L’Is e la ridefinizione della geopolitica mediorientale

03/07/2015 di Michele Pentorieri

Arabia Saudita, Iran, Turchia, Israele, Egitto: ognuno è in qualche modo colpito dal proliferare dello Stato islamico. E si regola di conseguenza. Tra opportunismo, mire egemoniche e strategie difensive.

Is

La strategia regionale dell’Is si sta pian piano allargando, puntando al Sinai. Gli attacchi effettuati recentemente nel Nord della penisola, infatti, portano la firma di Wilayat Sina’, gruppo affiliato allo Stato Islamico. Sfruttando il vuoto di potere nella zona, il califfato mira ad avvicinarsi il più possibile ad Israele, ma soprattutto ai territori palestinesi. Il nuovo obiettivo è infatti quello di soppiantare Hamas, finito nel mirino di al-Baghdadi con le solite accuse di miscredenza ed apostasia. Al di là delle minacce ad Israele e all’organizzazione palestinese, che potrebbero portare ad un coordinamento quantomeno singolare tra i due, conquistare il Sinai significherebbe di fatto piazzare un cuneo tra l’Egitto e lo Stato ebraico, che vedrebbero la loro collaborazione seriamente compromessa.

Qualche chilometro più a Nord-Est, l’esistenza di uno Stato tra Iraq e Siria pone diversi interrogativi strategici alle potenze regionali. Gli unici attori locali veramente impegnati in una strategia anti-Is sembrano i curdi e l’Iran, entrambi con i loro problemi e le loro limitazioni. I primi fanno quel che possono, difendendo i propri confini e sperando finalmente in un riconoscimento da parte della comunità internazionale. Per Teheran, mettere le mani sul territorio occupato dal califfato significherebbe completare la fascia d’influenza sciita composta anche da Iraq, Siria di Assad e Libano, in cui Hezbollah è più forte che mai. Ciò gli permetterebbe di coronare le proprie aspirazioni egemoniche ma, molto probabilmente, l’Iran riesce ad impegnarsi meno di quel che vorrebbe. Ciò a causa di due fattori. Il primo è l’enorme spesa che già si trova ad affrontare in termini di sostegno ad Hamas, Assad ed Hezbollah e che, soprattutto con le sanzioni che ancora gravano sulla sua economia, risulta ai limiti dell’insostenibile. Il secondo è la volontà di altri attori locali, come Israele ed Arabia Saudita. Per entrambi, infatti, trovarsi un blocco di Stati ostili e compatti alle proprie frontiere settentrionali sarebbe uno scenario da incubo. Motivo per il quale non è assurdo pensare che remino contro un deciso impegno iraniano nella questione. Tutt’altra storia se si guarda alle strategie difensive: Teheran ha fatto sapere al califfo che scatenerà un’offensiva su larga scala qualora lo Stato islamico si avvicinasse alle frontiere iraniane o profanasse le città sante sciite di Karbala e Najaf. Al-Baghdadi, ben consapevole che irritare l’Iran significherebbe essere spazzato dal suo temibile apparato militare, nonostante le persecuzioni nei confronti degli sciiti in Medio Oriente, è ironicamente abbastanza tranquillo nei confronti dello Stato sciita per antonomasia.

L’Arabia Saudita, dal canto suo, adotta una strategia prettamente difensiva, trincerandosi dietro il muro di quasi mille chilometri tuttora in costruzione e che dovrebbe dividerla dall’Iraq. Gli sforzi della monarchia saudita sono tuttavia concentrati  ad evitare che l’Iran persegua il suo progetto egemonico e a neutralizzare la minaccia houti in Yemen. Ad un Paese tradizionalmente poco abituato a grandi manovre in politica estera, intervenire in prima persona nella questione Is potrebbe apportare più danni che benefici, nonostante sia uno dei più minacciati dall’esistenza dello Stato Islamico.

Capitolo Turchia: le rinnovate ambizioni neo-ottomane targate Erdoğan mirano a ristabilire una qualche forma di influenza in Mesopotamia. Tale operazione sarebbe molto più facile con un Iraq ed una Siria frammentate e sotto il controllo sunnita piuttosto che con due Stati unitari –per di più sciiti-. Non solo: l’azione del califfo minaccia in maniera aperta ed evidente qualsiasi aspirazione curda alla creazione di uno Stato proprio e, se Ankara segue la logica del “chi è nemico del mio nemico è mio amico”, per il Kurdistan come Stato autonomo ci sono ben poche speranze. Terzo, l’obiettivo primario regionale della Turchia resta rovesciare Assad. Tutto ciò concorre ad identificare una comunità d’intenti tra i due attori –per non spingerci oltre- abbastanza evidente. A ciò si aggiunga che praticamente tutti i foreign fighters europei –ma non solo- che si uniscono allo Stato Islamico passano per la Turchia, la quale non esercita proprio un controllo strettissimo su questi flussi.

Per Israele vale un discorso simile a quello dell’Arabia Saudita. L’impegno in politica estera è, anche in questo caso, in funzione prettamente anti-iraniana. La vera minaccia alla sicurezza israeliana è rappresentata dal rafforzamento dell’Iran e, di riflesso, di Hezbollah e Hamas. Le mire dello Stato islamico sulla Striscia di Gaza potrebbero viceversa essere utilizzate in maniera funzionale ad un inasprimento dell’occupazione di quel territorio agitando lo spauracchio del terrorismo. D’altronde, accantonando l’ipotesi di una fantomatica invasione dal Sinai, Israele è abbastanza sicura dell’inviolabilità del proprio territorio. In Libano le milizie sciite di Hezbollah difficilmente permetteranno infiltrazioni di gruppi affini al califfato ma, spera Israele, potrebbero comunque essere indebolite dagli uomini di al-Baghdadi. Gli scontri che già avvengono tra Is e Partito di Dio nel Golan siriano fanno ben sperare in tal senso. A Est, la Giordania non dovrebbe costituire un problema, vista la sua tradizionale immunità a qualsiasi fanatismo. Di fatto, anche per Israele l’Is può rappresentare un utile strumento in funzione anti-iraniana, soprattutto se si scaglia contro Hezbollah.

In sostanza, tra le potenze regionali, allo stato attuale è il solo Iran ad essere veramente interessato ad una lotta senza quartiere allo Stato islamico. Non per sentimento umanitario, certo, ma solo in maniera funzionale al suo disegno egemonico. Se lo si guarda con gli occhi di qualsiasi altro competitor regionale, l’Is rappresenta un’opportunità. Per questo motivo, a tutt’oggi la proliferazione dello Stato islamico è figlia soprattutto dell’indifferenza o, peggio, dell’opportunismo degli attori locali.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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