L’Italia delle polemiche, Balotelli capro predestinato e senatori immaturi

26/06/2014 di Andrea Viscardi

Si discute di immunità, di questi tempi. Immunità per i futuri membri del Parlamento, certo. Un’immunità, in realtà, estesa anche a quelli che vengono definiti come i senatori del calcio italiano. L’esperienza mondiale degli azzurri si è chiusa nel peggiore dei modi, un fallimento totale da parte di un gruppo parso schizofrenico e assai poco unito. Una bomba pronta ad esplodere alla prima difficoltà, e così è stato.

Il fallimento italiano, per tutti, ha un nome e un cognome. Mario Balotelli. Giovane, arrogante, spesso supponente e, soprattutto – almeno per quanto riguarda la stagione calcistica appena conclusasi – calcisticamente inesistente. Cesare Prandelli aveva scommesso su di lui, ma ha miseramente fallito. I compagni avevano riposto grandissime speranze, non ricambiate. Insomma, Balotelli giocatore mediocre, giocatore fallito, calciatore a metà. Ciò che più stupisce, allora, è che nessuno faccia una semplice domanda: perché? Semplice Mario Balotelli non è un top-player. Questo è parso evidente a tutti, anno dopo anno. Ma Balotelli non è neanche un leader: tendenzialmente egoista, caratterialmente ambiguo, tatticamente e umanamente immaturo, incapace di sostenere le pressioni. L’ha dimostrato molte volte, con giornalisti e compagni, con Ferrari e social network. Il primo punto di tutti i detrattori, allora, decade.

Balotelli-Buffon
Il portiere e capitano della nazionale Gianluigi Buffon

Partendo da questi presupposto ci viene difficile credere che qualcuno, tra gli addetti, potesse veramente essere convinto che “Super” Mario avesse le capacità per trascinare, da solo, tutta la fase offensiva italiana. Era più una sorta di speranza. Un po’ come quando Shaquille O’Neal andava ai liberi: sapevi che il tiro sarebbe stato quasi sicuramente sul ferro. Però speravi così non fosse. Perché, a dirla tutta, anche negli scorsi Europei, alla fine, venne considerato campione solo per quanto fatto con la Germania, dopo aver sbagliato l’impossibile contro l’Inghilterra ai quarti ed essere stato protagonista di una fase a gironi anonima, sbloccata solo dal gol del due a zero, allo scadere, contro l’Irlanda. La verità è che il Balotelli degli ultimi due anni non è un prodotto calcistico, è un prodotto di marketing, un protagonista mediatico. Tutto, ma non un grande giocatore di calcio.

Il fallimento, semmai, ha il nome e il cognome di chi non ha saputo vedere tutto questo negli ultimi anni e di chi, nelle ultime due partite, è parso non essere in grado di interpretare la chiave tattica del gioco. Annullare la squadra con otto tra difensori e centrocampisti difensivi per mezz’ora, più un Cassano che aveva dimostrato tutti i suoi limiti contro la Costa Rica, significa sperare di resistere per un terzo di partita, con la consapevolezza che se si subisce una rete il discorso è finito, non potendo più attaccare in alcun modo. Un Prandelli le cui scelte, soprattutto a partita in corso, sono state discutibili, così come discutibile è stato il volere insistere su una difesa a quattro e non a tre, nella quale era palese il disorientamento degli juventini. Ma un allenatore sbaglia, e Prandelli, da uomo, si è assunto le proprie responsabilità e ammesso i propri errori.

Chi invece, ritornando al discorso immunità, non è stato in grado di fare tutto questo, è stato il duo De RossiBuffon. I due hanno assaltato un giocatore che, tre mesi fa, urlava al mondo di non essere un fenomeno e di essere stufo che tutti i media lo additassero come tale aspettandosi da lui prestazioni da top player. Un ragazzo non ancora cresciuto che ha dimostrato tutti i suoi limiti e che, semplicemente, ha confermato ancora una volta quanto già aveva fatto vedere durante l’anno. Balotelli è questo, chi lo ha chiamato in nazionale – così come i suoi compagni – lo sapevano da prima. Inutile parlare ai microfoni, dopo una debacle, di calciatori superstar o di mezzi uomini immaturi, autocelebrandosi attraverso la lode ai più anziani – questione, tra l’altro, su cui vi sarebbe da discutere, visto l’errore del duo Chiellini-Buffon contro il Costa Rica. Più vecchi, allora, ma non più saggi. Le questioni in sospeso si risolvono all’interno dello spogliatoio, non certo davanti al microfono. Né criticando, più generalmente, i giovani. Quelli che magari non avevano visto un campo europeo sino al giorno prima, e che si sono visti catapultati in una squadra senza idee né gioco, senza condizione fisica né maturità. Dove “i generali”, alla fine, giocano a fare lo scaricabarile sulle reclute, dopo essersi dimostrati incapaci di guidarli alla battaglia. Se questi sono gli uomini della nazionale, allora non sono poi tanto diversi da Balotelli.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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