Lo Stato Islamico e la minaccia alla Turchia nel sud-est

12/05/2016 di Stefano Sarsale

La città turca di Kilis, situata ad appena sei chilometri di distanza dal confine con la Siria, è stata oggetto fin dalla prima metà di Gennaio di questo anno di un incessante lancio di razzi da parte di militanti dello Stato Islamico, da postazioni in Siria. Le risposte dell'esercito turco, ad oggi, sembrano insufficienti

Turchia e Stato Islamico

La città turca di Kilis, situata ad appena sei chilometri di distanza dal confine con la Siria, è stata oggetto fin dalla prima metà di Gennaio di questo anno di un incessante lancio di razzi da parte di militanti dello Stato Islamico, da postazioni in Siria. Le vittime di questi attacchi, divenuti quasi giornalieri, sono 20, mentre i feriti ammontano a circa 60. L’esercito turco, nonostante abbia ampiamente usato colpi di artiglieria per attaccare i siti dei lanci, non è stato però capace di mettere un fermo ai lanci.

Ad oggi, le misure messe in atto dal governo turco per proteggere la popolazione sono state senza dubbio insufficienti. Per citare qualche esempio, è stata installata una sirena che avverte i cittadini in caso di lancio e sono state promesse ambulanze corazzate in grado di intervenire per soccorrere i feriti, così da resistere ad un eventuale deflagrazione. Il governatorato locale ha inoltre ipotizzato la costruzione di rifugi per la popolazione. Purtroppo, data la natura della minaccia, queste misure avranno scarsi effetti in termini di salvaguardia della popolazione.

Più concreta, invece, la richiesta fatta dal governo di Ankara a Stati Uniti e NATO, al fine di implementare un sistema di sorveglianza effettuato tramite velivoli senza pilota (UAV), capaci di colpire i terroristi prima che effettuino i lanci. Nonostante il controllo aereo possa offrire qualche garanzia in più, è improbabile che questo risulti sufficiente per fermare i razzi in modo definitivo. Il motivo risiede nel fatto che i missili usati dallo Stato Islamico sono di tipo “Katyusha”, poco preciso e sprovvisto di guida laser, disponibile nelle versioni da 107mm e 122 mm e con un raggio di circa 20 chilometri. Il problema, quando si tratta di intercettare questo tipo di missili, è che essi hanno un meccanismo di lancio che non rilascia calore, impedendo così il rilevamento tramite sensori termici. A questo va aggiunto come i lanciamissili possano essere nascosti all’interno di camion, camuffati da civili, in modo tale da evitare di essere attaccati prima del lancio. Infine, essendo i lanciamissili stessi di facile realizzazione, i combattenti dello Stato Islamico ne hanno a disposizione un numero potenzialmente illimitato. A questo proposito, non deve stupire il fatto che la distruzione di uno di questi lanciamissili per effetto dei colpi d’artiglieria turca in data 25 Aprile non abbia avuto nessun effetto sulla frequenza con la quale vengono effettuati i lanci su Kilis.

Una soluzione è tuttavia possibile. I miliziani dello Stato Islamico hanno infatti l’occasione di lanciare questi missili grazie al fatto che la striscia di territorio che essi controllano in Siria è sita sufficientemente vicina al confine Turco. Attualmente, lo Stato Islamico (il cui territorio è evidenziato in rosso nella cartina sottostante), sta lanciando i razzi da un area che si estende dalla città di Al-Rai fino a Marea, entrambe situate nel governatorato di Aleppo, ad una distanza di circa 22 chilometri, compresa un’altra vasta area intorno alla città di Sawran. Se messo in relazione al territorio siriano sotto controllo ribelle (evidenziato in verde), Al-Rai e Marea rappresentano la distanza massima dalla quale è possibile colpire Kilis. Ne consegue che, qualora lo Stato Islamico fosse respinto dietro la “parabola” che collega Al-Rai e Marea (sulla cartina in rosso), esso perderebbe la capacità di lanciare i razzi sulla città turca.

Kilis

Un ulteriore aspetto che vale la pena di essere evidenziato è che, fino a questo momento, la Turchia non ha attaccato le posizioni dello Stato Islamico con i propri caccia. La spiegazione a questa inerzia, secondo la NATO, è dovuta ai timori di Ankara di un possibile pareggiamento dei conti da parte di Mosca. Ricordiamo infatti come, il 24 Novembre dello scorso anno, un Su-24 russo sia stato abbattuto dai Turchi, causando un congelamento delle relazioni tra i due paesi. In realtà, appare molto più realistico pensare il contrario. Un cambio di passo nella lotta allo Stato Islamico della Turchia, infatti, sarebbe probabilmente capace di rilanciare, seppur con grande cautela, i rapporti tra i due paesi. Tuttavia, uno scenario del tutto differente sarebbe quello di un intervento da parte turca in termini di “boots on the ground”, ovvero con l’intervento di truppe di terra. Il 4 Maggio, il Primo Ministro Ahmet Davutoglu, il giorno prima di rassegnare le proprie dimissioni, ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa che, qualora lo stato delle cose lo rendesse necessario, la Turchia sarebbe pronta ad inviare truppe in Siria. A queste affermazioni però, la Russia ha apertamente sollevato forti obiezioni.

In altre parole, la Turchia ha come unica soluzione praticabile quella di respingere le forze islamiste al di fuori della portata dei missili. Di conseguenza, avendo precedentemente evidenziato i problemi relativi agli attacchi a distanza e ancor di più a quelli relativi ad un intervento diretto in territorio siriano, la soluzione che il governo di Ankara potrebbe adottare è quello di incrementare il proprio supporto in funzione anti-ISIS per alcuni gruppi ribelli, come ad esempio Ahrar al Sham, Faylaq al Sham, la brigata turkmena Sultan Murad, in modo da far arretrare lo Stato Islamico. Supporto da intendersi in termini di artiglieria e, possibilmente, combinato con attacchi aerei della coalizione internazionale.

Un primo segnale in tal senso è arrivato nelle giornate di Venerdì 7 e Sabato 8 Maggio. Attacchi aerei della coalizione a guida statunitense hanno ucciso circa 48 miliziani dello Stato Islamico, nelle aree prossime ad Al Harjalah, Delha, Baragitah e Hawar Kilis, tutte collocate in aree sotto il controllo dello Stato Islamico a nord di Aleppo. Il giorno seguente, in data 8 Maggio, l’artiglieria ha colpito con successo le aree in prossimità di Sawran, Tal El Hisn, Baraghdedh e Kusakcik, eliminando almeno 55 combattenti di ISIS e distruggendo non meno di 3 installazioni lanciamissili.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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