L’ipocrisia dei numeri Uno

12/01/2015 di Andrea Viscardi

Una macchia sulla marcia di Parigi? Non si può definire la Le Pen - che rappresenta comunque una buona fetta degli elettori parigini - ospite non gradito, se si accetta la presenza del fratello dell’Emiro del Qatar, stato in cui fioriscono i finanziamenti verso i gruppi estremisti, senza che nessuno, nelle istituzioni qatariote, faccia nulla per fermarli

Qatar, Francia e terrorismo

Avevamo affrontato, solo poche settimane fa, la situazione vigente, ad oggi, all’interno del Qatar. Finanziamenti a pioggia verso i gruppi terroristici, provenienti, anche, da personaggi aventi stretti legami con l’elitè istituzionale e statale; orecchie da mercante rispetto a soggetti, presenti sul territorio, inseriti nella lista nera del terrorismo internazionale dell’ONU, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Rifiuto di procedere ad inchieste e/o di estradare i finanziatori, e una legislazione contro il terrorismo – di facciata – mai applicata. (L’articolo, è consultabile qui)

Tutto questo stride, allora, con quanto avvenuto a Parigi, nella giornata di ieri, quando il fratello dell’Emiro del Qatar Mohammed bin Hamad bin Khalifa Al Thani, ha partecipato alla storica marcia. Un episodio, però, che non sembra aver suscitato troppo imbarazzo in Hollande, più preoccupato, invece, della presenza del leader israeliano Netanyahu. Una sorta di paradosso, perché se è vero che la maggioranza delle vittime dell’agguato al negozio Kosher era di religione ebraica, è altresì vero che, alcuni finanziatori di Al-Qaeda nella Penisola arabica (AQAP), sono sospettati proprio avere base in Qatar.

Questo non toglie la grandezza della marcia che ha avuto luogo nella capitale francese, ma getta un’ombra di ipocrisia politica non trascurabile. Se l’Occidente vuole ripartire e vincere la lotta contro il terrorismo, allora, dovrebbe pensare prima di tutto a trasformare la propria politica bifronte in un’azione coerente e ragionata. Al-Thani ed il Qatar si assicurano il 90% delle forniture militari da Parigi, e sotto Sarkozy, i rapporti si sono fatti ancora più stretti: consigliere nella crisi siriana e libica, l’Emiro ha visto il governo dell’ex Presidente aprire ad un regime fiscale di favore per investimenti immobiliari, attraendo investimenti a pioggia – circa 1 miliardo di euro all’anno – direttamente dal fondo sovrano dello stato del Golfo Persico. Senza considerare, ad esempio, l’acquisto, avvenuto pochi anni fa, del Paris Saint German proprio da parte della famiglia reale.

Insomma, la Francia ha il nemico in casa, ci verrebbe da dire. Il problema è che, questo nemico, se lo tiene ben stretto. Perché le colpe del terrorismo sono anche di chi permette, girandosi dall’altra parte, la sopravvivenza delle cellule attraverso il sostegno finanziario. E le responsabilità cadono come macigni, di conseguenza, anche su chi, pur conoscendo la realtà delle cose, preferisce far arrivare messaggi di non gradimento a Le Pen – a prescindere dai giudizi politici, rappresenta una buona fetta dell’elettorato francese – o a Netanyahu, ma di non porsi per nulla il problema di una rappresentaza, quella qatariota, responsabile tanto quanto i fratelli Kouachi o di Coulibaly per quanto avvenuto negli ultimi giorni nella capitale francese.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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