L’insostenibile passione per le emergenze

22/06/2015 di Francesca R. Cicetti

Alcune riflessioni sullo stato di perenne emergenza in cui vive l'Italia, ormai connaturato al nostro DNA. Riusciremo mai a diventare delle formiche o siamo destinati a rimanere cicale?

Che l’Italia viva in uno stato di perenne emergenza, oramai, lo si sa da anni. Complice la crisi economica, l’Europa sì e l’Europa no, oltre che una genetica tendenza alla mancanza di organizzazione. L’Italia è più cicala che formica, ovvero se ne sta a canticchiare da gennaio a novembre, per poi correre all’impazzata verso uno sprint finale, e arrivare a dicembre col fiatone, in fondo al gruppo. E tuttavia arriva sempre. Stanca, sudata e raffazzonata, taglia comunque la linea del traguardo. Forse perché è genetica anche una certa passione per le emergenze, per il clima di imprevisti e minacce. Quell’ultimo mese di corsa vale l’anno intero, e il Belpaese si fa svelto e industrioso solo nel momento del pericolo. A quel punto l’Italia dà il meglio di sé.

Arrivati a un certo punto della corsa, nessuno scommetterebbe sulla penisola neppure una monetina di rame. È troppo in ritardo, troppo addormentata. Come nelle settimane che hanno preceduto l’apertura dell’Expo, in cui già si immaginava di dover portare sedie e tavolini da casa propria. Magari qualche panino. Invece l’Italia ce l’ha fatta. Accelerando all’impazzata per arrivare alla fine prima del gong. Come al solito, nell’emergenza è stata stellare. Rapida e efficiente, ma solo per quella breve tratta affannosa.

La corsa d’emergenza ci ha salvato in corner moltissime volte. Dal rischio di default, dagli artigli della Troika. E poi dai pericoli ambientali, dal dissesto idrogeologico, dai problemi della sanità e della corruzione. Ultima emergenza, non ancora smaltita, quella dei migranti. I programmi a lungo termine non esistono, così ci si adatta a un taglio e cucito improvvisato, sul momento, che non ci permette mai di affondare. Ma neppure ci permette di restare stabilmente a galla.

Le emergenze, in fondo, ci piacciono. Ci incollano agli schermi come lo spettacolo del sabato sera. E poi danno la possibilità al politico di turno di prendersi un rapido merito per aver fatto il meglio che poteva, nella situazione in cui si trovava. Al crollare del castello di carte, poi, si potrà dire che la colpa era dei problemi ereditati dai predecessori. E dai predecessori dei predecessori. E dai loro predecessori, fino a che non scopriremo che la responsabilità è di Numa Pompilio. Perché le soluzioni rattoppate che sforniamo nei momenti di crisi funzionano, ma alla fine se ne paga il prezzo.

Decreti legge, lacrime di coccodrillo, minacce di commissariamento, emergenze su emergenze e governi che avanzano a colpi di fiducia. Oltre a costarci più denaro di quello che possiamo permetterci, l’affanno emergenziale non ci lascia neppure pensare oltre. Per risolvere gli imprevisti servono milioni. Invece, sarebbe bello vedere l’Italia dello sprint finale anche gli altri giorni dell’anno. Non solo quando pende su di lei la ghigliottina, ma trasformare la smania di costruire in una bella abitudine. Non solo il giorno prima della scadenza, ma sempre. Non solo sotto minaccia, ma sempre. Dal momento che glielo abbiamo visto fare, di corsa e terrorizzata, sarebbe meraviglioso se l’Italia fabbricasse un bel paese anche quando è a riposo.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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