L’Italia, un Paese fondato sulla rendita

07/05/2015 di Federico Nascimben

La recente sentenza della Consulta sulle pensioni desta molte perplessità e non sembra condivisibile perché appare innanzitutto una difesa di rendite di posizione in nome di diritti acquisiti, ma non pagati

L’Italia è un Paese fondato sulla rendita. La recente sentenza della Consulta con cui è stato dichiarato incostituzionale il blocco delle indicizzazioni delle pensioni tre volte superiori la minima ne è, infatti, l’ennesima controprova. Senza spiegare nuovamente quanto già trattato, passiamo direttamente alle prime esternazioni governative e spieghiamo perché anche i massimi organi costituzionali sul tema hanno posizioni ben poco condivisibili, sotto la luce della realtà.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, aveva dichiarato di star “pensando intensamente sia agli aspetti istituzionali sia a quelli di finanza pubblica”, ovvero “a misure che minimizzino gli effetti sulla finanza pubblica, nel pieno rispetto della Corte”. I due viceministri di via XX settembre, Enrico Morando e Enrico Zanetti, invece, avevano idee differenti: secondo il primo “se si dichiara illegittima la mancata corresponsione dell’adeguamento, quei pensionati ora hanno diritto ad averlo. La conseguenza è che l’adeguamento va corrisposto”; mentre il secondo aveva escluso che fosse “possibile restituire a tutti l’indicizzazione delle pensioni, per quelle più alte sarebbe immorale e il Governo deve dirlo forte. Occorre farlo per le fasce più basse”. La cosa simpatica è che, allo stesso tempo, molti esponenti politici stanno facendo a gara affinché a 5 milioni di pensionati venga restituito “quanto dovuto” e invece toltogli da una legge, il decreto Salva Italia, che al Senato venne approvata con 257 sì, 41 no e nessun astenuto. Come si suol dire, qualcuno avrà cambiato idea, nel frattempo.

Mentre rimane da capire come disinnescare i primi 16 miliardi delle clausole di salvaguardia (sono 27,5 a regime nel 2018, ricordiamo), se ne aggiungo altri 16,6, secondo le stime della Cgia di Mestre: 7,1 miliardi per le pensioni fino a 2.000 euro lordi, quasi 10 per quelle superiori. Ma i calcoli, per ora hanno un range molto vario che parte da 9, fino ad arrivare agli appena citati 16,6 miliardi. In linea teorica la prossima settimana dovrebbe essere illustrata la soluzione che il Governo prenderà: attualmente sembrerebbe che si vada verso una corresponsione a rate, parziale e proporzionata al trattamento pensionistico percepito, “minimizzando gli effetti sulla finanza pubblica” – come dichiarato da Padoan – e senza “compromettere l’impegno italiano a rispettare le regole del Patto” – come richiesto dalla Ue.

La sentenza però non convince affatto ed ha il sapore di difesa delle rendite per un insieme di ragioni. Se è stato dichiarato non adeguato e sproporzionato il blocco delle pensioni a partire da quelle tre volte la minima, perché a suo tempo non lo sono stati anche quelli del 1998 e del 2008, voluti dai Governi Prodi e Berlusconi, che non indicizzavano le pensioni pari a 5 e 8 volte la minima? Dove si fissa l’asticella dell’equità alla luce del fatto che, comunque, si parla di pensioni pari a circa 1.200 euro netti, che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno visto il versamento di contributi sufficienti e che i “post riforma Fornero” non vedranno mai (a parità di base imponibile)?

E ancora: perché quando la Corte ha dichiarato qualche mese fa l’illegittimità costituzionale della c.d. Robin Hood Tax – che stabiliva un’addizionale Ires del 6,5% per le sole imprese del settore energetico -, al contrario, ha fatto salvi effetti retroattivi in quanto questi determinerebbero “anzitutto una grave violazione dell’equilibro di bilancio ai sensi dell’art. 81 Cost.”? Non vi è infatti proporzionalità fra le due decisioni, perché se l’impatto della Robin Hood Tax nei conti pubblici era di poco meno di 3 miliardi, la sentenza sulle pensioni ha un impatto di almeno 9 miliardi di euro: tre volte tanto, al minimo.

In definitiva, l’impressione che la recente sentenza della Consulta desta è quella di una difesa di rendite costruite su un castello di sabbia in nome di diritti acquisiti ma non pagati; rendite che le classi più giovani non vedono e non vedranno, mentre assistono allo sgretolarsi del castello.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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