L’India di Narendra Modi: il volto del nuovo presidente

21/05/2014 di Redazione

Narendra Modi, Presidente India

Vittoria Massiccia: 563 milioni di persone esprimono il loro voto nelle elezioni indiane a favore del nazionalista indù Narendra Modi, 63 anni, leader del Bharatiya Janata Party (BJP). L’India ha un nuovo Primo Ministro.

“La democrazia più grande al mondo”. Dopo molti anni di sostanziale continuità al governo del Partito del Congresso, storicamente legato alla dinastia Nehru-Gandhi e di cui il candidato era Rahul Gandhi, il Partito di Modi è riuscito ad ottenere una vittoria storica, spezzando quella continuità che sembrava essere ormai eterna. Tali elezioni sono state le più imponenti mai registrate nella storia democratica indiana, ovvero da quando il paese ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1947: con 814 milioni di elettori accertati (100 milioni in più rispetto alle ultime elezioni del 2009) e con 930.000 seggi elettorali, l’India è, a tutti gli effetti, la “più grande democrazia del mondo”. Il BJP è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi nella Lok Sabha (la Camera Bassa), con 272 sui 543 complessivi, mentre la coalizione nella sua totalità ha ottenuto 327 seggi.

Gli scandali del Congress Party. Le ragioni che hanno portato alla sconfitta del Partito del Congresso sono molteplici. Prima fra tutte la serie di scandali legati alla corruzione, che hanno colpito molti esponenti del governo uscente di Singh. Durante la campagna elettorale, tali scandali sono apparsi però secondari ad una serie di episodi che hanno interessato l’establishment governativo, l’ultimo dei quali sono state le elezioni locali, tenutesi tra novembre e dicembre 2013: il Congress ha, infatti, perso in 4 dei 5 stati nei quali si è votato. Inoltre, nonostante il leader del Congress Rahul Gandhi avesse impostato la sua campagna elettorale su temi molto sentiti dalla popolazione indiana come la crescita economica, il ricambio generazionale nelle élites partitiche e dei governi locali, e il rafforzamento del programma alimentare nelle aree più povere, era percepito come un soggetto legato all’establishment governativo, “il principe ereditario” come veniva chiamato non soltanto dai suoi avversari ma anche dai suoi alleati; come un esponente politico di un partito dove, nella sostanza, la successione al potere è avvenuta più per “meriti” dinastici che personali.

Narendra Modi, Elezioni IndiaL’outsider delle elezioni. Considerato da alcuni come un ultra-nazionalista pericoloso per la democrazia indiana (e soprattutto per le minoranze presenti nel paese, in primis quella musulmana), da altri come un governatore attento ai problemi dello stato che ha rappresentato, il Gujarat, Modi ha apportato una sostanziale novità nel dibattito politico indiano. Vanno però fatte alcune precisazioni a riguardo. Egli è stato a lungo leader del gruppo estremista nazionalista RSS, organizzato su base paramilitare e dichiaratamente anti-musulmano. Tale gruppo è formalmente indipendente dal BJP, ma ne rappresenta una costola che contiene in sé tutte le frange più intolleranti del suo elettorato. Da ricordare un episodio fondamentale: quando nel 2002 ci sono stati pogrom anti-musulmani nello stato da lui governato, non fece nulla per evitarli, ordinando alle forze di polizia di non intervenire per fermare i massacri. USA ed UE, inoltre, hanno negato a Modi il visto per diversi anni (recentemente ripristinato), proprio a causa dell’appoggio mai respinto agli attacchi di musulmani avvenuti nel 2002.

L’uomo nuovo. In un paese dove la corruzione, il clientelismo e l’inefficienza hanno un peso preponderante, il governo di Modi si è contraddistinto per una totale incorruttibilità e per una grande efficienza. È stato molto attento a non essere coinvolto in nessuna situazione che potesse apparire opaca; ha cercato, con buoni risultati, di eliminare le lungaggini burocratiche che in qualsiasi altra parte del territorio indiano strangolano le imprese, piccole e medie. Tutte politiche che hanno portato in Gujarat una porzione sempre maggiore di investimenti produttivi (importante l’investimento della Rata Tata, che vi ha trasferito la fabbrica di auto “Nano”, costretta alla chiusura in Bengala a causa dei sindacati) ed una crescita economica ben al di sopra della media nazionale (già molto elevata).

Un leader popolare. Vi è, poi, l’immagine “popolare” di Modi. Figlio di un venditore ambulante di tè che ha iniziato la sua carriera dal basso, diversamente da Rahul Gandhi, le sue origini sono state fonti di notevole popolarità. I suoi toni si sono notevolmente affievoliti in campagna elettorale, tanto da aprirsi, seppur in maniera molto blanda, alle minoranze religiose, non soltanto musulmane ma anche cristiane. Bisognerà come è ovvio investigare nei prossimi anni sulla coerenza con le sue dichiarazioni rispetto alla situazione delle minoranze in India, uno dei nodi fondamentali che è stato a lungo rimandato, ma che dovrà essere prontamente affrontato.

