Lo Stato Islamico si fa strada in Indonesia

15/01/2016 di Michele Pentorieri

Gli attentati di ieri hanno un’alta valenza simbolica perché colpiscono un Paese di tradizione religiosa moderata, ma non spaventano il Presidente Widodo. Nonostante ciò, in un futuro prossimo gli aiuti economici all’Is ed il ritorno dei foreign fighters potrebbero minacciare la stabilità del gigante asiatico.

Indonesia IS

7 morti, 26 feriti. Questo il bilancio degli attacchi terroristici che alle 4:30 italiane di ieri hanno sconvolto Jakarta. Le ricostruzioni sono ancora parziali e frammentarie, ma quel che è certo è che gli attacchi sono stati condotti con armi da fuoco e diverse bombe. A rimanere uccisi sono stati 5 attentatori, un poliziotto e un cittadino canadese. Lo Stato Islamico ha subito rivendicato l’attentato che, secondo le autorità indonesiane, voleva essere un’imitazione degli attacchi di Parigi del Novembre scorso. Le stesse autorità hanno ipotizzato che gli attentatori fossero abbastanza inesperti, cosa che avrebbe evitato che il  numero di morti fosse più elevato. Gli attacchi, al di là della loro portata piuttosto limitata, hanno una grande valenza dal punto di vista simbolico, considerando l’importanza del Paese (l’Indonesia è il Paese a maggioranza musulmana più grande del pianeta) e del suo modello di Islam.

Un modello chiamato “Islam colorato” per le sue diversità e la sua tolleranza, che va dall’assenza della separazione tra i sessi alla regolare vendita di alcolici. L’islamismo moderato imperante in Indonesia sta comunque iniziando a mostrare delle crepe. Le minoranze radicali sono sempre meglio sostenute dai soldi provenienti da Arabia Saudita e Paesi del Golfo ed i social network stanno fungendo più che mai da cassa di risonanza per la diffusione di messaggi estremisti. Di conseguenza, gli attacchi ai negozi di alcolici e altre espressioni di intolleranza si sono moltiplicate. Anche in politica le fazioni estremiste rappresentano una esigua minoranza, ma ciò non impedisce loro di battersi strenuamente per l’applicazione della Sharia.

Gli attentati, a differenza di come potrebbe apparire, non sono stati un fulmine a ciel sereno. Già in occasione della fine dell’anno, il Governo aveva schierato 150.000 tra agenti e soldati a difesa di luoghi pubblici, segno che un attacco terroristico era quantomeno percepito come probabile. Lo stesso Stato Islamico aveva esplicitamente minacciato l’Indonesia, parlando di un’azione che l’avrebbe portata sotto la luce dei riflettori internazionali. Il Paese non è nuovo ad attentati terroristici. Il più grave fu sicuramente quello del 2002, quando a Bali un attacco provocò 202 vittime, mentre il più recente risaliva al 2009: 7 morti e 50 feriti al Ritz-Carlton e al JW Marriott Hotel di Jakarta. Entrambi furono attribuiti a Jemaah Islamiyah (galassia qaedista), organizzazione percepita come un pericolo già dal dittatore Suharto, che ne fece imprigionare i leader durante il suo Governo. Approfittando della sua caduta, nel 1998, e sfruttando i contatti nel frattempo stabiliti con al-Qaeda, l’organizzazione riuscì a compiere il definitivo salto di qualità, imponendosi come riferimento dell’estremismo islamico di marca indonesiana. Dall’attacco del 2009, tuttavia, molto sembra essere cambiato nel panorama fondamentalista nel Paese asiatico. Jemaah Islamiyah non ha più la forza di un tempo ed il suo declino riflette la generale perdita di posizioni nel Paese di al-Qaeda a favore dello Stato Islamico. Molti ex-leader qaedisti, compreso uno dei vecchi capi di Jemaah Islamiyah, si sono infatti avvicinati alla dottrina di al-Baghdadi, cercando di diffonderla negli ambienti indonesiani più radicali.

Una delle personalità di spicco in tale contesto è Abu Wardah Santoso, datosi alla macchia qualche anno fa e attualmente nascosto nelle sterminate foreste del Paese asiatico. La sua occupazione è per ora quella di organizzare campi di addestramento per aspiranti combattenti. L’importanza di questa figura è testimoniata dal fatto che già prima degli attacchi il Governo indonesiano aveva messo diversi soldati sulle sue tracce. Il ruolo di Santoso potrebbe tuttavia diventare ancora più importante e pericoloso col tempo. Un rapporto dell’USAID (Agenzia per la Cooperazione degli Stati Uniti) riferisce che l’impatto per ora limitato che sta avendo la propaganda dello Stato Islamico in Indonesia è da attribuire soprattutto allo scarso ritorno dei foreign fighters nel Paese[1]. I numeri sono discordanti, ma è certo che gli indonesiani partiti per la Siria siano diverse centinaia. I timori espressi dal rapporto (e dalle autorità indonesiane) riguardano il ruolo di guida che potrebbe ricoprire Santoso in questo scenario, fungendo da punto di riferimento per tutti coloro che, di ritorno dalla Siria, sarebbero vogliosi di mettere in pratica in Indonesia le tecniche apprese in Medio Oriente.

Il Presidente Joko Widodo, da sempre fautore della linea dura contro i gruppi armati, ha invitato la popolazione indonesiana a mantenere la calma, affermando che la situazione è sotto controllo. In effetti, un attacco terroristico con sole due vittime civili non può spaventare un Paese grande e a tradizione religiosa moderata come l’Indonesia. Piuttosto, l’accento andrebbe posto sull’eventualità del ritorno in massa dei –molti- foreign fighters e sul flusso di denaro ininterrotto che continua a pervenire ai gruppi radicali presenti nell’arcipelago. Massicci sforzi andrebbero esercitati per inibire o quantomeno controllare queste due variabili. Perché lo scudo esercitato dal clima di tolleranza religiosa vigente in Indonesia potrebbe non bastare a fermare l’ascesa dello Stato Islamico nel Paese.

[1] https://www.yumpu.com/en/document/view/54664942/indonesian-and-malaysian-support-for-the-islamic-state-final-report/33

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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