L’insostenibile leggerezza degli italiani

27/03/2014 di Francesca R. Cicetti

Italia, politica, comunicazione

Stavano solo scherzando. Non dicevano sul serio. Era solo una provocazione. Nella politica italiana, tutto è sempre provocazione, e chi non ha lo spirito per capirlo allora ha una mentalità bigotta e un pensiero anelastico. Per vent’anni il Paese è stato guidato dall’uomo dello scherzo e della barzelletta. Silvio Berlusconi ci ha abituato ad una leggera, sostanziale irresponsabilità, alle risate fuori posto, alle frasi dette e poi ritrattate. Ha portato in aula una ventata di bambinesca leggerezza che l’ha tenuto incollato alla poltrona più di chiunque altro, ma che alla fine da quello stesso trono l’ha spodestato. Si potrebbe credere allora che gli italiani siano stanchi delle parole, stanchi delle promesse e delle provocazioni. Invece non è così.

Comunicazione e linguaggio della politica
Francesco Santosuosso, “Il Parlamento”

Vent’anni in cui tutto è stato lecito ci portano ad un presente in cui forse sarà lecito ancor di più. Salumi in aula e palpatine sono stati il pane quotidiano, tanto che i politici, e noi con loro, si sono abituati a dire quel che vogliono, quando vogliono, senza fare troppa attenzione al lessico e al contenuto. E oggi gli italiani non vogliono (o non possono) tornare indietro. Siamo cresciuti così, incoscienti e puerili, con la tendenza a sminuire e a sdrammatizzare. Libri bruciati? Una provocazione. Teste di maiale contro gli ebrei? Provocazione. Risse in aula? Deputati sui tetti? Tutte provocazioni. Anche i movimenti scissionisti di questi giorni, che paragonano alcune regioni a Crimee nostrane, sono bollati come sfide, giochi di potere. Provocazioni.

Sarà per questo che il Movimento Cinque Stelle brucia le tappe e si prepara a una scalata al potere. Beppe Grillo è il re della provocazione, delle parole forti, l’arringatore perfetto, frutto di questa Italia e di questa classe politica che tanto ardentemente professa di voler spodestare. E con ciò ci conquista. In fondo, siamo anche noi un po’ irresponsabili, un po’ bambini. E preferiamo che i nostri politici parlino la stessa lingua dei bar, dei discorsi tra amici. Apprezziamo lo scherzo più del lessico aulico, la barzelletta più dell’astrusità linguistica. Senza entrare nello specifico di programmi e ideali, ma parlando solo e soltanto di stile, l’irresponsabilità vince sempre: la parola detta per caso, persino la parolaccia, la battuta un po’ boccaccesca. Tra parentesi: abbiamo tutti riso nel sentire Davide Tripiedi, in aula, annunciare di essere “breve e circonciso”. E lo abbiamo perdonato subito, perché ci sono cose più importanti dei lapsus di cui discutere.

La lingua italiana coccola le lungaggini, le parole di molte sillabe, le frasi pompose. Sarà per questo che sentiamo l’esigenza di abbreviare. Così ci insegna la lingua inglese, che di subordinate proprio non vuole saperne, e dei quadrisillabi neanche a parlarne. Meglio essere diretti, ridurre le verbosità: questo è quello che gli ultimi vent’anni di politica ci hanno insegnato. Ma, oltre alla linguistica, dobbiamo stare attenti ai contenuti, che a volte (spesso) passano in secondo piano. Qualche anno fa circolava addirittura uno studio secondo il quale ai vertici delle grandi potenze venivano eletti sempre premier dai nomi brevi, proprio perché più tempestivi: Blair, Chirac, Putin, Bush. Arrivano subito al punto, colpiscono l’elettore per la loro immediatezza. Sarà per questo che Renzi sta riuscendo dove Bersani ha fallito?

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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