L’ISIS, il nuovo video e la logica dello shock

10/06/2015 di Stefano Sarsale

Un nuovo filmato rivela l'orrore e la crudelta dello Stato Islamico: un uomo vestito nella ormai tristemente famosa tuta arancione, viene costretto a scavare la propria tomba prima di essere ucciso

Isis Video

Un uomo vestito nella ormai tristemente famosa tuta arancione – che rimanda ai prigionieri di Guantanámo -, accusato di essere una spia israeliana del Mossad, viene ucciso con dei colpi di pistola alla testa, dopo essere stato costretto a scavare la propria fossa. Il video termina con la vittima all’interno della fossa che viene ricoperta di sabbia dal suo esecutore. Secondo indiscrezioni il filmato sarebbe stato girato nella penisola del Sinai (Egitto) ed è stato rivendicato dal gruppo Ansar Bait al-Maqdis, che dopo aver fatto in passato parte di al-Qaeda ha giurato fedeltà al sedicente Stato Islamico. Questo può essere certamente considerato un nuovo capitolo di una macabra saga che pare non avere fine. È senza dubbio uno dei video di ISIS più scioccanti prodotti fino ad oggi.

Tuttavia, se prendiamo per vera questa affermazione, ogni video che ISIS diffonde è studiato a tavolino per essere più shockante del precedente. L’esecuzione del pilota giordano bruciato vivo e poi sepolto da macerie, il film della decapitazione di massa di circa 20 siriani – che si concluse con la visualizzazione della testa mozzata di un operatore umanitario americano – ed il video dell’uccisione di due presunte spie russe che ha visto come protagonista un “boia” di nove anni, hanno seguito un climax tristemente ascendente.

Ogni atto di atrocità deve eclissare quello precedente, ma ciò che appare ancora più sconcertante è che il “marchio” di IS è oramai divenuto un modello a cui la maggior parte degli appartenenti all’estremismo islamico si sta abituando. Tuttavia, ancora più sconcertante è come questo estremismo colpisca l’occidente con le sue stesse armi, attuando una strategia mediatica-pubblicitaria, studiando a tavolino le scene da girare affinché possano avere eco e risalto in tutto il Mondo. In uno dei classici su terrorismo e religione, pubblicato nel 1984, David C. Rapoport scrisse che “un crimine ha come fine la pubblicità. Quando una bomba esplode, la gente ne prende atto; l’evento (inoltre) attira l’attenzione più di mille discorsi o immagini, e ciò di cui il terrorismo si nutre è la pubblicità, l’essere presente sui media, il fatto che la gente ne parli facendo sìi che la paura – e lo stato di tensione perenne – cresca.

Nella nostra società, abituati a diffondere qualsiasi notizia pur di fare informazione, non riusciamo a renderci conto che, così, non facciamo altro che fare il gioco dei terroristi stessi. È un paradosso che pone innanzi ai mezzi di informazione di massa degli interrogativi difficili, ma è altrettanto complicato credere che il terrorismo si possa combattere efficacemente permettendogli la più larga visibilità possibile. Riflettendo su ciò che ISIS vuole ottenere con questi video, possiamo affermare come non solo raggiunga facilmente il suo obiettivo, ma quanto ciò sia possibile grazie all’aspirazione universalistica dell’informazione odierna, ai social, ad un’umanità che – sempre più interconnessa – non è più in grado di selezionare i propri “contenuti” di mainstream (anche per questo, abbiamo deciso di non pubblicare le immagini del video).

Se Obama parla della crescente minaccia di un’organizzazione terroristica, i militanti di tale organizzazione penseranno di aver assunto importanza, e si imporranno, inevitabilmente, di proseguire e amplificare la strategia adottata sino a quel momento, che tanti risultati è stata in grado di portare.  L’aspetto più grave, per quanto riguarda l’IS, è che questo gioco mediatico non fa altro che favorire il reclutamento, specialmente tra gli occidentali. Quanto messo in evidenza da Rapoport è vero oggi come due decenni fa. Se ritorniamo all’attacco a Charlie Hebdo del 7 gennaio (2015) rivendicato da al-Qaeda nella penisola arabica (AQAP), questo fu in grado di catturare i titoli in tutto il mondo, compresi hashtag su twitter e condivisioni su Facebook. In netto contrasto con questo evento è stato il massacro perpetrato da Boko Haram di centinaia di civili in Nigeria nello stesso periodo, che non ha generato un paragonabile livello di attenzione da parte dei media mondiali.

Questa dinamica aiuta a spiegare perché ISIS ha investito tanto impegno nella realizzazione di video di esecuzioni che hanno come protagonisti ostaggi occidentali, i quali sono attentamente coreografati. Al contrario, il video che mostrava l’esecuzione di sciiti iracheni – non indirizzato ai nemici occidentali – era di qualità scadente. Un altro spunto di riflessione che proviene dallo studio di Rapoport riguarda il fatto che quando una bomba esplode, le persone tendono si a prenderne atto, ma non per molto. Da quando Rapoport pubblicò il suo articolo, la nascita e lo sviluppo di Internet ha fatto sì che ci siano semplicemente troppe informazioni nel mondo in lizza per l’attenzione, e questo porta inevitabilmente i gruppi terroristici ad estremizzare i gesti nella loro macabra spettacolarità o ritualità.

È proprio qui, che si giunge al nuovo “prodotto” della strategia made in IS: la spettacolarizzazione dell’esecuzione, che va oltre l’esecuzione stessa. Non è più un video, ma quasi uno spezzone di telefilm, di quelle serie televisive che gli occidentali sono abituati a vedere in televisione, solo che questa volta è realtà. E quindi, mediaticamente, è ancora più appetibile. Il problema, ora, è capire quando (e se) questo macabro climax potrà stabilizzarsi, e se anche i media (e le persone) di ogni tipo capiranno che non è possibile, in nome della libertà di informazione, diffondere delle immagini capaci solo di condannare ad una morte ancora più atroce le future vittime dell’IS.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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