L’Italia, le tasse, ed un modello completamente sbagliato

08/04/2014 di Giovanni Caccavello

La tassazione totale sulle imprese italiane rimane la più alta del continente, e solamente la Francia, Paese europeo storicamente statocentrico, ci tallona in questo triste primato

65,8% – L’ultimo report pubblicato il 19 Novembre dalla World Bank, insieme alla Società Finanziaria Internazionale (parte del World Bank Group) e a PriceWaterHouseCoopers, rivela dati davvero sconfortanti per l’Italia. Il Total Tax Rate, cioè il tasso totale di imposte e contributi che un impresa media paga allo Stato è di circa 66 Euro ogni 100 Euro di utile. Lo Stato risulta così agire come azionista di maggioranza.

Il paese Europeo che più si avvicina al nostro è la Francia, paese storicamente “statalista”, dove la percentuale di contributi totali che un impresa paga equivale al 64,7%. Facendo qualche piccolo paragone, ad esempio tra i paesi del G7, quelli più avanzati, possiamo notare come il Canada abbia un livello di Total Tax Rate pari al 24,3%, la Germania del 49,4% Il Giappone del 49,7%, il Regno Unito del 34% e negli Stati Uniti del 46,3%.

Da notare infine come la media mondiale, riscontrata prendendo in considerazione l percentuali di 185 paesi si attesti intorno al 43,1%, oltre 22 punti inferiore al nostro livello di tassazione. Peggio di noi, in questa speciale classifica fanno solo paesi 17. Paesi.

Lo studio – L’elaborazione effettuata ogni anno dalla World Bank ed i dati si possono trovare qui  e qui . Nel rapporto “Doing Business” si considera una azienda tipo, cioè una società a responsabilità limitata con 60 dipendenti (4 dirigenti, 8 assistenti e 48 lavoratori), e viene calcolata l’incidenza di tassazione sui redditi, tasse e contributi sul lavoro e altre forme di prelievo. Da ricordare, inoltre, come la definizione della Banca Mondiale di “Total Tax Rate” è la seguente: l’aliquota fiscale totale misura la quantità di imposte e contributi obbligatori a carico delle imprese dopo la contabilizzazione di deduzioni ed esenzioni consentite come una quota dei profitti commerciali. Imposte trattenute (come l’imposta sul reddito personale) o raccolte e rimesse alle autorità fiscali (quali aggiunte di imposte, tasse sulla vendita di valori o delle merci e tasse di servizio) sono escluse”.

Risultati – Se poi a questo dato inseriamo anche altri indicatori come il numero di versamenti annui che un azienda media deve effettuare (che sono 15 in un anno contro una media europea di 12,8) ed il numero di ore che gli adempimenti richiedono (che arrivano a 269 contro una media europea di 184), si capisce come mai la maggior parte delle nostre imprese fanno fatica a competere con le pari dei paesi più sviluppati e a migliorare la loro produttività. I piccoli e medi imprenditori italiani sono sfiniti e lo si può benissimo comprendere. La colpa di tutto questo è dello Stato che preleva i soldi del settore privato come se fosse un conto aperto e non si preoccupa di garantire servizi adeguati.

Se infatti osserviamo attentamente le varie economie Europee si può notare come peggio di noi facciano solo Polonia, Ungheria, Romania e Ungheria, insomma i paesi che fino al 1989 si basavano su un economia pianificata di stampo sovietico. Il paragone non deve essere preso alla lettera ma va comunque preso in considerazione come spunto di riflessione.

Riflessione – Al fine di fare una riflessione più attenta, è anche giusto ricordare come lo Stato italiano abbia sempre svolto, nel corso dei decenni a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, un ruolo troppo importante e sempre più invasivo nell’economia del nostro Paese. Questo ha portato da un lato la “società” italiana ha fare sempre più affidamento sullo stato e sul suo sistema di welfare, spesso inefficiente, e dall’altro ha permesso allo stato di prosperare in modo sempre maggiore ed irresponsabile sopra le spalle dei singoli cittadini. Un rapporto della “Heritage Foundation”, organizzazione sponsorizzata e supportata dal Wall Street Journal, mostra come, tra le altre cose, la libertà economica italiana risulti essere molto limitata. Secondo il ranking stilato dalla Heritage Fundation (che potete trovare qui), l’Italia, su 43 Paesi europei, si trova al 35esimo posto, facendo registrare 60,9 punti contro una media europea di 67,1 punti.

Tenendo in considerazione tutti i fattori presi in considerazione diventa molto complicato discutere la miriade di problemi che attanagliano il nostro Paese, ma un punto di convergenza risulta visibile agli occhi di tutti: lo Stato dovrebbe seguire una pesante cura dimagrante; i sindacati, le varie parti sociali ed i vari enti, dovrebbero lasciare spazio ad un cambiamento radicale dell’assetto del Paese e, soprattutto, i cittadini e gli imprenditori dovrebbero pagare molte meno tasse al fine di ridurre il livello di risorse di cui lo Stato ingiustamente si appropria e inefficacemente utilizza.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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