Poesia di un esperimento riuscito, lo chiamavano Jeeg Robot

13/05/2016 di Emanuele Bucci

Di nuovo nelle sale dal 21 aprile, il film d’esordio di Gabriele Mainetti gioca in modo del tutto inedito con stili e generi disparati, fuori e dentro il cinema italiano: una scommessa che convince e conquista, perché i suoi materiali sono al servizio di una storia potente e ispirata.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Forse è vero ciò che, scherzosamente, ha dichiarato Claudio Santamaria, attore protagonista de Lo chiamavano Jeeg Robot, in un’intervista: di questo film si può parlare bene quanto si vuole, si può elogiarlo e raccomandarlo, senza che ciò rovini la visione ad alcuno spettatore; senza che si crei quell’ingombrante bagaglio di aspettative e pretese che spesso non regge di fronte all’impatto reale con un’opera. Il film di Gabriele Mainetti non viene travolto da questo rischio, rimane incolume come il supereroe sui generis Enzo Ceccotti dopo la caduta dall’ultimo piano di un palazzone della periferia romana. Lo chiamavano Jeeg Robot può resistere al nemico più insidioso per un film che ritorna nelle sale dopo l’escursione trionfale agli ultimi David di Donatello: il successo; e può farlo non perché sia il più perfetto esempio di cinema italiano mai prodotto né tanto meno un’opera per tutti i gusti. Ma semplicemente perché questo film, come davvero pochi negli ultimi anni, è in grado di sorprendere, spiazzare, scombinare la scaletta delle aspettative che qualsiasi spettatore, più o meno informato, più o meno esigente, si era inevitabilmente costruito. Questo è il vero superpotere del film, che non gli viene dal morso di un ragno o da una genesi extraterrestre, ma dalla sua natura di opera profondamente, radicalmente sperimentale.

Lo chiamavano Jeeg Robot sperimenta, appunto: combina, maneggia, accosta materiali eterogenei che da un momento all’altro potrebbero esplodere, ed effettivamente ogni tanto lo fanno, anzi spesso. E ad ogni scoppio, dopo la sensazione di stordimento iniziale, ti rendi conto che il fine dell’esperimento era proprio questo; e che anche quando il risultato non ti sta facendo sentire a tuo agio (perché un’opera sperimentale non può mai mettere totalmente il fruitore a proprio agio) devi comunque ammettere che il viaggio, la dimostrazione, la presa in ostaggio ti sta coinvolgendo, anche solo per disapprovare: si può rifiutare la provocazione, ma anche in questo caso non si può negare che essa sia riuscita, perché ti ha punto nel vivo, non hai potuto ignorarla, e difficilmente potrai dimenticarla. Ma, a nostro avviso, il gioco raffinato e spiazzante del film non si riduce alla provocazione: il contrasto tra linguaggi, generi e toni ha prodotto un risultato di non convenzionale bellezza poetica.

Come è stato possibile? Innanzitutto, la prima strategia vincente di Mainetti e degli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Menotti, è stata quella di non permettere a nessun codice narrativo, tra quelli messi in campo, di imporsi sugli altri e vampirizzare l’intera opera. Il primo tra questi codici è quello del racconto di supereroi. Lo chiamavano Jeeg Robot è, effettivamente, la narrazione delle origini di un supereroe, con tutti i più classici riti di passaggio del caso: dall’incidentale acquisizione dei poteri alla tentazione di usarli per il proprio tornaconto, dalla dolorosa presa di coscienza delle proprie responsabilità al confronto, fisico e morale, col proprio antagonista. Ma c’è davvero tanto, troppo d’altro e di più per considerare questo film una mera trascrizione della mitologia di fumetti e cinecomics americani nell’insolita ambientazione della capitale nostrana.

Innanzitutto perché la città in questione non può e non vuole essere uno sfondo, una scenografia con qualche tocco di colore superficiale: la Tor Bella Monaca di Enzo Ceccotti non è una cornice per le sue avventure, è il fiume di cemento e umanità dove l’eroe si immerge per uscirne sporco, confuso, straniato non meno degli spettatori. Questa Roma rende l’archetipo del supereroe nero e malsano, come letteralmente ci appare Enzo quando spunta fuori dalle acque del Tevere, inquinate e fumettisticamente radioattive al punto da graziare il protagonista con forza e resistenza sovrumane. E se il primo parallelo che può venire in mente è quello con la tetra e delinquenziale Gotham City di Batman, anche questo confronto produrrebbe aspettative destinate a infrangersi. Perché la periferia di Roma porta con sé un immaginario totalmente diverso, quello di un noir violento che ammicca alle cronache nostrane, dalle parti di Gomorra- La serie e Suburra: tra cosche camorriste che espandono il proprio territorio a colpi di stragi, faide interne per la guida dei clan malavitosi, immigrati clandestini usati come corrieri della droga, rapine, sequestri e spari che intervallano gli ordini e le minacce in cadenza romanesca o partenopea.

