L’Italia e il dominio delle leadership

28/11/2014 di Luca Andrea Palmieri

Renzi, Grillo, Berlusconi e ora Salvini: sono sempre più personaggi carismatici a dominare la scena politica: perché?

Inutile girarci intorno: il modello delle leadership, ormai comune a tutti i partiti odierni, dimostra che ha vinto il modello Berlusconi. Lo mette in evidenza il fatto che, nonostante gli enormi problemi di tutte le forze politiche, a dominare la scena non sono “entità”, ma singoli personaggi: Renzi, Grillo, ancora Berlusconi, per quanto in decadenza e un Salvini in ascesa. E’ il tempo dei leader, sempre più decisivi anche rispetto al decennio passato, in cui lo schema in cui si muovono si è consolidato. D’altronde non c’è molto da stupirsi: dopotutto l’ex Cavaliere ha spinto col suo carisma il centrodestra per vent’anni, facendone il dominatore di una scena politica nazionale che sembrava, dopo decenni di DC, pronta a una sostanziale svolta a sinistra.

Non è un caso che la stessa sinistra sia riuscita a sfidare al meglio B. solo quando aveva dalla sua una leadership più o meno solida. Siamo sinceri, Prodi è stato un leader pacato, scevro da forzature e da grandi slogan, ma in un certo qual modo ha trasceso i tanti capi-corrente interni, più o meno forti, che si sono susseguiti senza successo nella lotta al centro-destra berlusconiano. E la breve durata dei precedenti governi di centro-sinistra è anche figlia della sua debolezza.

La cancelliera tedesca Angela Merkel
La cancelliera tedesca Angela Merkel

La questione non sta tanto nel modello in sé, quanto piuttosto nella cultura e nel contesto storico che permea di volta in volta un paese. Negli Stati Uniti il concetto di leadership è inciso nel marmo dalla nascita della Federazione, e l’idea di un “uomo forte” alla guida – che sia più simbolica o sostanziale – è presente anche in Gran Bretagna e Francia. Al contrario, paesi come la Germania o la Spagna preferiscono sistemi dove le scelte sono più diffuse: la stessa Angela Merkel, indubbiamente il politico più potente d’Europa, deve la sua influenza in Germania a due fattori: il suo partito, la CDU, storica forza cattolica la cui base elettorale nasce ben prima di lei; e l’attuale Große Koalition, che le permette di governare con l’appoggio della cattolicissima CSU bavarese e dei socialisti del SPD: due forze politiche di certo non contigue. Sono la forza economica e la coesione politica e sociale del paese a rendere la Merkel così rilevante in Germania, non il suo ruolo in sé.

La situazione italiana è praticamente l’opposto. Anni di sprechi e mala politica hanno portato a una crisi economica da cui non sembrano esserci sbocchi. La popolazione è in larga misura sfiduciata. Le radici profonde della questione, tra l’altro, vengono proprio da un sistema, quello della Prima Repubblica, andato avanti a suon di accordi e compromessi, trasformatisi poi in clientelismo di massa e tangenti. Non tutti ricordano che all’alba della Seconda Repubblica si veniva da un’altra crisi economica, ed il successo di Berlusconi nacque anche dalla speranza nell’”homo novus” che portasse una ventata di freschezza e modernità alla politica italiana, con la sua rivoluzione liberale. Sappiamo tutti com’è andata a finire.

Eppure con il ritorno della crisi l’idea di un “leader trascinante” è tornata più forte che mai. Forse è nel nostro DNA. Forse, chi più chi meno, è tutta l’umanità ad avere nei geni la tendenza ad aggrapparsi ad un soggetto carismatico laddove non riesce ad uscire dai guai subito con le proprie forze. E non è certo la prima volta che il nostro paese, nella sua storia (anche prima dell’unificazione, nei suoi singoli staterelli), si affida ad una figura singola per uscire dal pantano. C’è da dire che un passo avanti è stato fatto: un tempo erano sovrani stranieri ad essere accolti come liberatori, nell’ingenuità del popolo.