Il Thatcher indiano. Un Modi, poi, che ha avuto appoggio anche dalla finanza e dalla grande impresa, con l’auspicio che possa replicare a livello nazionale ciò che a livello regionale ha fatto: lotta alle inefficienze ed alla corruzione, costruzione ed ammodernamento delle infrastrutture, promozione di politiche di liberalizzazione economica. E, ancora più importante, che riesca a tenere a bada gli animi maggiormente estremisti del suo partito, facendosi garante di una pax hindu, che porti la società indiana verso una maggiore e più duratura stabilità.

Un punto di svolta: Modi come Nixon. La vittoria di Modi rappresenta, come sopra ricordato, un punto di svolta fondamentale nella vita politica indiana. Sviluppo, lavoro, servizi e sicurezza per tutti: questi i punti del programma del neoeletto. Il nuovo Primo ministro avrà, tuttavia, di fronte delle sfide di difficile soluzione. La domanda che ci si pone è se riuscirà nell’intento di mantenere quella continuità nello sviluppo mantenuta fino ad oggi e, ancora più importante, se riuscirà a creare più uguaglianza sociale e riposizionare la Repubblica indiana nello scacchiere internazionale. Nel contempo, bisognerà far fronte al cortile di casa, dunque alle lotte politiche in Bangladesh, alle attività nelle Maldive e in Birmania, alla necessità di importare i combustibili fossili e tenersi stretto un alleato esigente come l’Iran, alle tensioni con la Cina lungo l’Himalaya, al tentativo di scongelare i rapporti col governo conservatore del Pakistan in relazione al Kashmir e soprattutto dopo gli attentati di Mumbai del 2008. In una recente intervista rilasciata al The Guardian, Ashutosh Varshney, professore della Brown University, avrebbe accostato Modi e il suo approccio volto al dialogo, alla figura di Nixon in China. Con la differenza che il neo primo ministro indiano sarebbe più vicino agli ambienti di Pekino piuttosto che di Washington.

Un Paese di giovani. Secondo gli analisti indiani, un nuovo dato andrebbe messo in evidenza: il dividendo demografico. In India, 430 milioni di persone hanno un’età compresa tra i 15 e i 34 anni, un terzo della popolazione è sotto i 15 anni, più della metà sotto 24 e l’età media è 27 anni; circa 120 milioni di giovani varcavano per la prima volta la soglia del seggio all’ultima tornata elettorale. Dati messi in evidenza in un un recente report stilato dalle Nazioni Unite (PDF), nel quale si enfatizza il fatto che nei prossimi 7 anni l’India sarà il paese più giovane al mondo. L’impatto della nuova generazione è stato, dunque, probabilmente molto forte ed è, al contempo, molto dibattuto. Il tasso di disoccupazione tra i laureati rimane alto: nel quinquennio 2005-2010 la crescita media è stata del 8,7% ma a fronte di 1 milione di posti di lavoro creati, 59 milioni di neolaureati non hanno ancora accesso al mondo del lavoro. Risulta chiaro come eventuali politiche sbagliate nel campo dell’educazione o del mercato del lavoro potrebbero alimentare la rabbia tra i giovani che costituiscono, di fatto, la maggioranza della popolazione. Vi è poi quella larga fetta del Paese che, nelle zone rurali, non ha accesso all’acqua potabile o ai servizi pubblici minimi. C’è poi la violenza e ci sono le molestie nei confronti delle giovani donne tra i 18 e i 25 anni.

Per molti anni l’India è stata considerata come un “paese emergente”. Ad oggi l’utilizzo del participio presente sembra del tutto anacronistico, non soltanto per gli enormi passi in avanti compiuti dalla Repubblica indiana in ambito economico, ma anche e soprattutto per l’aver dimostrato alla comunità internazionale che l’India è un paese dal quale non si può più prescindere nelle scelte di politica internazionale. Un paese, in altre parole, “emerso”, la cui crescita ha fatto schizzare i redditi, ridurre la povertà e suscitare incertezze dal punto di vista della tradizione e dei valori. Per tale ragione appaiono così importanti le elezioni che si sono concluse qualche giorno fa e che hanno visto la vittoria di Narendra Modi, che ha così commentato all’annuncio della sua vittoria: “Arrivano bei giorni”.

“Si’ il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, sosteneva Mahatma Gandhi, padre della patria. Ci auspichiamo che Modi sia il cambiamento che l’India aspetta.

 Vincenzo Romano – Elena Cesca

 

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