Liutprando da Cremona, ambasciatore tra due mondi

12/10/2014 di Davide Del Gusto

Uomo dalla personalità incredibilmente eclettica, fu uno scrittore nato. Con il suo stile, squisitamente narrativo, a volte fortemente polemico e velatamente satirico, ha fotografato perfettamente la contorta realtà del Secolo di ferro

Liutprando da Cremona

Con la fine del controllo carolingio, il Regno d’Italia venne stretto nella morsa di una continua lotta per il potere. Non è un caso se, tradizionalmente, per quanto riguarda il periodo trascorso dal regno di Carlo III all’ascesa al trono di Ottone I di Sassonia, si parli di Secolo di ferro. Nella Penisola italica si aprì una lunga parentesi che, compresa nelle più ampie dinamiche mediterranee ed europee, vide un’alternanza di sovrani più o meno deboli, intenzionati a dominare gli uni sugli altri. Il collante dell’Impero carolingio era ormai venuto meno; Normanni, Ungari e Saraceni terrorizzarono a più riprese le popolazioni con le loro invasioni, contribuendo in modo massiccio a destabilizzare l’ordine. Il controllo del territorio finì allora nelle mani della piccola e media aristocrazia che, sfruttando la situazione, riuscì ad affermarsi, costituendo una miriade di piccoli potentati perennemente in lotta tra loro per conquistarsi una fetta di potere.

In questo mondo allo sbando, probabilmente negli anni Venti del X secolo, a Pavia nacque Liutprando. Uomo dalla personalità incredibilmente eclettica, fu uno scrittore nato: con il suo stile, squisitamente narrativo, a volte fortemente polemico e velatamente satirico, ha fotografato perfettamente la contorta realtà del Secolo di ferro; dalle sue opere emerge non di rado il carattere stesso dell’autore, che non esitò mai a mostrare la propria visione del mondo.

Costantino VII Porfirogenito incoronato da Cristo
Costantino VII Porfirogenito incoronato da Cristo

Di probabile origine longobarda, Liutprando passò tutta la giovinezza nella sua città natale. Lui stesso ricorda infatti il momento dell’incoronazione del nuovo Re d’Italia, Ugo di Provenza, a Pavia nel 931. Il destino volle che il padre morisse nel corso di una missione diplomatica a Costantinopoli; passato sotto la tutela di un patrigno, benvoluto dal sovrano, il giovane venne presto introdotto alla corte di Ugo, ove poté ricevere una buona educazione. Nel 942 Liutprando entrò di nuovo in contatto con il mondo bizantino: accompagnò il suo tutore, inviato per scortare Berta, figlia naturale del re, a Costantinopoli come sposa del futuro basileus Romano II, figlio di Costantino VII Porfirogenito. L’episodio ha in sé un’importanza fondamentale: il traballante Regno d’Italia aveva estremo bisogno di legarsi alla realtà politica più stabile e prestigiosa possibile e Bisanzio rispondeva perfettamente a tale necessità.

È a questo punto che la vita di Liutprando cambiò completamente. Nel 945 il Regno d’Italia passò al marchese Berengario II d’Ivrea, dopo aver scalzato il giovane erede al trono Lotario II. Rientrato a corte come signator epistolarum, Liutprando venne scelto dal nuovo signore come ambasciatore presso la corte costantinopolitana: sfruttando il rinnovato interesse di Costantino VII a trovare maggiore spazio in Occidente, nel 949 Berengario non esitò a inviare il ragazzo, ottimo nell’eloquio seppur ancora digiuno di greco, in Oriente.

Liutprando arrivò a Costantinopoli il 17 settembre e non ripartì prima della Pasqua dell’anno successivo. Giunto in città, rimase senza fiato nel vedere lo splendore della corte dell’imperatore Macedone; Costantino VII lo accolse con grandissimi onori e apprezzò molto quanto l’ambasciatore aveva portato con sé in dono (corazze, scudi con borchie dorate, spade, lance, coppe d’argento e, soprattutto, quattro schiavi eunuchi), facendolo alloggiare nella magnifica residenza della Magnaura. Nelle pagine dell’Antapodosis, Liutprando spese molte parole di elogio per la magnificenza dei costumi bizantini e per l’accoglienza riservatagli dal basileus; memorabile rimane la descrizione del cerimoniale d’accoglienza:

