L’insospettabile potere degli introversi

02/12/2014 di Ginevra Montanari

Spesso chi si sente inadeguato cerca di sforzarsi, amaramente convinto del fatto che diventare audaci sia non solo possibile, ma indispensabile

Introversi e società

Quanti partono con una valigia piena di libri? Molti lo riterranno antisociale, ma è solo un modo diverso di esprimersi. Quante volte si riceve il messaggio che essere tranquilli, silenziosi, riservati non è il modo migliore per affrontare la vita? Che è opportuno sembrare più svegli ed estroversi? Spesso chi si sente inadeguato cerca di sforzarsi, amaramente convinto del fatto che diventare audaci sia non solo possibile, ma indispensabile; e magari sente l’obbligo sociale di frequentare bar affollati quando vorrebbe tranquillamente passare una serata tra amici.

Tanti introversi fanno così, e di certo ci perdono, ma ci perdono anche tutti gli altri. Perché quando si tratta di creatività e leadership, è necessario che gli introversi facciano quello che sanno fare meglio. Tra un terzo e metà della popolazione è introversa; ma chi è esattamente l’introverso? Non è il timido; la timidezza è la paura del giudizio sociale. Essere introversi ha più a che vedere con come si risponde agli stimoli, compresi quelli sociali. Le persone più aperte hanno un disperato bisogno di stimoli, mentre chi è riservato si sente molto più vivo, attivo, e capace quando si trova in ambienti tranquilli e informali. Non è una regola assoluta, ma in generale funziona così. La chiave per massimizzare il talento è quella di mettersi nella corretta zona di stimolo.

Ed è qui che si inseriscono i pregiudizi. Le istituzioni sono progettate soprattutto per gli estroversi e le loro esigenze. Abbiamo questa convinzione per cui creatività e produttività nascano giocoforza da un ambiente altamente socievole. Nelle classi di un tempo si lavorava in maniera autonoma; oggi c’è una fusione di banchi, e i ragazzi si cimentano in lavori di gruppo. Chi preferisce isolarsi, lavorare da solo, spesso viene visto come caso particolare, se non, addirittura, problematico. Lo stesso vale per il mondo del lavoro.

Quando si tratta di leadership, gli introversi e i taciturni vengono regolarmente scartati, anche se tendenzialmente più attenti e molto meno propensi a prendere rischi sconsiderati. Un’interessante ricerca di Adam Grant alla Wharton School ha scoperto come i leader introversi diano spesso risultati migliori, perché nel gestire impiegati particolarmente attivi, sono molto più propensi a lasciarli liberi, mentre gli estroversi possono, involontariamente, entusiasmarsi tanto da appropriarsi del lavoro, impedendo l’emergere delle idee altrui. I leader storici più rivoluzionari erano introversi: Eleanor Roosevelt, Rosa Parks, Gandhi, tanto per citarne qualcuno. Si descrivevano come persone tranquille, pacate, perfino timide. Ed erano tutte insolitamente sotto i riflettori: li si percepiva come leader non perché a loro piacesse controllare gli altri, o emergere; erano lì perché non avevano scelta, perché erano spinti a fare quello che pensavano fosse giusto.

Naturalmente ci troviamo tutti in punti diversi della scala introverso/estroverso. Anche Carl Jung, lo psicologo che per primo rese popolari questi termini, disse come l’introverso o l’estroverso puro non esistono. Comunque, tipicamente la gente sente di appartenere più a un tipo specifico, ed è particolarmente importante quando si tratta di creatività e produttività: quando gli psicologi osservano la vita delle persone creative, scoprono che sono eccezionali nello scambio di idee e nell’introdurne di nuove, ma che hanno anche una buona dose di introversione. E questo perché la solitudine è spesso un ingrediente fondamentale per la creatività. Darwin faceva lunghe passeggiate nei boschi e declinava categoricamente gli inviti a cena. Theodor Geisel, meglio noto come Dr. Seuss, sognò molte delle sue meravigliose creazioni nel suo ufficio solitario, in un campanile sul retro della sua casa a La Jolla, in California. Steve Wozniak inventò il primo computer Apple da solo, seduto in un angolo alla Hewlett-Packard dove lavorava all’epoca; e sostiene non sarebbe mai diventato un esperto se non fosse stato abbastanza introverso da andare via di casa quando stava crescendo.

Questo non significa che dovremmo tutti smettere di collaborare, ma che la solitudine è importante. Per alcuni è addirittura l’habitat naturale. Fin dai testi più antichi si legge di uomini, di profeti, che viaggiano soli nel deserto in cerca di apparizioni e rivelazioni. Oggi soffriamo di un’evidente amnesia. E non c’è da sorprendersi se si dà un’occhiata alle idee della psicologia contemporanea: pare che non sia neanche possibile stare in un gruppo senza imitare istintivamente le opinioni degli altri; anche per cose apparentemente personali, come da chi siamo attratti, si comincerà ad adottare opinioni altrui senza neanche rendersene conto. E si sa che il gruppo segue l’opinione del più carismatico, senza che vi sia la minima correlazione tra l’essere il miglior oratore e il miglior pensatore. Nessuna. Il terrificante fenomeno del “branco” ne è una prova più che convincente.

Se tutto questo è vero, allora perché organizziamo le scuole e il lavoro in questo modo? Perché facciamo sentire gli introversi così colpevoli nel volersi isolare ogni tanto? Una possibile risposta potrebbe essere questa: dalla cultura di carattere, in cui si valorizzava la persona per la rettitudine morale, si è passati alla cultura della personalità. In altre parole, il mondo ha assistito ad una delle più grandi rivoluzioni di tutti i tempi. Quella industriale: la gente si è spostata improvvisamente dalle piccole alle grandi città, e invece di lavorare con persone che conosce da una vita, si è messa alla prova in una folla di sconosciuti. Comprensibilmente, qualità come il carisma e la determinazione sono diventate essenziali. I manuali di auto-aiuto non presentavano più titoli quali “Il carattere, la cosa più grande del mondo” o “Un uomo che non offende per superiorità”, ma “Come farsi degli amici e influenzare le persone”. È questo il mondo in cui viviamo oggi.

Il lavoro di gruppo, le qualità sociali, hanno un valore inestimabile e sono indispensabili per risolvere i grandi problemi; ma più libertà si lascia agli introversi di essere se stessi, più probabilità hanno di scoprire da soli la loro soluzione unica a questi problemi. Bisogna certamente insegnare ai bambini a lavorare insieme, ma anche a lavorare per conto proprio. È da lì che vengono i pensieri più profondi. Non dobbiamo isolarci e costruire una capanna nei boschi, non parlare mai più con nessuno, andare nel deserto e cercare rivelazioni come Buddha. Ma non farebbe male entrare nella nostra testa un po’ più spesso.

Guardate bene cosa avete messo in valigia e chiedetevi il perché. Forse anche quella degli estroversi è piena di libri. O bicchieri di Champagne. O attrezzature da paracadutismo. Qualunque cosa sia, aprendola riempiranno il mondo con la loro inguaribile energia. E gli introversi, così come sono, probabilmente hanno l’impulso di proteggere attentamente la loro valigia. E va bene così. Ma qualche volta, si spera che condividano quei libri anche con gli altri. Perché il mondo ne ha bisogno.

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Ginevra Montanari

Nasce a Roma il 4 settembre 1993. Diplomata al liceo linguistico europeo Sacro Cuore, attualmente frequenta la facoltà di Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Da sempre appassionata di cinema, musica e teatro.
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