Ma la storia non si declina sempre ciclicamente, ed anche da noi c’è stata un’evoluzione nei modi, nei personaggi e nelle prospettive. C’è anche un altro problema di fondo nel dominio attuale delle leadership. C’è il fallimento sostanziale della politica, dei suoi personaggi e delle organizzazioni diffuse, che dovrebbero risolvere i problemi dalla base per poi estendersi, piramidalmente, fino agli indirizzi generali. In altre parole, il problema è il fallimento dei partiti, come organizzazioni di persone che si associano per risolvere i problemi della gente. A perdere è il concetto di associazione, di partecipazione: si ha la sensazione di contare sempre meno. Una questione sintomatica oggi soprattutto nella sinistra, ma che ha investito negli anni ’90 anche il centro (soprattutto più destrista) e che colpisce in assoluto ogni forma di partito tradizionale.

L'ex leader dell'Ulivo Romano Prodi
L’ex leader dell’Ulivo Romano Prodi

I sintomi di questa situazione sono evidenti ovunque, basta guardare un Tg o leggere un giornale: ovunque i Consigli Regionali – eletti con le preferenze e certo molto più vicini ai cittadini rispetto ai Parlamentari – sono colpiti da scandali infiniti tra ruberie e privilegi. L’affluenza è in calo perenne da più di vent’anni, e le ultime elezioni regionali, nella loro eccezionalità, potrebbero aver settato un punto di non ritorno a livello nazionale. Lo stesso Parlamento mostra anno dopo anno una crescente pochezza ed inutilità. Non è un caso che le leggi più importanti le facciano i Governi, retti appunto dal leader di turno: il Parlamento avrebbe i mezzi per ribellarsi a questa situazione, o comunque per rendere il processo democratico più completo. Se non succede è principalmente per colpe proprie. Ovvero: come si pretende di riformare un paese se ogni discussione deve fare i conti prima con le beghe interne di un partito; poi con quelle tra partiti; in seguito con gli interessi particolari che si scontrano tra di loro e nei partiti stessi; ancora con gli interessi politici dei singoli parlamentari, soprattutto quando le maggioranze sono risicate? Non dimentichiamo che è il voto delle Camere a tenere in piedi i Governi.

E’ la democrazia”, si potrebbe dire. Sbagliato, perché manca un concetto fondamentale: la capacità di prendersi la responsabilità di una decisione. Così si arriva all’opposto, al fallimento della democrazia. Perché le discussioni si concludono in un nulla di fatto: va tutto bene così com’è, anche quando è evidente che non sia vero. Troppi gli interessi in gioco da intaccare, troppo il rischio personale. E tutto resta fermo: mentre il mondo va avanti a velocità sempre più sostenuta, l’Italia resta al palo. Così non può stupire il seguito dei leader oggi.

Alla fin fine Renzi richiama ogni giorno ad una sua idea d’Italia: sarà solo il tempo a dire se riuscirà a – e se abbia davvero intenzione di – portarla avanti: rispetto all’immobilismo stantio e perdente dei suoi predecessori nel Pd, non stupisce che la sinistra abbia scelto lui in massa alle ultime primarie. Grillo poi è l’esempio per eccellenza di tutto questo discorso: il Movimento 5 Stelle, piaccia o meno, a livello nazionale nasce e vive grazie a lui (e da ciò nascono tutte le attuali contraddizioni). E’ la sua carica energetica, le sue urla contro il sistema, il suo metaforico “arriviamo noi e spacchiamo tutto”, ad aver dato speranza ai suoi molti elettori. Non i singoli comitati che ne hanno composto la base e che, per quanto bene possano lavorare, prima di avere il suo marchio valevano ben poco elettoralmente. E se Berlusconi è in un calo proporzionale al crollo della sua spinta e della sua forza mediatica, il nuovo che avanza oggi è Salvini, col suo populismo fatto del richiamo a problemi che colpiscono la pancia della gente. Il suo è un atteggiamento semplicistico, che tende a ingigantire alcuni problemi (vedi l’immigrazione) e a sminuire al massimo i legittimi dubbi sulle soluzioni proposte per quelli più grandi e complessi (vedi l’economia): eppure paga, a veder sondaggi e, in parte, le ultime regionali.

Insomma, l’Italia vive di leader perché ne sente il bisogno. Francamente, sarebbe ora che, come popolazione, imparassimo a camminare con le nostre gambe. Anche accettando che i leader politici siano una parte essenziale del paese: più responsabilità generale significa leader più credibili. Ma questo è un processo lungo, e dai risultati per nulla scontati.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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