Lo sciopero dei fast food

27/09/2013 di Andrea Luciani

Scioper fast food

 

La situazione negli USA – Una battuta che girava qualche tempo fa negli Stati Uniti era: “Cosa si dice ad un adolescente che lavora?” “Un Big Mac con patatine e una Coca-Cola, per favore”. Ovviamente ciò faceva riferimento allo stereotipo secondo cui a lavorare nei Fast Food sono soprattutto i giovani che vogliono guadagnare qualcosa in più. Oggi la situazione è cambiata. Secondo il Centre for economic policy research, tra il 2010 e il 2012, solo il 30 per cento rientrava nella fascia d’età dell’adoloscenza, l’1 per cento aveva almeno 65 anni e del restante 69 per cento, l’85 per cento aveva un diploma ed oltre un terzo vantava un’istruzione superiore. Insomma la situazione si è modificata; non sono più gli adolescenti a lavorare nei Fast Food, ma in molti casi sono persone istruite che non hanno trovato spazio nel mercato del lavoro e spesso con la famiglia a carico.

La protesta – Proprio a causa di ciò il 29 agosto in decine di città degli USA sono state organizzate proteste davanti a più di mille Fast Food. I dipendenti di questi hanno, infatti, chiesto un aumento del salario minimo, da 7,25$ l’ora a 15$. Questo salario è preso dal 13 per cento dei dipendenti, mentre il 70% di essi non arriva sopra gli 11$ l’ora. La difficile situazione salariale di chi lavora in questo ambito combinata con le necessità che la crisi finanziaria e la sua seguente crisi economica hanno fatto aumentare la pressione sociale nel settore fino a far nascere questa storica protesta del settore della ristorazione veloce, in cui tra l’altro i sindacati non sono nemmeno così presenti. Di certo è difficile che la protesta possa piegare i proprietari dei Fast Food, specialmente che possa in alcun modo influenzare le grandi catene, ma già “ottenere dei risultati in qualunque azienda potrebbe generare un effetto a catena”, come afferma Jonathan Lange, uno degli organizzatori della campagna.

Percsciopero-fast-foodhé in Italia non accade? –  In Italia, di certo non c’è l’alto numero di Fast Food presente negli Stati Uniti, ma una percentuale altrettanto alta della popolazione è impiegata in pizze al taglio, chioschi, bar, gelaterie etc. etc. . Non sono più certo solamente i giovani studenti che vogliono “arrotondare” a lavorare in questi esercizi, ma è cresciuta sempre più la percentuale di over 25, tra cui laureati disoccupati, chi ha perso il suo precedente impiego ovvero chi è costretto ad averne due poiché ha una famiglia da mantenere. Il salario medio di questi lavoratori si aggira intorno agli 8-10 € l’ora e viene da chiedersi il perché in Italia, non vi sia protesta alcuna da parte di questa classe lavorativa. Perché non vi sono sindacati a difenderla. La risposta è tanto semplice quanto indicativa dell’arretratezza istituzionale e civile del nostro Bel Paese in questi campi: il 90 per cento di questi impieghi non sono registrati; sono “in nero”.

Proprio per questo difficilmente vedremo scendere per strada camerieri, pizzettai e gelatai, eppure, le loro condizioni non sono tanto migliori (se non peggiori, visto che mancano di assistenza e previdenza sociale) di quelle dei manifestanti statunitensi dei Fast Food. Anche per questo motivo i sindacati e le unioni di lavoratori non possono agire. In Italia si approfitta della mancanza di lavoro per offrirlo a condizioni improponibili a persone che ne hanno necessità. La reazione da parte di queste ultime è limitata proprio dalla loro necessità. In questo la politica e lo Stato dovrebbero essere in grado di farsi sentire più concretamente attraverso controllo e sanzioni, ma spesso in Italia la politica è sorda agli input della popolazione.

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Andrea Luciani

Nasce a Roma il 25/03 /1991. Appassionato di studi internazionali e fermo sostenitore del progetto dell'Unione Europea, è laureato in Scienze Politiche presso la LUISS Guido Carli, dove ora studia International Relations. Collabora con l'associazione ONLUS Intercultura con la quale è stato in Nuova Zelanda sei mesi nel 2009. Nel 2012-2013 conclude il programma Erasmus di sei mesi presso l'università si Sciences Po Paris.
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