L’Italia e la necessità di cambiare: essere italiani, ma con più impegno

12/07/2014 di Luca Andrea Palmieri

C’è da mettere in rilievo un punto sull’ansia riformista del Governo. La necessità di mostrare alla platea internazionale (prima ancora che all’Unione Europea) l’impegno dell’Italia a migliorare una situazione difficile rende i tempi necessari più stretti di quanto logica non vorrebbe. E’ questa una, minima, giustificazione al modo in cui si sta portando, a suon di slogan e con tempistiche un po’ irrealistiche, il disegno riformativo di questo paese. Il problema a questo punto è il “come” lo si porta avanti. Il tempo è il primo nemico di un lavoro ben fatto, soprattutto quando comporta la mediazione tra interessi diversi (nel caso di riforme come quella del lavoro) o tra idee di fondo differenti (come nel caso delle riforme istituzionali). Una situazione aggravata dalla complessità di certi ambiti: il rischio è di pagare pesanti dazi, in termini di funzionamento, di governabilità, etc., a causa di “virgole sbagliate”.

Il problema è: come siamo arrivati a questo punto? Da Mani Pulite in poi il paese ha vissuto una fase storica in cui, indipendentemente dal giudizio su ogni singola parte politica, la frammentazione non si è ridotta, nonostante le apparenze, e il mantenimento in piedi del sistema paese, nonché di molti centri di potere, ha portato all’immobilismo più assoluto sul piano riformista. Sia ben chiaro, la colpa è della politica ma non solo: c’entrano anche quelle larghe parti della società che, nel timore di perdere il loro piccolo feudo di potere, o di dover lottare di più per ottenere il loro guadagno, hanno approfittato della debolezza del mondo politico per fare le pressioni giuste affinché non cambiasse mai nulla. Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi tutti: in Italia non è solo la politica a dover cambiare (lo sta facendo: il come è un altro discorso), ma l’intera società si deve adattare a un mondo che non è lo stesso di prima della caduta del Muro di Berlino, e non lo sarà mai più. Qualcuno sembra non averlo ancora capito, ma l’idea di sentirsi ancora una sorta di oasi isolata, figlia del boom degli anni ’60, è folle.

Una giungla infinita di società pubbliche dalla natura spesso opaca; un sistema industriale per larghi tratti poco improntato all’efficienza e all’innovazione e troppo dipendente dalle sovvenzioni pubbliche; Un’incapacità cronica del sistema giudiziario di agire entro tempi consoni; un sistema di servizi inefficiente ma che si ribella strenuamente a ogni forma di liberalizzazione. Se questi segnali non sono abbastanza – e ce ne sono molti altri – per capire quanto siano necessarie le riforme, allora si vada a vedere l’esempio tedesco. La tanto odiata Germania, che oggi ha l’economia più forte d’Europa, considerata la vera potenza egemone dell’Unione Europea, fino a non molti anni fa non se la passava  così bene. Era lei, tra fine anni novanta e inizio anni 2000, ad essere considerata il “malato d’Europa”. Fanno presto in molti a dire che le cose sono cambiate grazie all’euro. Di certo la moneta unica ha aiutato la competitività delle esportazioni di un paese abituato alla moneta forte, ma non possiamo dimenticare che alcuni vantaggi li abbiamo avuti anche noi: l’esempio tipico è la forte riduzione del costo degli interessi sul debito. Un tesoretto che è andato sprecato nei mille rivoli della mala gestione.

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Peter Hartz, ex-direttore delle risorse umane di Volkswagen AG e consigliere dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder.

Quel che in Germania c’è stato, e da noi no, sono state le riforme: il caso tipico (La Voce ne trattò abbondantemente qui) è quello delle “riforme Hartz”, ma pure i tedeschi hanno giovato di altri interventi, come il decentramento della contrattazione dai Lander alle singole imprese: qualcosa di ancora impensabile qua da noi. Inoltre fu storica la flessibilità con cui i sindacati si posero di fronte a una situazione difficile. Il fatto di essere pronti a trattare senza remore e con pochi pregiudizi ideologici ha fatto si che la situazione sia stata affrontata tenendo presente molte più categorie sociali – non solo quelle super-tutelate italiane –.

Invece la riforma del mercato del lavoro, in Italia, rimane sempre l’utopia maggiore. Tutti la vogliono, tutti ne riconoscono l’importanza ma intanto non ci si arriva mai. Nonostante il “fervore riformista”, con tutti i dubbi che negli altri ambiti questo può portare, sul lavoro il governo pare sostanzialmente impantanato, bloccato da veti incrociati che richiederebbero una forza d’azione molto più ampia. E intanto le categorie meno protette si ritrovano sempre più isolate: basti pensare ai dati sulla disoccupazione giovanile.

Ma il punto non è solo questo. La Germania ha avuto bisogno di agire per lo più sulla contrattazione e sul costo del lavoro. Qui da noi gli ambiti di intervento sembrano essere infiniti. La burocrazia ci schiaccia, una giustizia lenta produce ingiustizia e fa letteralmente fuggire qualsiasi investitore straniero, spaventato dalla prospettiva di avere a che fare con cause ventennali. Il costo del lavoro è il più alto – a causa anche delle tasse, ma non solo: intanto si attendono ancora interventi reali sull’Irap – con una produttività bassa, se comparata ad altri paesi europei.

L’Italia ha comunque tanti lati positivi, che spaziano dall’enorme tradizione produttiva passando per il manifatturiero di qualità – col marchio Made in Italy che necessiterebbe di una strategia seria –, per il potenziale turistico, per la produzione agricola (uno dei pochissimi settori in crescita, grazie all’export), per il fatto che siamo ancora fucina di talenti in ogni campo. Tutto questo però rischia di andare perduto. Venga il riformismo, se ben fatto. Vengano i cambiamenti, quando portano un miglioramento. Ma vengano, altrimenti rischieremo una bocciatura ben più grave di quella della Commissione Europea. Con tanto di nota “era capace, poteva farcela, ma non si è impegnato abbastanza”.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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