Lo stato del giornalismo italiano: intervista a Giampiero Gramaglia

11/02/2015 di Luca Andrea Palmieri

Nell’ambito della collaborazione con TIA Formazione abbiamo avuto l’occasione di intervistare Giampiero Gramaglia, ex direttore dell’ANSA ed attualmente direttore di EurActiv.it, portale di informazione europea. Due chiacchiere con un grande esponente del mondo dell’informazione su pregi, difetti e prospettive del giornalismo nel nostro paese

Giornalismo

Tra crisi e nuove realtà, carta stampata e new media sono anni ormai che il mondo del giornalismo è in subbuglio. Ne abbiamo parlato con Giampiero Gramaglia, ex direttore dell’Ansa e attualmente direttore del portale di informazione europea EurActiv.it, nell’ambito della nostra collaborazione con TIA Formazione. In questo periodo di grandi cambiamenti, l’Italia non fa eccezione, nonostante gli storici, gravi ritardi e una struttura non certo ideale del modello giornalistico italiano. Internet, i social network, le nuove tendenze giornalistiche sono la chiave per scardinare un modello che ha spinto spesso verso il basso la qualità della nostra informazione? In quest’intervista vediamo il parere di chi, grazie a un curriculum e a un’esperienza invidiabile, ha un punto di vista privilegiato sulla questione.

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Giampiero Gramaglia, ex direttore dell’ANSA e direttore responsabile di EurActiv portale di informazione sull’Unione Europea

Sulla base della sua esperienza, che l’ha vista anche alla direzione dell’Ansa, a suo avviso, quali sono i principali punti di debolezza del giornalismo italiano oggi, non solo da un punto di vista editoriale, ma anche del trattamento delle notizie da parte dei giornalisti?

L’informazione italiana, rispetto a quella anglosassone in generale e di altri Paesi confrontabili all’Italia per tradizione e cultura, ha elementi di debolezza indubbi, editoriali e industriali. Io, però, preferisco soffermarmi su quelli che sono gli elementi di debolezza più giornalistici: l’informazione italiana è sovente approssimativa, non di rado inattendibile, spesso dilatata, quasi sempre più preoccupata di ottenere l’approvazione della fonte più che la soddisfazione del lettore – o equivalente -, tendenzialmente incapace di tenere separati fatti e opinioni e, infine, decisamente autoreferenziale e poco incline a riconoscere – e ancor meno a correggere – i propri errori. Il declino del seguito e dell’autorevolezza dei maggiori media tradizionali va letto anche in questa ottica, al di là dell’impatto, indubbio e importante, dei new media e dell’evoluzione delle abitudini di informarsi dei fruitori.

Negli ultimi anni si è parlato di giornalismo partecipativo, di fine dei giornali (con qualcuno che ha persino previsto l’anno della scomparsa dei quotidiani cartacei), e di morte del giornalismo professionale. Al contrario molti dicono che il giornalismo è più vivo che mai, ed è un periodo di grandi opportunità per i professionisti. Qual è la sua visione al riguardo?

Senza volere per forza parafrasare Mark Twain, la notizia della morte dei media tradizionali è stata fortemente esagerata, e non solo anticipata, negli ultimi anni. Anche se l’ostinazione a continuare a fare giornali illeggibili e ingestibili per dimensione, foliazione, gerarchizzazione delle notizie potrà far sì che la notizia risulti vera per molte testate, anche delle maggiori.

Invece, la notizia della morte del giornalismo, e quindi dei giornalisti, è una bufala e basta. Più l’informazione disponibile si dilata, sul web o altrove, più c’è la necessità che qualcuno ne verifichi l’attendibilità e ne selezioni la rilevanza: questo è il compito del giornalista oggi, compito che si somma e si integra a quello più tradizionale della ricerca della notizia. Se il singolo cittadino dovesse da solo acquisire l’informazione per lui rilevante, perderebbe molto più tempo e non sarebbe mai sufficientemente sicuro d’esserci riuscito.

