L’Italia vista dall’Europa. Qualche passo avanti, ma criticità diffuse

09/03/2016 di Andrea Viscardi

Al di là degli annunci trionfali del Governo su lavoro e crescita, il contenuto del Country Report dedicato all’Italia e redatto dal gruppo di analisi della Commissione Europea descrive un Paese a due facce, con delle criticità ancora ignorate dalle politiche degli ultimi anni.

Passi avanti. Nonostante le solite debolezze strutturali (produttività, debito, investimenti etc.) il report riconosce all’Italia di aver fatto “qualche progresso” durante il 2015, seguendo le raccomandazioni provenienti dall’UE e portando a termine riforme nei settori del lavoro e bancario, oltre che in quello educativo e della pubblica amministrazione, apprezzando anche il fatto che attualmente è in discussione una legge sulla competitività.

Ma non troppo. In ogni caso il documento sottolinea altresì come la scelta di tagliare le tasse sugli immobili abitativi non sia stata in linea con le raccomandazioni provenienti dal Consiglio, che invitava invece Roma a trasferire parte del carico fiscale dai fattori produttivi proprio agli immobili abitativi. Inascoltata anche la richiesta di rifoma del catasto, bloccata da quasi un anno, e l’importantissimo taglio delle tax expenditures, un aspetto, quest’ultimo, poco trattato mediaticamente, ma che permetterebbe allo Stato di costruire un vero e proprio tesoretto utilizzabile per la riduzione del carico fiscale o per portare a termine ulteriori riforme strutturali.

Europa 2020. A due facce anche il percorso di raggiungimento degli obiettivi fissati dalla Strategia Europa 2020. Questi vede alcuni obiettivi in fase di raggiungimento o addirittura già conquistati, come la riduzione delle emissioni, l’aumento delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica o la riduzione del tasso di abbandono scolastico in giovane età. Su altri, invece, quale disoccupazione, investimenti in ricerca e lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, sono necessari ulteriori e ben più profondi sforzi.

Economia e banche. Nonostante la riduzione prevista nel 2016 e nel 2017 del debito pubblico e degli interessi ad esso collegati, si registra una previsione di riduzione del surplus primario, che potrebbe ostacolare e rallentare tale processo di riduzione. Apprezzate molto anche le riforme del settore bancario, nonostante alcune debolezze, quali ad esempio un livello di prestiti non performanti molto elevato, in particolare verso attività di tipo familiari o comunque medie e piccole. Il tutto, poi, senza dimenticare i casi Banca Etruria & Co.

Lavoro. E’ sul lavoro che – nonostante vengano evidenziati i segnali positivi in seguito al jobs act – il documento striglia l’Italia, esprimendo perplessità riguardo ai dati di esclusione dal mercato del lavoro dei giovani, delle donne, e allo stallo sul dialogo rispetto ad una riforma della contrattazione collettiva.

Investimenti
Investimenti

Investimenti. Dimensioni, quelle economica e lavorativa,  su cui pesa molto anche il calo degli investimenti privati, passato dal 18.7% del pil nel 2007 al 14.4% nel 2014 (accompagnato altresì da quelli pubblici). Uno scenario però destinato a cambiare: già dal 2015 si è registrata un’inversione di tendenza rispetto la privato, con il miglioramento delle condizioni creditizie ed un leggero aumento di domanda e margini di profitto. Per rilanciare definitivamente gli investimenti, il Governo dovrebbe ridurre ulteriormente la pressione fiscale sui fattori produttivi e riformare il sistema-giustizia che, nonostante gli accorgimenti degli scorsi anni, continua da essere tra i più lenti dell’Unione.

Allocazione inefficienteProduttività: gap europeo. Altro aspetto critico è rappresentato dalla produttività, stagnante dalla fine degli anni ’90, cioè ben prima dell’inizio della crisi, principalmente a causa di una drastica diminuzione della produttività totale dei fattori (TFP). Oggi, quasi tutti i settori dell’economia registrano un gap produttivo con il resto d’Europa: manifatturiero,  trasporto, comunicazioni sono solo alcuni dei settori colpiti. Una criticità difficile da risolvere, perché le aziende più colpite dalla bassa produttività sono quelle piccole e micro, che rappresentano, in Italia, la struttura portante del sistema. Un’eredità, almeno in parte, del falso mito del “piccolo è bello” sostenuto e difeso, per diversi decenni, e oggi vera e propria piaga dell’economia nostrana, ma anche dell’incapacità di allocare le risorse verso le aziende con produttività maggiore,  basti pensare che, se i livelli di distorsione fossero rimasti quelli del 1995, nel 2013 il livello dei TFP sarebbe stato del 20 per cento maggiore (per un esempio, vedere graph 2.1.6). Senza contare, poi, quanto incida sul calo della produttività la già citata disattenzione per l’innovazione e gli investimenti in R&D.

Export.  Concludiamo con un accenno alla situazione dell’export italiano. Per quanto il nostro Paese sia tra i maggiori esportatori, il documento redatto dalla Commissione ribadisce l’impatto particolarmente negativo dell’euro e della crisi, ma anche una ripresa, a partire dal 2010, inferiore a quella proclamata. Infatti, analizzando i dati, appare chiaro come, a fronte di una diminuzione, tra il 2004 e il 2010, maggiore dell’export italiano rispetto a quello di altri paesi europei, sia corrisposta una ripresa più lenta negli ultimi anni. I motivi, strano a dirsi, sono sempre i soliti: erosione della competitività, ma ancheExport

Contraddizioni in serie. Questo è l’aspetto che più emerge, leggendo il country report. Da una parte le riforme del lavoro, della scuola, del settore bancario e il calo del peso fiscale. Dall’altra, negli stessi settori, il fallimento delle politiche occupazionali giovanili, i pochi fondi investiti in R&D, le debolezze delle piccole e medie banche, l’abolizione della tassazione sulla prima casa. Tutti elementi che non solo rallentano, a detta della Commissione, la ripresa italiana, ma anche rischiano di avere ricadute profondamente negative su quella europea.

Indicatori economici

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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