Risulterà chiaro, a questo punto, che Lo chiamavano Jeeg Robot si mantiene lontanissimo da un altro sottogenere a cui tuttavia in parte allude e rimanda: la parodia comica (del supereroe, o del noir, o del noir con supereroi). Il film è intriso di ironia, come è giusto e inevitabile quando si sradicano i cliché di una narrazione per catapultarli in un territorio estraneo: difficile non sorridere di fronte a un piccolo Superman che, come primissimo gesto dopo aver preso coscienza dei nuovi poteri, pensa bene di sradicare con foga maldestra un bancomat. Malgrado ciò, non navighiamo mai tra i toni leggeri della commedia, al contrario: come in un pulp di tarantiniana memoria, gli eventi più crudi e le svolte più cupe spuntano improvvisi all’incrocio con le note umoristiche, col risultato di tenere chi guarda sul filo di una tensione che non concede mai né di abbassare la guardia né di farsi totalmente schiacciare dal peso del dramma. La perfetta sintesi di questa tensione (e del cortocircuito tra cinecomics e noir di borgata) è il villain della storia, lo Zingaro, boss romano psicopatico interpretato da Luca Marinelli: una performance impressionante, che evoca la ferocia dei più disturbanti antieroi del poliziesco italiano e al contempo rimanda alla follia esibizionista, a tratti quasi sofferente, del Joker di Heath Ledger; ma con una componente autoironica che lo vuole popstar mancata dall’abbigliamento kitsch, ossessionato dal successo sui social media e feticista della musica leggera italiana anni ’80.

Tutto questo, però, non rappresenta ancora il cuore poetico del film: è invece il personaggio stralunato e struggente di Alessia (interpretata da Ilenia Pastorelli) ad elevare quest’opera dal rango di esperimento divertente e originale a quello di piccolo gioiello del cinema italiano contemporaneo. Alessia, vicina di casa del supereroe, rappresenta e veicola i due movimenti fondamentali, quello espressivo e quello narrativo, dell’intero film. È lei, molto di più dei poteri soprannaturali, a trasportare nella periferia degradata, nella realtà più brutale, l’immaginario altruistico e puro, ingenuo quanto potente, del supereroe classico. Perché Alessia ha reagito alla propria realtà orrenda, fatta di abusi dentro e fuori la propria famiglia, costruendosi un mondo immaginario, che fonde le persone della quotidianità con le figure della serie animata Jeeg Robot d’Acciaio; ed Enzo Ceccoti, nella fantasia di lei, non può che essere il protagonista, «Hiroshi Shiba» che può «diventare un Jeeg» e che deve usare i suoi poteri per aiutare chi ne ha bisogno: «Salvali tutti», insiste Alessia, «tu che puoi». È un doppio percorso, quello a cui Alessia porta Enzo, il doppio percorso a cui ci conduce il film: dalla realtà, sporca, cattiva e apparentemente irredimibile, all’immaginazione, che non si sottrae al mondo reale, ma carica i suoi elementi di un senso ulteriore. L’unico senso possibile perché si compia la seconda parte del percorso, dallo sfruttamento egoistico delle proprie capacità al loro utilizzo aperto al bene comune.

La vicenda di un piccolo delinquente di borgata con superpoteri che, grazie all’incontro con l’immaginazione di una ragazza ferita dalla realtà, sceglie di aiutare i propri concittadini (gli stessi che all’inizio gli procuravano solo indifferenza e disgusto), diventa allora anche qualcos’altro. Diventa una variazione sul più classico dei temi (e, forse, delle piaghe sociali) tratteggiati dal cinema italiano: l’uomo comune che usa le proprie capacità per curare i suoi piccoli interessi privati, anziché per migliorare un pochino la società in cui vive. Il topos per eccellenza del nostro cinema subisce, a contatto con gli spunti più anomali rispetto alle proprie radici, una delle sue più radicali e sorprendenti svolte positive; e, soprattutto, un’interpretazione genialmente fuori dagli schemi: come lo sono gli esperimenti più felici.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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