Quanto, poi, ai citizens journalists, sono un mito: ciascuno di noi è testimone nella vita di fatti rilevanti, ma del tutto saltuariamente. Affidare l’informazione ai testimoni diretti la renderebbe episodica, incompleta, parcellizzata. I citizens journalists possono al più essere utilissimi complementi, o anche contrappesi, a un’informazione strutturata e organizzata.

Come ci si deve porre, dal punto di vista professionale, verso la piaga della manodopera giornalistica non pagata, che invade soprattutto le testate locali e i progetti più piccoli? Ha ancora senso oggi avere un ordine professionale dei giornalisti?

Sono due punti non necessariamente collegati. Comincio dal secondo: l’Ordine ha senso se funziona bene e se adempie funzioni non svolte da altri, come la verifica della professionalità dei giornalisti, della correttezza, del rispetto dei codici etici. Che oggi l’Ordine funzioni bene e che adempia in modo efficace quelle funzioni non mi sento di affermarlo. Che se ne possa fare a meno, a fronte dell’imbarbarimento del mondo di lavoro e delle lentezze della giustizia – solo per citare due esempi -, neppure mi sento di affermarlo.

Per quanto riguarda il mancato pagamento, o il pagamento inadeguato, del lavoro giornalistico, il problema, purtroppo, non è giornalistico, ma universale: negli ultimi anni, è cresciuta l’accettazione sociale del fatto che il lavoro non venga pagato per nulla, o venga pagato troppo poco, ai giovani, agli stagisti, ai precari. E’ totalmente ingiusto, quale che sia il lavoro. Nel settore dell’informazione, il fenomeno è aggravato dalla percezione, di cui però i giovani sono i maggiori portatori, che l’informazione sia gratuita: non ha un costo e, quindi, non va pagata. Anche questo è totalmente ingiusto: produrre buona informazione costa, e pure molto, e se uno vuole buona informazione deve pagarla. Se no, non si lamenti se gli viene servita, gratis, informazione spazzatura.

A proposito di tecnologie e social media: i social media stanno cambiando modo di fare giornalismo? Quanta importanza oggi ha Twitter su agenzie e news in generale?

I social media stanno cambiando il modo di comunicare. Ma il social media che più influenza e trasforma il modo di fare informazione è certamente Twitter: la fonte fa la notizia, produce la sua dichiarazione, già sintetizzata, senza mediazioni giornalistiche. Le agenzie sono state, ovviamente, le prime a subirne l’impatto Il tweet ha già la struttura e l’efficacia di un flash o di un bulletin: ma i tweet sono migliaia, milioni. E le vere notizie molte meno: scatta il meccanismo della selezione di ciò che è rilevante in una montagna di ciarpame.

Cosa pensa del boom dell’informazione via web e dell’aumento esponenziale di fonti d’informazione, spesso anche approssimative o addirittura fuorvianti, per non dire peggio. Crede che l’unione europea, e soprattutto l’Euro possano essere stati le prime vittime illustri di questa nuova informazione/disinformazione? Pensa che se la situazione dell’Europa odierna si fosse vissuta 30 anni fa, le cose sarebbero state diverse, dal punto di vista dei cittadini?

Il web facilita la circolazione dell’informazione, non della cattiva informazione. Di per sé, è un elemento potenzialmente (e pure di fatto) positivo: come, prima nel tempo, lo erano stati la tv, la radio, la stampa. L’informazione prolifica più facilmente e soprattutto più velocemente sul web, che sia cattiva o che sia buona. Il problema non è il mezzo, lo strumento ma la qualità dell’informazione. Così come, per l’Unione Europea, il problema non è il fatto che se ne raccontino le magagne, ma che vi siano le magagne. Certo, l’approssimazione giornalistica e la velocità informatica combinate insieme fanno di un fuscello una foresta. Ma il racconto dell’Unione, anzi la narrazione come adesso si dice, è funzione soprattutto di quel che l’Unione fa e fa sapere che fa. E, poi, l’integrazione è popolare quando le cose vanno bene e diventa impopolare quando vanno male. In fondo, è anche giusto: l’integrazione la vogliamo perché le cose vadano meglio, non peggio.

 

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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