L’Italia padana di Salvini

19/09/2016 di Francesca R. Cicetti

Dal Ciampi traditore a Renzi, l'Europa e Berlusconi: dalla Roma ladrona all'Italia da salvare dai suoi molteplici nemici. Un'Italia "padana", quella di Salvini, che ne dirige e definisce una comunicazione sempre più aggressiva.

Solo per gratuita spietatezza, Matteo Salvini ha potuto definite Ciampi un traditore. Eppure, come tutti, ha conosciuto il Presidente. Con i piedi sporchi di fango del Po, si è lasciato trasportare dall’arringa, fino a dimenticare le proprie velleità scissioniste. Quelle sì, tra traditori della patria. A Pontida per i tre giorni del Carroccio, ha mitragliato gli avversari, Renzi, l’Europa, Berlusconi, perfino Papa Bergoglio. E non si è lasciato scappare una frecciata al Presidente Ciampi, poco dopo la sua scomparsa. Un bue che accusa l’asino di avere le corna, in maniera così straordinariamente evidente che ci si domanda se lo faccia con intenzione. Oppure se sia per il puro gusto di dare scandalo, a vent’anni esatti dall’annunciata scissione della Padania.

Il fatto è proprio questo. La Padania è ancora rigorosamente al suo posto, e Salvini, come chi lo precedeva, grida ancora alla pancia della gente. Eppure avevamo avuto l’idea che la Lega di oggi volesse segnare un nuovo corso. Più nazionale, forse. Sicuramente più feroce. D’altronde, le grandi capacità comunicative di Salvini gli permettono questo e altro. Ma vedendo l’adunata sulle rive del fiume sacro, si ha l’impressione di essersi sbagliati. Ancora cori, ancora rievocazioni di ampolle miracolose, ancora accuse come lame. Senza farsi ingannare, si tratta solo di un’impressione.

Sarebbe un errore sottovalutare la crociata nazionale salviniana. Che sì, l’Italia unita è ancora il nemico, per intenti e per programma. Ma proprio per questo va conquistata e “padanizzata”. Insomma, sembra che non possiamo ancora dimenticare gli inviti a pulirci con la bandiera e il finto parlamento del nord, e lo dimostra anche la presenza di Umberto Bossi, affacciatosi accanto al suo ritrovato pupillo. Al tempo stesso, le mire si allargano. La lotta politica assume il linguaggio di una guerra. Non è più un volersi separare dalla Roma ladrona. Ora si tratta di calare sugli italiani per salvarli da quella capitale usurpatrice, simbolo di un intero sistema corrotto.

Nuova spinta, dunque, più spietata. Ecco cosa esce fuori da Pontida. Con l’ausilio di una comunicazione straordinariamente efficace, nella quale Salvini è maestro. Non lo troviamo solo sui giornali o sui social, ma anche sulle riviste di gossip che sfogliamo distrattamente dal parrucchiere. E anche tra un taglio e una piega possiamo sentirlo affermare la necessità di difendere la patria da chi vuole mandarla in rovina. Renzi, l’Unione, ma anche Grillo, che sottrae i voti degli scontenti. E persino Forza Italia, perché Stefano Parisi è tale e quale a Beppe Sala. Insomma, l’unico potere salvifico in questa guerra, è quello che cala dal nord.

Difendere l’Italia e gli italiani, dunque, da uno Stato crudele. Un’Italia padana, sia chiaro. Non la stessa della sinistra e dei buonisti. Quella incantata dal miracolo di Salvini. Ed è proprio per questo che il leader attacca Ciampi in maniera così indiscutibilmente arrogante. Perché Ciampi è ancora il simbolo di una Repubblica che incute rispetto. Qualcosa che nell’immaginario leghista non può resistere a lungo. Nella strategia comunicativa di Matteo Salvini, nulla è casuale. Soprattutto le provocazioni.

Unico neo: Salvini è solo. Fatta salva forse la neomamma Meloni, la Lega è sola in questo nuovo corso. Per proporre un’alternativa a Renzi, di certo non può chiedere appoggio a Berlusconi. Per stile di leadership e per possibilità, almeno al momento, Forza Italia rappresenta tutto tranne che una soluzione. Tanto più che Salvini lo ha ripetuto, non sono possibili mediazioni. E se i voti del malcontento sono raccolti dal Movimento Cinque Stelle, a lui non resta che una possibilità. Spingersi ancora più a destra per conquistare la destra. Una scelta che, però, raramente paga. Persino il Front National di Marine Le Pen ha dovuto mitigare la propria verve per allargare la base votante. Non si vuole minimizzare, al contrario. Ma la conquista dell’Italia padana sembra ancora lontana.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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