L’Industria 4.0. Un nuovo paradigma di sviluppo per l’Italia

27/07/2015 di Lucio Todisco

In Germania è già una realtà, in Italia se ne dovrà parlare, a breve, come nuovo paradigma da seguire da parte del comparto industriale per accrescere la propria competitività: stiamo parlando dell’Industria 4.0.

Industria 4.0: nulla è lasciato al caso, l’efficienza del sistema dipende dall’integrazione e dalla connessione. Questa è la filosofia alla base di questo nuovo paradigma industriale che si basa sull’uso di 9 diverse tecnologie messe al servizio di un’impresa: cyber securitybig data, realtà aumentata, radio frequency identification, tracking, stampa 3D e connessione degli impianti, prototipazione rapida, cloud computing, robotica. Un percorso che già si sta sviluppando anche negli Stati Uniti e in Francia.

Investimenti: modello USA o Germania? – Sul tema, una nota società di consulenza azienda la Roland Berger Italia ha presentato un documento  di ciò che potrà essere questo nuovo modello di integrazione industriale che è possibile leggere ed approfondire online.  Per definire meglio questo nuovo modello di integrazione industriale, l’a.d. di Roland Berger, Roberto Crapelli, ha spiegato su Il Sole 24 ore come, in Germania, il concetto di Industry 4.0 sia già una realtà ben avviata che sta vedendo il coinvolgimento attivo sia del Governo che della Confindustria tedesca. Alcuni grandi gruppi industriali europei si stanno affacciando a questo nuovo paradigma industriale, come Siemens, Bosch, Rolls Royce e, proprio per questo, vista la velocità del mercato, è necessario non perdere terreno nei confronti delle nostre dirette concorrenti nel settore manifatturiero.

Le difficoltà, però, sono di natura economica, perché è un modello che necessità di lungimiranza, pazienza ed una forte vision verso quello che potrà essere il mercato di domani. Un modello industriale a struttura iperconnessa necessita di investimenti massicci. L’Italia deve scegliere quale modello seguire, quello statunitense dove il ruolo dello Stato è principalmente quello di semplificare le attività di sviluppo di tale modello o quello tedesco dove s’ipotizzano investimenti statali nella ricerca e nella innovazione.

Inoltre, sempre nell’intervista rilasciata a Il Sole 24 ore, Crapelli spiega come sia necessario, per portare la quota manifatturiera italiana dall’attuale 15% del valore aggiunto al 20% entro il 2030, arrivare a circa 8 miliardi di investimenti annui, puntando su: “piattaforme digitali, software, robotica, gestione dei big data, sistemi cloud”.

Colmare le distanze, migliorare la crescita – Un’idea di sviluppo industriale che inevitabilmente metterà di fronte le nostre aziende all’investimento in innovazione che dovrà essere accompagnato da sgravi economici da parte dello Stato per rendere l’ammodernamento più veloce. L’obiettivo principale deve essere quello di ridurre la distanza tra l’industria italiana e quella tedesca che, nel corso di questi ultimi 12 anni è aumentato, soprattutto nella redditività media che è cresciuta in Germania dal 3,9% del 2000 al 7,1% del 2012, mentre è andata via via in calando in Italia nello stesso periodo dal 6,8% al 3,1%. L’obiettivo è quello immaginare un modello italiano non dissimile a quello tedesco, che ha un suo asset di imprese ‘sistemiste’ che, leader di un determinato comparto industriale, impongono anche al suo indotto estero di adottare gli stessi standard produttivi.

Di sicuro la nostra industria manifatturiera al momento sta procedendo lentamente con dei segnali positivi che incoraggiano ad immaginare un “Made in Italy” più organico e meno frazionato. Ad esempio, secondo l’Istat, il primo semestre di quest’anno si chiude con una crescita tendenziale delle esportazioni del 6,6%, con un +5,6% rispetto al mese di giugno dello scorso anno. Fa inoltre ben sperare l’avanzo commerciale che nel primo semestre ha raggiunto i 13,9 miliardi rispetto i 9,3 miliardi del 2014.

Un modello industriale completamente nuovo che avrà bisogno di parecchia strada da compiere per affermarsi nel nostro paese. Basta analizzare velocemente il quadro di valutazione dell’innovazione in Europa per l’anno 2014, dove l’Italia fa parte di quel gruppo definito degli “innovatori moderati” anche se, di questo gruppo, ne è alla testa. Di certo, ciò che dovrà essere immaginato è far sì che l’industria 4.0 trovi spazio nelle esigenze di una industria come quella italiana che conta circa il 95% di microimprese con meno di 10 dipendenti e con fatturati annui che non permettono grandi investimenti in ricerca. Per questo, molto lavoro spetterà al Governo, che dovrà, di qui in avanti, immaginare sgravi e finanziamenti sulla ricerca e non incappare in spiacevoli battute di arresto come nel caso della banda larga.

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Lucio Todisco

Classe 1987, Laureato in Scienze Politiche si è specializzato in gestione e formazione delle Risorse Umane e, ad oggi, è praticante Consulente del Lavoro. Una vita tra libri, film, politica, musica e del buon cibo. Il suo libro preferito è Oceano Mare, Mediterraneo il film che rivedrebbe ogni giorno, Oasis, U2 e Coldplay, la musica che ascolta nell’Mp3. Appassionato di innovazione, fa parte del comitato organizzatore dell’Innovation Day, manifestazione che coinvolge professionisti, organizzazioni, aziende e pubblica amministrazione sui temi dell’innovazione, crescita, sviluppo; collabora con la Fondazione Turismo Accessibile sui temi dell’innovazione e accessibilità turistica nel nostro paese.
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