Il linguaggio crea la politica, la politica crea il linguaggio

02/10/2014 di Francesca R. Cicetti

Slogan e accuse, contenuti e falsità. È la politica a creare il linguaggio o viceversa?

Linguaggio e Comunicazione Politica

C’era una volta la lingua inglese. L’universale, infallibile paradigma linguistico della comunicazione mondiale. La si biasima (o la si loda) per essere uno dei fattori prominenti nella diffusione della globalizzazione. Aver elaborato complesse catene di connessione tra gli stati e tra le persone è imputato come crimine o osannato come merito, alternativamente, da quando l’integrazione mondiale ha iniziato a muovere i primi passi. Un ben congegnato, crudele giocattolo di oppressione, per alcuni. Necessaria e benefica modernizzazione, secondo altri. Ma se l’inglese è la lingua del mondo, è indispensabile e inevitabile qualche dissertazione sulla sua natura.

L’essenza del linguaggio è storia che appassiona da secoli, accompagnata dalla classica domanda se sia la lingua a trasformare le culture, o le culture a trasformare la lingua. Nel caso del linguaggio politico, poi, la questione è ancora diversa. Scrive Orwell, nel saggio “Politics and the English Language” (1946), che il linguaggio della politica è fatto per far sembrare verità le menzogne più aberranti, l’omicidio un rispettabile atto di onore, e per dare persino a un soffio di vento l’apparenza della solidità. La cattiva prosa è nutrimento per la cattiva ideologia. Lo stile gonfiato e retorico, invece, un nemico per la verità. Metafore, similitudini, espressioni straniere e gerghi ridondanti cadono sui significati autentici delle parole e li dissolvono in una scia di nebbia, fino a che diventa impossibile comprendere la realtà dei fatti. Fino a che diventa irrealistico riuscire a prendere una decisione.

Non è cambiato molto, la politica è ancora oggi un gioco di linguaggio. Meglio di tutti dovrebbero saperlo gli italiani, che del premier Renzi contestano sempre con più frequenza la vuotezza. Frasi da biscotti della fortuna e slogan all’americana da una parte, “hate speech” e banalità dall’altra. È sempre più difficile arrivare ai contenuti. Soprattutto se i discorsi pubblici diventano trampolini di aggressività, per guadagnarsi un quarto d’ora di fama volatile. La malizia e l’incertezza generano equivoci, ma senza più innescare il meccanismo della censura. La politica sembra accogliere il degrado del linguaggio forse non con favore, ma quanto meno con rassegnazione.

Se non per scelta, forse per necessità. Non è la politica a creare il suo linguaggio, ma l’andamento del linguaggio a influenzare la politica. Non (speriamo) per mancanza di contenuti, ma per naturale evoluzione della società. Fondi limacciosi di retorica per l’Inghilterra pomposa di Ornwell, slogan da cinque o sei parole per un’Italia che ha troppa fretta per ascoltare i suoi politici, e si accontenta di mordicchiare frasi qua e là. E il Parlamento, luogo della decisione pubblica per eccellenza, somiglia ad un teatro nel quale mettere in scena la meraviglia sociale del linguaggio. Palcoscenico della collettività, si sbizzarrisce in un turbinio di striscioni e cori da stadio. La serietà non va più di moda.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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