L’Italia pilatesca degli hotspot genera clandestinità

04/05/2016 di Edoardo O. Canavese

Il sistema dei centri d’identificazione non sta funzionando. I nuovi arrivati frettolosamente qualificati migranti economici e costretti a lasciare il Paese entro sette giorni, di tasca propria. Risultato? La maggior parte viene risucchiata nella clandestinità

Migranti

Il sistema dei centri d’identificazione non sta funzionando. I nuovi arrivati vengono troppo frettolosamente qualificati migranti economici e per questo costretti a lasciare il Paese entro sette giorni, di tasca propria. Ma la maggior parte viene risucchiata nella clandestinità, mentre il governo fatica a trovare una soluzione comunitaria al flusso migratorio.

Gli hotspot sono i centri di identificazione per migranti nati nell’ambito della nuova gestione del fenomeno migratorio da parte dell’Unione Europea. E’ l’Italia, storica meta favorita da chi sbarca sulle coste europee, ad avere il maggior numero di hotspot, ubicati a Lampedusa, Pozzallo. Negli hotspot vengono identificati i migranti, circa i dati anagrafici, le impronte digitali, il motivo del viaggio: se vengono infatti riconosciuti come migranti economici, ricevono un foglio di “respingimento differito”, che consente loro di lasciare l’Italia entro sette giorni con mezzi propri. Il progetto degli hotspot era nato dalla necessità di “razionalizzare” il processo d’accoglienza, rendendo l’accesso al suolo europeo più controllato e scongiurando la bolla migratoria distinguendo i profughi da quanti viaggiano per motivi economici. A pochi mesi dalla sua nascita tuttavia il sistema si merita un’insufficienza.

Al momento i nuovi centri di identificazione favoriscono la clandestinità. Durante i colloqui, qualora emergano motivazioni economiche legate al viaggio, i migranti sono immediatamente classificati come “economici”. E’ andata così per ben tremila delle 5254 persone sbarcate in Italia nelle prime sei settimane del 2016, secondo i dati del ministero dell’Interno. Sono numerose le denunce di migranti cui viene intimato di firmare fogli senza leggerne il contenuto. E’ lecito sospettare che in alcuni casi i profughi siano liquidati come migranti in cerca di un lavoro. A questi lo Stato italiano risponde che se ne devono andare, di tasca propria, entro sette giorni. Vuoi lavorare? Bene, non qui. Chi riceve il provvedimento di respingimento differito si adopera per oltrepassare il confine italiano, soprattutto per mezzo ferroviario. Ma il viaggio spesso s’interrompe già in Sicilia quando, senza biglietto, i migranti vengono accompagnati giù dal treno.

Passati i sette giorni alla ricerca di un modo (spesso del denaro) per uscire dal territorio italiano, il migrante identificato come “economico” cade nella clandestinità. La condizione di irregolare è l’anticamera di uno status di degradamento personale e sociale di cui risentono in primis il migrante e per riflesso la popolazione locale. Eppure l’Unione Europea all’epoca degli accordi sugli hotspot aveva suggerito che il governo italiano rimpatriasse i migranti economici nei paesi di provenienza. I mancati accordi con questi tuttavia hanno convinto Roma ad un atteggiamento pilatesco, che da un lato dimagrisce il numero dei richiedenti asilo, dall’altro fa “sparire” i migranti economici, dispersi in mezzo allo Stivale e costretti a cedere alla manodopera irregolare o all’emarginazione sociale. Si tratta di una strategia che nasconde il problema per qualche tempo, ma che, in vista di nuove e sempre più folte ondate dal nord Africa, rischia di mettere a repentaglio la gestione dei flussi in Italia e nel resto d’Europa.

In Europa non esiste governo che possa permettersi il rimpatrio di tutti i migranti economici verso i paesi d’origine. Né d’altra parte c’è una maggioritaria intenzione affinché la politica della ripartizione dei richiedenti asilo funzioni come deve. Ad oggi sono poco più di cinquecento i profughi arrivati in Italia che sono stati oggetto del piano per la redistribuzione dei migranti tra i paesi europei. Il pur piccolo fronte contrario alla redistribuzione tiene sotto scacco le istituzioni europee, incapaci ancora una volta di costringere i partner nazionali a politiche di respiro continentale. Il problema ormai soprattutto italiano (dato che il fronte greco-balcanico si va sgonfiando) è legato anche alla cattiva cooperazione tra gli addetti all’identificazione: spesso i funzionari Unhcr vengono preceduti dagli agenti di Frontex che, se riconoscono un migrante come economico, annulla qualsiasi successivo intervento dell’incaricato delle Nazioni Unite.

Il ministro dell’Interno Alfano nel corso di un intervento a Catania ha dichiarato di essere pronto a presentare all’Europa un piano per l’inaugurazione di uno o più hotspot nel Mediterraneo. In questo modo, sostiene il ministro, i migranti sarebbero identificati durante i soccorsi e, aggiungiamo noi, non toccando il suolo italiano non diverrebbero il problema che oggi rappresentano per uno Stato impreparato. La proposta ha riscosso l’interesse del commissario europeo per la migrazione Dimitris Avramopoulos, che tuttavia, aggiungendo la necessità di studiarne le questioni legali, ha congelato l’idea. Il tentativo di Alfano non è il primo del governo italiano, sempre più preoccupato da un’ondata migratoria dalle coste africane che potrebbe non avere precedenti. Qualche settimana fa Renzi proponeva il Migration Compact, ma il tentativo di un accordo economico coi paesi di principale provenienza migratoria non persuadeva la Germania, convinta ancora oggi che l’Italia possa e debba gestire l’arrivo di un massimo di 350mila migranti, più del doppio di quanti sbarcati l’anno scorso.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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