L’Italia in Europa: un potenziale inespresso

08/06/2013 di Luca Andrea Palmieri

Mancate alleanze coi paesi mediterranei e negligenze alla base di molti dei problemi con l'Unione Europea

Il 6 giugno il noto economista statunitense James Galbraith, ospite dell’istituto Eurispes, ha dichiarato che l’Italia dovrebbe mettersi alla guida dei paesi dell’ Europa mediterranea per contrastare il dominio del nord europeo nella politica economica dell’Unione. Galbraith ha dichiarato che nella difficile situazione economica del vecchio continente l’Italia è il paese cruciale: “Non può essere ignorato, ha una posizione strategica fondamentale, se decidesse di usarla”.

Più influenza di quanto si pensi – In queste ultime parole si trova il senso più profondo del suo intervento, nonché una delle problematiche maggiori del nostro paese rispetto all’Unione Europea. L’opinione pubblica italiana si lamenta dell’influenza dell’Europa nei nostri affari, infiammata da una politica spesso alla ricerca della scappatoia più semplice: “Ce lo chiede l’Europa” è una delle frasi più lette nelle dichiarazioni sulla politica economica italiana. Va detto che è vero, ed è il maggior problema dell’Unione Europea, che all’interno delle sue istituzioni manca troppo spesso solidarietà sociale. Ma si tende a dimenticare che l’Europa siamo anche noi, ed in modo piuttosto consistente. Basti pensare al Parlamento Europeo. Con il procedimento legislativo ordinario impostato dal Trattato di Lisbona, che in questi anni sta completamento il suo radicamento nelle istituzioni, il Parlamento si occupa della grande maggioranza delle decisioni dell’Unione. L’Italia ha al suo interno 73 rappresentanti, meno solo di Francia e Germania (che tra l’altro negli ultimi anni ne ha persi 3) e quanti il Regno Unito. Quasi 20 più della Spagna (ferma a 54), più di Svezia, Danimarca e Finlandia messe insieme, che arrivano a quota 46.

Un sistema che può funzionare meglio – Non ha torto Galbraith nel definire strategico il nostro ruolo, a maggior ragione se pensiamo alle possibili alleanze regionali all’interno dei luoghi di decisione. Sia ben chiaro: parlare di alleanze regionali all’interno dell’Unione non significa alimentare gli scontri, anzi: significa che funzionerebbe finalmente bene il sistema di tensione democratica che, sviluppandosi nel Parlamento permette di arrivare a decisioni condivise (come anche nel Consiglio, altro organo di decisione definitiva, sul quale taceremo del complicato sistema di decisione, basti sapere che il principio rimane lo stesso). E’ un sistema non diverso da quello del confronto tra partiti politici all’interno di un paese (magari meglio funzionante del nostro). Non si faccia troppo riferimento ai gruppi politici dove si posizionano oggi i Parlamentari Europei (tipo il Partito Popolare Europeo). In futuro, se l’Unione invece di disintegrarsi aumenterà la sua integrazione, forse questi avranno maggior rilevanza. Oggi, sostanzialmente, contano molto di più gli interessi delle singole nazioni.

Le possibili alleanze – Detto questo, possiamo andare a osservare alcuni dei blocchi fondamentali. I paesi nord Europei, comprensivi della Germania e dell’Austria, molto vicina ai tedeschi, ma senza Regno Unito, che ragiona spesso per sé, arrivano in Parlamento a 189 voti. I paesi dell’Europa Mediterranea, senza la Francia, raggiungono i 191 voti. Un vantaggio di due voti che, se la Francia (oggettivamente più vicina all’Italia che alla Germania a livello di sistema, per quanto più portata storicamente a un dialogo spesso tortuoso con i tedeschi) si allineasse con maggior forza ai paesi dell’area mediterranea, si trasformerebbe in un vantaggio schiacciante. Senza contare che andrebbero considerate diverse realtà, come quelle dell’est Europeo, o l’Irlanda o i paesi baltici, con cui i potenziali gruppi hanno diversi margini di trattativa, e che permetterebbero un livello di discussione sempre alla pari.

Unioni solide vs. divisioni ingiustificate – Eppure sembra che siano sempre i paesi del nord Europa a dirigere il dibattito nell’Unione. Frutto della loro maggiore forza economica? In parte può anche esser vero, ma è altrettanto vero che, quando vi sono decisioni importanti da prendere, questi si muovono sempre compatti. Si incontrano, regolano la loro strategia e la portano nelle sedi decisionali con forza e attenzione. Nell’Europa mediterranea questo non succede: ognuno porta avanti gli interessi del proprio singolo paese; spesso capita persino che all’interno della rappresentanza di un paese vengano evidenziati interessi diversi (l’Italia non è nuova a questi casi). Se i paesi dell’area mediterranea iniziassero a parlarsi di più, con più forza, e mettessero insieme strategie per uscire dalla situazione di crisi, allora le cose forse inizierebbero a cambiare.

Il nuovo ruolo dei Parlamenti – Tutto ciò non vale solo per le fredde questioni numeriche. Galbraith, durante la conferenza diceva: “I paesi mediterranei dovrebbero parlarsi molto di più: spaventerebbero gli altri, e le banche centrali sono facilmente spaventabili”. Insomma, è un avvertimento del fatto che, davanti a gruppi compatti, è difficile che quelli che le cosiddette “forze dominanti” non si mettano sull’attenti e inizino una discussione molto più alla pari. Infine, il discorso si estende anche ai Parlamenti nazionali. Dal Trattato di Lisbona, è obbligatorio per la Commissione presentare ogni anno i provvedimenti che verranno discussi in sede legislativa ai singoli Parlamenti. Questi potranno rispondere inviando le proprie osservazioni al riguardo, e seguendo tutto il procedimento. L’Italia ha recepito la norma già con parecchio ritardo, e finora si è visto ben poco a livello di risposte e di seguito all’attività europea. Non ci si deve stupire poi, se le direttive europee cadono come macigni sugli equilibri interni del paese. L’Italia in questo senso deve cambiare, e rendersi conto che, se si vuole veramente prendere il meglio dall’Unione Europea, bisogna rendersi primi protagonisti. Senza scenette molto televisive o strappi diplomatici, come visto in passato, ma con un lavoro strutturato e a tutti i livelli (dal Parlamento ai singoli ministeri) all’interno delle Istituzioni.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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