L’Italia è veramente immune dal rischio Grexit?

29/06/2015 di Federico Nascimben

Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha nuovamente ribadito che il nostro Paese può stare tranquillo perché "abbiamo armi contro le speculazioni" in caso di uscita della Grecia dall'Euro. Ma è proprio così?

In un’intervista pubblicata oggi sul Corriere, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha nuovamente ribadito che in caso di Grexit il nostro Paese può stare tranquillo, perché “abbiamo armi contro le speculazioni”. Ma è davvero così? Vediamo cosa ci può rassicurare e cosa invece ci può preoccupare, premesso che modalità e tempi di un’uscita della Grecia dall’euro dipendono da come la situazione verrà gestita da Bce, Ue e Governo ellenico; e che entrando in quelle acque inesplorate – a cui ha fatto diverse volte riferimento il presidente dell’Istituto di Francoforte, Mario Draghi – sappiamo cosa ci lasciamo alle spalle ma non sappiamo cosa ci troveremo di fronte, in quanto si tratterebbe di situazione nuova e non prevista dai Trattati.

La situazione, ad ora e in breve

Non avendo raggiunto alcun accordo in seno alle varie riunioni dell’Eurogruppo sulle riforme che Atene avrebbe dovuto implementare in cambio del Piano di aiuti da 7,2 miliardi di euro (la cui scadenza è prevista per domani, 30 giugno, contemporaneamente ad una tranche di circa 1,5 mld da pagare al Fmi), il primo ministro e leader di Syriza, Alexis Tsipras, ha annunciato a sorpresa un referendum per il 5 luglio in cui i cittadini saranno chiamati a votare “sì” o “no” alle proposte dei creditori (invitando a votare negativamente).

L’Eurogruppo ha rifiutato di prolungare il piano di aiuti fino a tale data, come richiesto dal premier greco. La Bce per il momento ha mantenuto invariato a 89 mld l’Ela e mercoledì si riunirà per decidere se continuare a fornire o meno la liquidità di cui necessitano le banche greche per far fronte al continuo deflusso di capitali e al più generale collasso dell’economia. Nel caso più che probabile che Francoforte decida di porre fine al programma, la strada verso il collasso finanziario vedrebbe una fortissima accelerazione. Per queste ragioni sia la Borsa che gli istituti di credito ellenici rimarranno chiusi almeno fino al 7 giugno, e dagli sportelli sarà possibile prelevare fino ad un massimo di 60 euro al giorno – come annunciato da Tsipras.

Come si vede, la situazione è estremamente volatile e cambi di scenario sono sempre dietro l’angolo.

Perché possiamo tranquilli

Prima di tutto, per utilizzare le parole di Padoan, oltre a tutti gli strumenti di politica monetaria messi in campo dalla Ue e dalla Bce a partire dagli anni 2000 e, soprattutto, dal 2010 (Efsf, Esm, Smt e Omt), vi è “il Quantitative easing, l’acquisto di titoli sui mercati nazionali, per stabilizzare lo spread. Ricordo che non siamo nel 2011: oggi le istituzioni sono più solide”. E ciò indubbiamente riduce sensibilmente il rischio contagio, limita la risalita dei rendimenti obbligazionari e tutti i rischi che abbiamo conosciuto nella calda estate di quattro anni fa.

Inoltre, sempre secondo Padoan, anche le conseguenze per i nostri conti pubblici sarebbero limitate, dato che per i crediti che l’Italia vanta verso la Grecia “si tratta di 10,2 miliardi di prestiti bilaterali e 27,2 di contributi al fondo [Efsf, cioè il c.d. fondo salva Stati i cui rimborsi partono dal 2022, ndr]. Smentisco che il default greco produrrebbe un aumento del debito: è già tutto contabilizzato”; e il coinvolgimento diretto delle banche italiane è “inferiore a 1 miliardo di euro”, secondo quanto dichiarato dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli.

La quota di esportazioni italiane in Grecia, infine, è molto bassa, essendo pari allo 0,9% del totale ed allo 0,2% del Pil.

Perché dobbiamo preoccuparci

Premesso nuovamente che tutto dipenderà dalle modalità di un eventuale default, da se e da quanto la Grecia riuscirà a ripagare i suoi 322 miliardi di debito, ciò che deve preoccupare riguarda le esposizioni e le conseguenze indirette di un fallimento di Atene, nonché il riflesso politico sulla Ue come Istituzione di una Grexit, in quanto l’irreversibilità dell’euro verrebbe messa in discussione causando vendite e panico sui mercati azionari (rischiando di perdere i più che positivi numeri fatti registrare da Piazza Affari negli ultimi 6 mesi, +25%) e obbligazionari dei Paesi più deboli. Tutte ragioni per cui, ovviamente, si rendono vane previsioni aprioristiche.

Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, l’esposizione del nostro Paese varia a seconda dei calcoli dai 40 ai 65 miliardi di euro (siamo terzi dopo Germania e Francia). In caso di Grexit, calcoli spannometrici di Angelo Baglioni, professore di Economia all’Università Cattolica, evidenziano che “un aumento di 100 punti base, in un Paese che ha 2000 miliardi di debito, valgono 20 miliardi. Visto che ogni anno vengono rinnovati 3-400 miliardi di debito, fanno 3-4 miliardi in più di interessi. Poi però la crescita è esponenziale perché i titoli si accumulano e l’onere già dal secondo anno è di 5-6 miliardi. In cinque-sei anni si arriva appunto a 20, ovviamente sempre che non si sia riusciti ad abbattere nuovamente gli interessi”.

Se la Grecia dovesse dichiarare integralmente default sui circa 20 miliardi acquistati tramite il Smp, si renderebbe necessaria una ricapitalizzazione della Bce pro quota (dato che l’Italia partecipa alla capitalizzazione dell’Istituto di Francoforte per il 12,3%). A cui si aggiungono 14,2 miliardi del meccanismo di stabilità Esm. Degli 89 miliardi versati dalla Bce per l’Ela, invece, risponde direttamente la Banca centrale greca: se questa non sarà in grado di assorbire le perdite (cosa più che probabile) dovrà intervenire a sua volta lo Stato greco con una ricapitalizzazione, ma se questo dichiara default le conseguenze sull’Eurozona e le Banche centrali sono inevitabili.

Nonostante il Tesoro abbia anticipato il finanziamento necessario per il rinnovo dei titoli di debito pubblico in scadenza nel 2015, approfittando dei bassi rendimenti – dato che la raccolta ad aprile aveva già superato il 42% del programma annuale – la spesa per interessi prospettata nel Def rischia fortemente di essere superata dal nuovo scenario derivante dall’escalation della vicenda greca. Salirebbe quindi il costo del servizio sul debito, a cui si aggiungono due fatti certi, derivanti da altrettante decisioni della Corte costituzionale: 2,1 miliardi di euro causati dal rimborso degli adeguamenti delle pensioni a cui si sommeranno gli aumenti salariali dovuti a partire dal 2015 ai dipendenti pubblici. Fattori che rendono sempre più arduo il disinnesco delle clausole di salvaguardia previste nella precedente legge di stabilità, pari a 16,1 miliardi per il 2016. E ciò, indubbiamente, metterebbe ancora più a rischio la flebile ripresa prevista.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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