Litigioso, confuso, inevitabile: il partito delle direzioni che conviene a tutti

05/04/2016 di Edoardo O. Canavese

La direzione di ieri non racconta di un Pd soltanto rissoso: dietro lo strappo di Cuperlo e Speranza ai danni di Renzi c’è la convenienza a restare nel partito, nell’auspicio di riconquistarlo

Pd Minoranza

Quella di lunedì non è stata la solita direzione del Partito Democratico, segnata dalla mera contrapposizione tra segretario e minoranza. Invero sì è discusso, e con tono assai più duri di quanto si sia abituati ad assistere. E proprio qui sta la differenza tra l’ultima direzione e tutte le precedenti. L’allontanamento dei principali esponenti di dissidenza interna da Renzi è divenuto tale da poter ormai parlare di due schieramenti che dividono la stessa assemblea, uno di governo (quello renziano), l’altro di partito (antirenziani). I giudizi espressi dalla minoranza democratica, insolitamente aspri anche per un uomo di sottile ma ficcante vena polemica come Gianni Cuperlo, segnano una formale sfiducia nei confronti del premier, ma anche la consapevolezza di come il variegato, litigioso corpus democratico sia l’ultimo, opportuno, luogo di politica attiva in Italia.

L’affondo di Cuperlo e di Speranza ha assunto toni tali da permettere di parlare di sfiducia nei confronti di Renzi, nella sua doppia veste di segretario e premier. Inadeguato per il primo, insufficiente per il secondo. Tanto basterebbe per parlare di un’ennesima ipotesi scissionistica. Tuttavia è azzardato pensare ad un’imminente separazione. Anzitutto non conviene a nessuno, meno che mai ai membri della minoranza, abbandonare il Partito alla viglia dell’appuntamento elettorale di giugno. In secondo luogo i dissidenti, il cui numero è andato snellendosi nel corso dei due anni di segreteria Renzi a suon di addii, oggi possono organizzarsi meglio, e rimanere in attesa a “osservare” le evoluzioni. I leader sono molteplici, ma il 2016 potrebbe riservare infauste sorprese per la carriera politica di Renzi, e un cattivo risultato alle amministrative, o la mancata benedizione dei cittadini alla riforma costituzionale nel referendum d’ottobre, metterebbero in discussione la leadership del segretario/premier.

La minoranza democratica non ha un leader. C’è Cuperlo, portavoce della sopravvissuta nicchia dalemiana, c’è Speranza che ha raccolto l’eredità di Bersani, e da adesso si è aggiunto anche Michele Emiliano, governatore della Puglia che ha fatto del referendum del 17 aprile il vessillo dietro il quale pare nascondere una strategia più interessata alla guida del partito nazionale. Se Emiliano rappresenta un oppositore “dinamico” a Renzi, capace anche di uscire dal partito, Cuperlo e Speranza, per la loro storia di militanza, rappresentano quella fazione che non si potrà separare mai dal pd. Secondo la formula offerta in direzione dal ministro Gentiloni, il partito o è loro o non è. Si tratta della scolastica considerazione nostalgica di un partito in mano ad un immutabile gruppo dirigente, che oggi si sente defraudato della guida da Renzi, considerato elemento estraneo. D’altra parte è la concezione stessa di partito-nazione che Renzi esercita nella sua doppia veste di segretario/premier.

Non sbaglia Speranza quando dice che Renzi, come segretario di partito, non ha fatto abbastanza. Il Pd nazionale si trova indubbiamente rigenerato nella sua veste di protagonista della scena, ma sui territori non si è assistito alla promessa rottamazione, e i signori delle tessere che prima sostenevano l’odierna minoranza, oggi sono sul carro del premier. D’altro canto per Renzi il Pd è stato il vettore per conquistare Palazzo Chigi. Senza la presa della segreteria, gli sarebbe stato impossibile tallonare Letta e assicurarsi un accordo politico con Berlusconi. Senza il ricorso alla direzione del partito, non sarebbe stato legittimato all’arrocco con Letta. In questi due anni di guida Pd, come sottolineato dal dissidente Speranza ma anche dal renzianissimo Vincenzo De Luca, è diventato un insieme di comitati elettorali ad uso e consumo del leader. Quello che Speranza non dice è che Renzi è riuscito dove la sua fazione di Pd, quella che vuole riprendersi il partito, per incapacità ed ignavia, non è mai riuscita: la diretta corrispondenza tra Partito e governo.

Soprattutto per meriti degli avversari, il Pd resta l’unico protagonista imprescindibile della politica italiana, e la direzione Pd è la rappresentazione plastica di un ruolo non derogabile di centralità. Rappresenta la piattaforma politica più dinamica, nonostante tutti i suoi difetti e contraddizioni. L’unica, a livello nazionale, per cui valga la pena militare, per politici arrembanti come Renzi e per professionisti del mestiere come Cuperlo e i rappresentanti della vecchia guardia dalemiana. Prestando il fianco all’opportunismo politico.

The following two tabs change content below.

Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
blog comments powered by Disqus