L’Italia, il lavoro e la crisi

25/08/2014 di Federico Nascimben

Attraverso l'evoluzione di alcuni indicatori economici analizziamo il peggioramento qualitativo e quantitativo del mercato del lavoro italiano fra il 2008 e il 2013, tra flessibilità e mancate riforme

Disoccupazione e lavoro

Come ampiamente noto, la crisi economica ha fortemente condizionato l’andamento del mercato del lavoro italiano. Sul punto, un articolo comparso su lavoce.info, legato ad un paper dell’ISFOL, offre alcuni spunti (e diverse cifre) interessanti. In questo articolo integreremo il tutto con alcuni indicatori per cercare di dare un quadro ancora più completo.

Rimanendo nel campo dell’ovvio, le conseguenze della recessione hanno avuto ripercussioni sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, che vengono così sintetizzate dagli autori: “la riduzione del fabbisogno di lavoro dell’economia è stata fronteggiata in una prima fase (2007-2009), lasciando a casa i lavoratori non standard (risultato atteso per come è interpretata la flessibilità da noi); poi, a partire dal 2009, il perdurare della crisi ha eroso in profondità l’occupazione, sostituendo posizioni standard con impieghi a termine, a tempo ridotto, a chiamata, economicamente dipendenti, con alte quote di Cig e autonomi che fatturano ma non incassano, arrivando al paradosso del lavoro senza lavoratori“.

Uno degli indicatori più citati dai media per misurare le conseguenze dirette della crisi è quello relativo al tasso di disoccupazione; nel 2008 il tasso generale era al 6,7% (7% UE a 28; 7,6% Eurozona), mentre nel 2013 si è attestato al 12,2% (10,8% UE a 28; 12% Eurozona). Un sostanziale raddoppio, quindi, complessivamente in linea con quanto avvenuto nel resto d’Europa.

Figura 1: andamento del tasso di disoccupazione, 2004 - 2013. Fonte: Istat.
Andamento del tasso di disoccupazione in Italia, 2004 – 2013.
Fonte: Istat.

La disoccupazione giovanile in Italia, invece, era pari al 21,3% nel 2008 (15,8% UE a 28; 16% Eurozona) e al 40% nel 2013 (23,4% UE a 28; 24% Eurozona). Come risaputo, perciò, i giovani senza lavoro – rappresentando uno dei problemi storici, assieme all’occupazione di giovani e persone con un’età più elevata, come vedremo dopo – erano sensibilmente superiori alle medie europee già nel precrisi (6 pp circa), ma con l’esplosione e la prosecuzione della recessione la differenza è aumentata ulteriormente (20 pp circa, come avevamo già avuto modo di osservare): nel 2013, il tasso di disoccupazione giovanile è diventato quasi il quadruplo del livello generale (era il doppio nel 2008), mentre in Europa il rapporto si è mantenuto costante, all’incirca la metà del nostro.

Per avere una misurazione obiettiva, in realtà, il tasso di disoccupazione andrebbe sempre accostato al tasso di occupazione fra i 15 e i 64 anni. In realtà, anche questo indicatore è sempre stato molto basso nel nostro Paese rispetto alla media europea, sia a livello generale che nella fascia d’età compresa tra i 55 e i 64 anni. Nel primo caso, mentre nel 2008 si attestava al 58,7%, nel 2013 era pari al 55,6%. Secondo Eurostat (che fornisce i dati in una fascia leggermente più ristretta che va dai 20 ai 64 anni), nel 2008, nell’Europa a 28 la percentuale era pari al 62,8%, mentre per l’Eurozona era al 62,3% (50,6% per l’Italia); nel 2013, invece, l’Europa a 28 registrava un tasso del 62,5%, l’Eurozona del 62% (49,9% l’Italia). 

Tasso di occupazione in Italia, 2004-2013. Fonte: Istat.
Andamento del tasso di occupazione in Italia, 2004-2013.
Fonte: Istat.

Il tasso di occupazione delle persone più anziane (55-64 anni) al 2012 era del 40,4% in Italia (contro una media dei Paesi dell’Europa a 27 pari al 48,9%, ma che vede forti differenze al suo interno, passando dal 73% della Svezia al 32,9% della Slovenia). Ad ogni modo, l’incremento registrato in dieci anni nel nostro Paese è stato abbastanza significativo, visto che nel 2003 i 55-64enni occupati erano il 29,4%. Nel complesso, comunque, rimane ancora molta la strada da fare: se vogliamo raggiungere i livelli di occupazione della Germania (72,3%, circa  22 pp in più di noi), dovremmo avere circa 11 milioni di persone che lavorano in più: questo è un dato che occorrerebbe tenere a mente ogniqualvolta si parla di pensioni.

Tornando all”articolo de lavoce.info, lì viene posta soprattutto l’enfasi sul ruolo svolto dalla flessibilità negli anni di crisi, cioè da occupazione non standard (contratti a termine, in collaborazione ecc.). La conclusione a cui giungono gli autori è che “la combinazione della crisi congiunturale e della debolezza strutturale della nostra economia ha determinato una diminuzione dell’occupazione, sia in termini di quantità (meno teste) che di intensità (meno ore lavorate), sia in termini di qualità (più impieghi a termine) che di valore (minori retribuzioni), con inevitabili conseguenze negative su tutto il sistema“. Questo anche perché si è ridotta sia la funzione d’ingresso nel mondo del lavoro svolta dai contratti flessibili (dal 17,6% del 2005/2006 al 12,8% del 2010/2011), sia la permanenza nell’occupazione non standard (c.d. effetto trappola, passato dal 53,2% al 42,2%); la crisi ha accentuato il c.d. effetto rimbalzo: “a causa della minore permeabilità del mercato, l’inserimento e la permanenza sono diventati più difficili“.

Senza ripeterci ulteriormente, rimandiamo alle possibili soluzioni (con annessi problemi), proposte negli articoli di commento al dibattito estivo sull’articolo 18, all’occupazione giovanile e al JobsAct del Governo Renzi.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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