugi. Un evento che lascia dietro di sé tante ferite, fisiche ed emotive, quante domande. E che, nei suoi strascichi, “a poco a poco”, tira fuori dall’animo civile di Emad il marito rabbioso e possessivo, il professore autoritario, il maschio in cerca di rivalsa contro chi ha violato il suo territorio.

Farhadi, come i migliori drammaturghi, direziona i riflettori sui suoi personaggi, sulle loro azioni e reazioni, le loro parole e sfaccettature. E, solo e soltanto attraverso di essi, il caso singolo acquista la facoltà di proiettarsi al di là del particolare, per dire qualcosa su uno specifico contesto storico-sociale (l’Iran contemporaneo, in questo caso) e insieme su dilemmi universali, che ci coinvolgono in quanto persone di ogni epoca e società. La parabola discendente di Emad, dunque, vale (ancora una volta, nelle opere di Farhadi) come emersione di contraddizioni e criticità che riguardano tanto il cittadino iraniano quanto l’essere umano in generale.

Tuttavia, proprio il fatto che tale prospettiva e tali temi non siano una novità per il regista, ci porta a guardare con occhio meno folgorato e più esigente. E l’impressione, soprattutto nella prima parte del film, è che il discorso non raggiunga l’apice di interesse e intensità del suo capolavoro, Una Separazione (2011). Laddove la triplice valenza del dramma (il discorso sociale, quello universale e il cuore pulsante al centro costituito dalle azioni dei personaggi) trovava davvero la sua forma più perfetta ed efficace: quella di una coralità di anime e punti di vista, tutti egualmente critici e criticati ma forniti di pari dignità dialettica e visiva. Tanti prismi irregolari sulle cui facce si riflettevano quelle, altrettanto asimmetriche, del casus belli dolorosamente quotidiano ma in grado, nel rimbalzo delle verità e dei contrasti, di farsi straordinaria disamina morale sulla complessità dell’esistenza. Ciò che forse manca al Cliente è proprio il fascino di questo riflettersi reciproco e corale di volti e umanità, sostituito da un percorso lineare di discesa del protagonista nel buio delle proprie contraddizioni, più immediatamente leggibile ma anche più prevedibile nel proprio svolgimento.

Malgrado ciò, va detto che Il Cliente, dopo un avvio parzialmente sottotono, nel crescendo di tensione che ci accompagna fino all’angosciante conclusione, riesce a raggiungere man mano che si procede una forza degna dei migliori film del regista. Soprattutto, arriva a integrare nel potente epilogo diversi elementi tematici e formali che nella prima parte potevano risultare meno interessanti: uno su tutti, l’espediente del cortocircuito tra realtà e rappresentazione, con le sequenze che mostrano la messa in scena del testo di Miller turbata e contaminata dagli eventi che i personaggi stanno vivendo fuori dal palcoscenico. Quasi un’allegoria del cinema di Farhadi stesso, a sua volta regista di drammi che rimandano a una realtà esterna da cui sono a loro volta condizionati. Tanto più che le primissime inquadrature del film mostrano l’accendersi delle luci sulle diverse parti della scenografia dove si muoveranno gli attori del dramma nel dramma, a riprova del legame profondo che intrattengono cinema e teatro nel film e in tutta l’opera di Farhadi. Un gioco che ha momenti riusciti e intelligenti, ad esempio quando, durante le prove, uno degli attori scoppia a ridere di fronte alle battute di un’attrice, che vorrebbero il personaggio di lei nudo, quando questa è invece coperta da capo a piedi per evidenti ragioni di censura. E tuttavia questo cortocircuito risulta, almeno nella prima parte del film, sin troppo scontato e inflazionato (se non didascalico) per conquistare davvero.

Ma, come abbiamo detto, l’apice della discesa morale, intellettuale e umana di Emad, della degenerazione di una ricerca di verità in ossessivo bisogno di vendetta, riesce nella seconda parte a integrare e valorizzare con un senso più ampio e potente anche il discorso meta-rappresentativo. Perché forse il dato più inquietante della metamorfosi di Emad è proprio il dubbio (massimamente evidenziato nelle ultime inquadrature) che l’apertura e la modernità positiva di quest’uomo siano fragili e precari come il trucco di un attore. In una messa in scena, quella della civiltà e del progresso, che mostra ancora fin troppi strappi nel suo cielo di carta.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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