L’Italicum va cambiato?

11/03/2014 di Luca Andrea Palmieri

La risposta alla domanda del titolo è che sarebbe meglio, ma in modo diverso da come si pensi. Chi teme l’accoglimento di una pregiudiziale di incostituzionalità sulla legge elettorale probabilmente ha ragione, ma non per il motivo di cui molti sono convinti.

Tenendo presente che non esiste un sistema elettorale buono per tutte le stagioni, ma che il contesto politico e storico ne cambia di molto l’efficacia, l’Italicum è arrivato in un momento particolare per il paese: la sua struttura politica è cambiata per l’ennesima volta, trasformandosi in un tripolarismo di fatto, in seguito all’evidentemente fallimentare tentativo di avviarsi verso un bipolarismo, che ha avuto il suo apice nella creazione di Pd e Pdl ma che è morto nella loro incapacità di mantenere integra la loro struttura e con l’arrivo del Movimento 5 Stelle.

Senato
L’aula di Palazzo Madama: il cambiamento del Senato è essenziale per il funzionamento, allo stato attuale, dell’Italicum

La governabilità – L’obiettivo conclamato dell’Italicum è dare governabilità. Ci sono delle motivazioni tecnico-politiche dietro questa scelta, magari non per forza condivisibili ma di certo non campate in aria: chi si lamenta a ripetizione delle larghe intese dovrebbe guardare con interesse a un sistema di stampo maggioritario, tra l’altro presente in molti paesi come in Francia o Gran Bretagna, seppure con evidenti differenze. Il metodo utilizzato è quello del premio di maggioranza. In questo c’è la maggiore novità dell’Italicum rispetto ai sistemi del resto d’Europa, nonché una delle polemiche più forti. In effetti il sistema del premio di maggioranza del Porcellum era già stato considerato incostituzionale dalla Consulta: perché riproporlo? In primis perché, vista la cartina elettorale del paese alle ultime elezioni, si tratta dell’unico metodo per permettere a una delle parti in causa di avere una maggioranza in Parlamento. Persino un sistema come quello francese non la garantirebbe oggi.

Per capirci, il sistema maggioritario francese prevede collegi uninominali a doppio turno, dove il vincitore finale entra in Parlamento: alla fine vincerà il rappresentante del partito che riesce a raccogliere la maggioranza relativa, trasformandola in assoluta quando i candidati in competizione sono solo due. E’ un sistema che da molte certezze laddove i partiti più grandi sono due, ma quando, come oggi in Italia, ce ne sono ben tre, tutto diventa più difficile: il rischio è che comunque i seggi siano ripartiti tra tre grandi forze politiche, costringendo ancora il paese alle larghe intese. Se l’obiettivo è la governabilità, di sicuro questo sarebbe un fallimento. E la Consulta? Qua va specificata una cosa: la Corte Costituzionale non ha scritto che il premio di maggioranza in sé è illegale, ma che lo è laddove c’è la possibilità che diventi eccessivo, senza una soglia massima: così è stato alle ultime elezioni, e così sarebbe stato in ogni caso col Porcellum, vista la già citata cartina elettorale del paese. Dunque, un premio con una soglia massima al 18% eviterebbe la sproporzione temuta dalla Corte. Va da sé che va valutato se la grandezza del premio sia accettabile per la stessa. Tutto ciò ovviamente varrebbe solo nel caso di una vittoria al primo turno: il secondo turno di voto fa si che il premio venga assegnato specificamente dagli elettori, sulla base della loro scelta.

