L’Iraq alla prova dei fatti: il fallimento della politica statunitense

18/06/2014 di Vincenzo Romano

Iraq, ISIS, Califfato

Un quadro generale. La situazione in Iraq muta continuamente, e richiede uno sforzo d’analisi sempre maggiore. Prima di passare al vaglio tutti gli elementi di cronaca che giungono fino a noi è necessario fare un passo indietro che ci permetta di contestualizzare la cronaca stessa e di avere così un quadro complessivo della situazione.

La polvere nascosta. Il punto di partenza della nostra analisi è il 30 aprile scorso, giorno in cui è stato rieletto a Primo ministro Al-Maliki. Questa circostanza è stata evidentemente fonte di tensione tra le forze che hanno a lungo combattuto il sistema di potere da esso incarnato. Ma è altrettanto evidente che i segnali di una possibile destabilizzazione del territorio iracheno erano ben visibili già da prima: è da due anni che le province occidentali, a maggioranza sunnita, protestano contro il regime (percepito come anti-sunnita) per gli abusi commessi dalle autorità amministrative locali nei confronti della popolazione: molti gli arresti ed altrettanti i massacri[1], nonché l’accanimento nei confronti di esponenti arabo-sunniti di primo piano[2].

Iraq, guerra civileQuesta forte rottura tra l’establishment iracheno e la popolazione sunnita[3] ha permesso allo Stato Islamico dell’Iraq (dal 2013 Stato Islamico dell’Iraq e della Siria – ISIS; noto anche come Daesh) di svilupparsi ulteriormente e di reinsediarsi nella zona nord-occidentale del paese, in particolare nella provincia di Niniveh, fino a prendere la settimana scorsa la seconda città irachena, Mosul. Nella fattispecie, il movimento islamista era già presente da tempo nella zona mantenendo, per un verso, un basso profilo nelle azioni militari, per l’altro, un penetrante controllo del territorio (nella città e nel suo hinterland) posto in essere con atti di racket, gestione dei traffici illeciti, rapimenti ed uso della violenza nei confronti delle minoranze locali. L’ISIS ha così atteso il momento propizio per poter tornare a far sentire la propria voce e raggiungere l’obiettivo della creazione di un emirato islamico contiguo tra Levante e Mesopotamia e forte anche della sua presenza in territorio siriano.

La presa di Mosul. Altro punto di svolta, è stata la presa della città di Mosul lo scorso 10 giugno, evento questo, che ha portato ad un’ulteriore fonte di destabilizzazione nell’area. La città, infatti, costituisce il principale snodo per i traffici commerciali iracheni verso la Turchia e la Siria facendone una città a forte rilevanza geostrategica. Inoltre, il governatore della città, Al-Nujaifi, è il fratello del leader del principale partito arabo sunnita iracheno ed uno dei principali oppositori del primo ministro Al-Maliki. Non è una circostanza fortuita che Al-Nujaifi abbia mosso fortissime critiche al premier per la gestione della crisi nella regione settentrionale con atti che possano direttamente favorire i miliziani di ISIS.

L’avanzata verso sud. Negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una lenta avanzata verso sud dei contingenti dell’ISIS, riusciti ad attaccare e conquistare la città di Tallafar, a 350 km a nord-ovest di Bagdad, che sembra ormai già pronta ad essere il prossimo teatro di un conflitto civile. A tal proposito gli abitanti della capitale stanno raccogliendo l’invito delle autorità civili e religiose sciite a prendere le armi per proteggere la città in vista dell’arrivo degli estremisti islamisti. Questo ha portato all’ avvicinamento “innaturale” tra questi ultimi e ciò che resta del partito Baath iracheno (formazione laica un tempo guidata da Saddam Hussein).

Emergenza umanitaria. Altra questione sollevata dalle destabilizzazioni delle milizie islamiste, riguarda la crisi umanitaria che sempre più pesantemente si sta facendo sentire nella regione settentrionale: centinaia di migliaia sono gli sfollati[4] che si stanno mettendo in fuga dalla città e dalle aree circostanti, in direzione dei campi organizzati in prossimità dell’Iraq centrale e del vicino Kurdistan iracheno.

La posizione degli Stati Uniti. In questo quadro, gli Stati Uniti sembrano a prima vista avere un approccio ambiguo nei confronti dei miliziani dell’ISIS, che sono ben accetti in Siria e malvisti in Iraq. La risposta a tale incongruenza è al contrario molto lineare: in Siria sono tollerati a causa della evidente opposizione statunitense al regime di Al-Assad, mentre sono fortemente osteggiati in Iraq a causa dell’appoggio dato da Washington al regime di Al-Maliki.

L’avvicinamento statunitense dell’Iran. Per contrastare questi ultimi in Iraq, gli USA sarebbero addirittura disposti ad accettare un accordo con il loro principale nemico nell’area: l’Iran, baluardo degli sciiti iracheni. Le dichiarazioni del Segretario di Stato John Kerry, sono in tal senso, inequivocabili: “Siamo aperti al dialogo se ci saranno aspetti sui quali l’Iran possa dare un contributo costruttivo”, ed ancora, “se l’Iran è pronto a muoversi nel rispetto dell’integrità e della sovranità dell’Iraq e della capacità del governo a fare le riforme”. La portavoce del Dipartimento di stato Jen Psaki ha però precisato che fra i due governi non ci sarà un vero e proprio coordinamento militare. Dall’altra parte, le due principali potenze sunnite della regione, Arabia Saudita e Qatar, stanno puntando il dito contro il premier sciita Al-Maliki, responsabile, secondo loro, di una cattiva gestione della crisi nell’area.

Le ultime notizie (17 giugno) registrano l’impegno americano in Iraq contro l’avanzata degli jihadisti: Barack Obama ha annunciato l’invio di 275 soldati per la protezione dell’ambasciata a Bagdad, con il preventivo consenso di Al-Maliki, ma ha oggi escluso gli attacchi aerei in quanto ci sarebbero pochi obiettivi precisi per fermare l’avanzata dei militanti dell’ISIS. L’aviazione irachena ha confermato ieri i raid contro postazioni dei ribelli a Nord di Bagdad. Altri bombardamenti sono stati effettuati contro veicoli di militanti sunniti a Mosul, dove sta continuando l’esodo di migliaia di residenti. Intanto da Tunisi il gruppo islamico jihadista libico “al Nusra” minaccia di vendicarsi sui cittadini statunitensi presenti in Libia come reazione al rapimento del leader Abu Khattala per mano USA.

l ruolo di Washington. Quali che saranno le prossime mosse del governo statunitense, una cosa appare chiara: Washington non potrà all’improvviso voltare le spalle al governo iracheno. La presenza statunitense sul territorio ha cercato di arginare l’avanzata jihadista nella regione, con risultati ad oggi molto deludenti. Il processo di stabilizzazione delle autorità governative irachene, a tutti i livelli, richiederà ancora impegno (e tempo) di cui dovrà farsi carico la principale potenza mondiale. Anche se controvoglia.


[1] Il più noto è quello di Hawija, nel quale hanno perso la vita oltre 200 persone tra manifestanti e forze di sicurezza
[2] Primo fra tutti il mandato di cattura emesso contro l’allora vice-presidente al-Hashimi, fino ad arrivare all’arresto di Al-Alwani
[3] Circa il 40% dei musulmani iracheni sono di religione sunnita, mentre il restante 60% sciita
[4] Ad oggi il numero degli sfollati si attesta sulle 300.000 unità, che vanno ad aggiungersi al mezzo milione di rifugiati che già contava il paese, Fonte dati ONU

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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