«Innanzi al sedile dell’imperatore stava un albero di bronzo, ma dorato, i cui rami erano pieni di uccelli ugualmente di bronzo e dorati di diverso genere, che secondo le loro specie emettevano i versi dei vari uccelli. Il trono dell’imperatore era disposto con una tale arte, che in un momento appariva al suolo, ora più in alto e subito dopo sublime, e lo custodivano, per dir così, dei leoni di immensa grandezza, non si sa se di bronzo o di legno, ma ricoperti d’oro, i quali percuotendo la terra con la coda, aperta la bocca emettevano il ruggito con le mobili lingue. In questa casa dunque fui portato alla presenza dell’imperatore sulle spalle di due eunuchi. […] Chinatomi prono per tre volte adorando l’imperatore alzai il capo e quello che avevo visto prima seduto elevato da terra in moderata misura, lo vidi poi rivestito di altre vesti seduto presso il soffitto della casa; come ciò avvenisse non lo potei pensare, se non forse perché era stato sollevato fin là da un ergalion [argano], con cui si elevano gli alberi dei torchi. Allora non disse nulla di sua bocca, giacché, anche se lo volesse, la grandissima distanza lo renderebbe sconveniente, ma per mezzo del logoteta mi domandò della vita e della salute di Berengario. Avendogli risposto conseguentemente, ad un cenno dell’interprete uscii e mi ritirai subito nell’ostello concessomi».

Ottone I e Berengario II
Ottone I di Sassonia sottomette Berengario II d’Ivrea

Dopo il dettagliato resoconto della sua missione a Costantinopoli, di Liutprando non sappiamo quasi nulla per almeno una decina di anni. L’unica traccia che possiamo seguire riguarda il suo volontario allontanamento da Berengario (contro le cui continue angherie polemizzò nell’Antapodosis, titolo traducibile come “resa dei conti”), per ritrovarlo nel 956 tra i collaboratori più stretti, influenti e capaci di Ottone I di Sassonia.

Nel 968, cacciati da sette anni Berengario e suo figlio Adalberto e consolidato il proprio potere in Italia, Ottone non esitò ad inviare un’ambasceria a Costantinopoli, alla cui testa non poteva che esservi il navigato Liutprando, novello vescovo di Cremona. Lo scopo di questa nuova missione diplomatica fu essenzialmente legato ad un preciso volere del suo sovrano: la delegazione aveva il compito di chiedere la mano della principessa bizantina Teofano in nome dell’erede al trono imperiale germanico, il giovane Ottone II.

Niceforo II Foca
Niceforo II Foca.

Liutprando, arrivato a Costantinopoli il 4 giugno, non trovò però la medesima accoglienza che gli era stata riservata anni prima da Costantino VII. Il nuovo basileus, Niceforo II Foca, secondo quanto riportato nella Relatio de legatione Constantinopolitana, fece di tutto per far fallire la trattativa: «Voi non siete Romani, siete Longobardi!». Alla sprezzante pretesa di superiorità del sovrano orientale, Liutprando avrebbe reagito con una delle descrizioni più caustiche della sua produzione letteraria: le tradizioni bizantine, decisamente apprezzate durante il suo primo soggiorno nel 949, vennero bollate come incivili; un regno tanto degradato non poteva che essere retto da un tiranno speculare: Niceforo è un uomo mostruoso, un pigmeo con la testa grossa, con gli occhi piccoli come una talpa e la faccia da porco, con una carnagione scura degna degli Etiopi e vestito di stracci, è «arrogante nel parlare, una volpe nell’ingegno, un Ulisse per lo spergiuro e la menzogna».

Tornato in Italia dopo tale grande insuccesso, Liutprando relazionò a Ottone e rientrò a Cremona nel 970. Forse per via di uno scarso interesse per l’attività pastorale, nel 971 non esitò a partecipare ad una terza missione diplomatica in Oriente, stavolta guidata da Gero di Colonia e conclusasi positivamente con l’arrivo in Italia di Teofano. Liutprando non poté comunque rivedere la patria cui era legato: si spense probabilmente nel 972, durante il viaggio di ritorno dall’Oriente tanto amato e tanto disprezzato.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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