Le ragioni di Grillo e i rischi per la Democrazia

14/01/2013 di Andrea Viscardi

Il lbeppe-grilloeader del M5S ha dichiarato, nel caso i simboli clone presentati non saranno estromessi, il ritiro di tutto il movimento dalle prossime elezioni. Quella di Grillo è una questione di principio. Questione che chi scrive appoggia totalmente.

Come può essere plausibile, in una Repubblica che si definisce democratica e civile, permettere a delle persone di presentare simboli praticamente identici a quelli riconosciuti da tutti i cittadini come contrassegni delle forze politiche, con l’unico scopo di approfittare della possibile confusione dell’elettore per farsi eleggere?

Prescindendo dal ricorso presentato dal M5S e che, presumibilmente, è interesse di tutti venga approvato, il procedimento di registrazione dei simboli è abbastanza ridicolo se si considera il fatto che un simbolo possa essere registrato senza presentare le firme necessarie, da consegnare in una fase successiva.

La legge, però, non tutelerebbe in questo caso Grillo e il suo logo. Si afferma infatti che come gli unici contrassegni ad avere priorità assoluta siano quelli di Partiti già presenti in Parlamento. Se fosse arrivato un tale nessuno a registrare una lista civetta del tutto simile a quella del PD, per esempio, la sua registrazione non sarebbe stata convalidata. Per i Partiti non presenti in Parlamento, invece, tale regola non vale. Vige il principio temporale: chi prima arriva ha il diritto sul simbolo e quello clonato è stato registrato prima dell’originale del movimento di Beppe Grillo.

L’articolo 14 della legge del testo unico elettorale recita, al comma 3 la non ammissione di simboli “identici o confondibili con quelli presentati in precedenza ovvero con quelli riproducenti simboli usati tradizionalmente da altri partiti”. Quindi, appunto, la ricusazione dei simboli farsa, se depositati prima, non è così scontata, al contrario di quanto dichiarato dal ministro Cancellieri nelle scorse ore, considerando come, almeno in linea interpretativa, ci si sia sempre riferiti alla parola “tradizionalmente” collegandola a una rappresentanza parlamentare trascorsa.

A rischiare, forse ancora più di Grillo – al quale contrassegno, con una piccola forzatura, si potrebbe concedere la dicitura di “simbolo usato tradizionalmente” visti i trascorsi elettorali regionali, provinciali e comunali – sono le liste di Ingroia e Monti. Entrambi infatti sono soggetti politici del tutto nuovi e le corrispettive liste civetta, registrate rispettivamente alla settima e alla terza posizione, precedono quelle originali, al nono e al ventiduesimo posto.

Gli elettori, comunque – tralasciando l’esito del ricorso previsto per martedi – possono in parte tirare un sospiro di sollievo. Come sottolineato in precedenza, la presentazione dei simboli dovrà essere seguita da quella delle firme. Difficile, almeno si spera, che le liste clone possano raccogliere un numero di firme sufficiente per iscriversi veramente alla competizione elettorale, viste le difficoltà in materia riscontrate anche dai veri partiti sorretti da un apparato. Impossibile, per vie lecite, possa avvenire lo stesso per “partiti” costituiti da una manciata, o meno, di persone.

Paradossalmente, però, se venisse riconosciuto un bizzarro diritto dei partiti civetta prioritariamente registrati, sempre secondo l’articolo 14, non sarebbe forse possibile per il M5S registrarsi con un altro contrassegno, poiché, al comma 2 si riporta I partiti che notoriamente fanno uso di un determinato simbolo  sono tenuti a presentare le loro liste con un contrassegno che riproduca tale simbolo”. Insomma, interpretando restrittivamente la legge, questa sancirebbe l’obbligo per qualsiasi partito a presentare il simbolo utilizzato fno a quel momento ma poi, se questo partito non è stato mai rappresentato in parlamento, permetterebbe a chiunque di registrare quel simbolo e di estromettere il Partito dalla competizione elettorale.

Una situazione paradossale, quindi, che sottolinea in tutto e per tutto come cinquant’anni di Repubblica non siano bastati all’Italia per divenire un paese civile. Personalmente, come il resto del Paese, l’augurio è quello che, anche a costo di forzare in parte la legge, chi effettivamente abbia diritti sui propri simboli (leggasi Grillo, Monti e Ingroia) possa farli valere. Il rischio che ciò non avvenga sembra, alla fine, assai ridotto. La realtà, però, ci dice che, in Italia, potrebbe essere escluso, a norma di legge, un partito rappresentante il 15% dell’elettorato perché, un signor nessuno, si è svegliato con un’ora di anticipo e si è messo in coda prima del rappresentante del M5S. Una democrazia da supermercato, insomma. La domanda è: questo può è essere consentito in un Paese civile? Forse ha ragione Grillo, lo Stato, per molti versi, non è uno Stato, è pura burocrazia. Inutile, complicata e spesso anche dannosa.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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