Il problema fondamentale nasce con le soglie di sbarramento. Non per la loro consistenza in sé, ma per il modo in cui interagiscono col premio. Il fatto che un partito sotto al 4,5% in coalizione non entri in Parlamento, comporta che una coalizione che presenti un grande partito al 25% e, per esempio, tre inferiori che insieme raggiungono il 10% (senza raggiungere la soglia), possa vedere entrare solo il grande partito, che a quel punto si ritroverebbe una sproporzione notevole di seggi rispetto ai voti effettivamente ottenuti. Qua sta il rischio più grande di incostituzionalità, che difficilmente, una volta portata la legge elettorale a giudizio, la Corte potrebbe ignorare. Va da sé che le scappatoie esistono sempre: se i partiti minori si alleassero, presentandosi con un’unica lista alle elezioni, o se imponessero la presenza dei loro candidati nelle liste del partito maggiore il problema non si porrebbe. Ragionando in termini di “real politik”, è difficile che qualcosa del genere non accada: che senso ha presentarsi alle elezioni per i partiti che rischiano di non superare la soglia se i loro rappresentanti hanno bassissime possibilità di entrare? Meglio a quel punto far blocco nell’ottica di avere un effettivo peso sulle scelte della coalizione di riferimento. La Consulta ne terrebbe conto? Certo è che si dimostra ancora una volta quanto sia difficile, a torto o ragione, evitare la “dittatura dei piccoli partiti” che così poco piace a Renzi.

Altro punto su cui c’è molta polemica è quello delle liste bloccate, “plurinominali”, di contro all’uso delle preferenze. Anche qua spesso ci si imbatte in un equivoco rispetto alla sentenza della Corte Costituzionale: anche le liste bloccate non sono state bocciate in sé, ma per il fatto che eleggevano troppi candidati, rendendo impossibile una scelta e una conoscenza effettiva del proprio candidato di riferimento. Tant’è che la stessa sentenza ha preso ad esempio casi di listini corti (come quelli spagnoli) che danno una possibilità di conoscenza, e dunque di orientamento, ben maggiore al cittadino. L’Italicum in questo senso fa un passo in avanti, proponendo listini bloccati in cui, sulla base delle simulazioni del Centro Italiano di Studi Elettorali (CISE), in ogni collegio possono venire eletti due, massimo tre (in rarissimi casi quattro, laddove un partito letteralmente domina) candidati. Un’alternativa potrebbe essere data dai collegi uninominali: ogni partito o coalizione presenta un solo candidato e il migliore vince. La conoscibilità in questi casi è certa e non vi sarebbe spazio per molti compromessi. Resta però il dubbio di come potrebbe funzionare il sistema rispetto al premio di maggioranza.

L'assemblea nazionale francese, eletta con collegi uninominali a doppio turno
L’assemblea nazionale francese, eletta con collegi uninominali a doppio turno

Il sistema delle preferenze invece è una carta piuttosto nota nel nostro paese: ritornando alla pura “real politik”, le preferenze tendono a premiare una politica più incentrata sul territorio (che non è un male di per sé) e poco attenta alle esigenze generali del paese: siamo sicuri che con l’attuale problema di spesa pubblica sia un bene? Senza contare che questo sistema è usato stabilmente nelle regioni, che hanno dimostrato di non essere proprio virtuose nei loro candidati premiati dalle preferenze (il caso Fiorito insegna). Per non parlare del problema del voto di scambio: volenti o nolenti bisogna averci a che fare, ed il fatto che le preferenze vengano, alle elezioni regionali, utilizzate molto più al sud che al nord, dove le indagini di questo stampo purtroppo sono all’ordine del giorno (è recentissimo il caso al comune di Napoli) deve far riflettere. Forse, non volendo veder tutto nero, sarebbe stato possibile un sistema misto, magari migliorativo della legge Mattarella, permettendo una scelta certa del proprio candidato di riferimento col preferenziale ma anche, con le liste bloccate, chi si occupi più di politica generale del paese, evitando anche così problemi col premio di maggioranza. Tutto ciò sperando che effettivamente la riforma del Senato venga portata avanti, o che in alternativa un “Italicum del Senato” venga, in caso di fallimento delle trattative, agilmente approvato. L’alternativa, in caso di elezioni sarebbe un enorme rischio di cadere nel caos.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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