L’incontro Renzi-Letta e il discorso del premier: guerra o non guerra?

12/02/2014 di Luca Andrea Palmieri

Guerra o non guerra? Staffetta o non staffetta? Non è ancora chiaro: fatto sta che, nell’incontro tra il Presidente del Consiglio Enrico Letta e il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, pare nessuno si sia mosso di una virgola dalle proprie posizioni. E’ paradossale come le sorti di un governo in cui il partito principale è il Pd, il principale rischio per la sua stabilità sia lo stesso Pd. Ma le guerre intestine, che qualcuno associa a quelle della vecchia Democrazia Cristiana, sono sempre state all’ordine del giorno nel principale partito di centro-sinistra: e non stupisce affatto che questa situazione non sia cambiata con la segreteria di Renzi: vuoi per il fastidio che il vecchio establishment non ha mai nascosto nei confronti del nuovo leader, vuoi per una situazione in cui a una maggioranza parlamentare per la stragrande maggioranza vicina al gruppo di riferimento di Bersani, corrisponde una direzione che per il 65% almeno appoggia l’ala del partito praticamente opposta. E’ ovvio che ci si possa aspettare di tutto, ricordando come la fedeltà alla linea di partito non sia stata spesso di moda dalle parti del centro-sinistra.

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Matteo Renzi, segretario del Partito Democratico

La conferenza stampa – Così Letta, a poche ore dall’incontro, ha indetto una conferenza stampa per presentare il suo nuovo patto di governo, “Impegno Italia”: quasi paradossale, eppure molto appropriato, che un documento di programma per i prossimi anni (a proposito, Letta ha parlato di governo “per obiettivi”, come dire che al limite dei 18 mesi non ci pensa più nessuno), venga presentato proprio in questa situazione di instabilità totale. Durante la conferenza stampa il presidente del Consiglio ha parlato di un incontro “franco” con Renzi, e non gli ha risparmiato frecciate: ha ricordato di essere un uomo “delle istituzioni”, pronto a prendersi “le proprie responsabilità”. Così ha messo in evidenza il modo in cui ha guidato il governo senza particolari protagonismi, ed ha sottolineato la necessità di chiarezza. “Chi vuole venire al posto mio deve dire cosa vuole fare, ognuno di noi deve giocare a carte scoperte” ha detto. In Parlamento dunque, prendendosi la responsabilità di far cadere il governo, magari con un voto di fiducia sullo stesso documento presentato. Di dimissioni, neanche a parlarne: “Le dimissioni non si danno per dicerie, per manovre di palazzo, o perché ci sono retroscena che dicono questo”. Insomma, il premier ha occupato, abilmente, la posizione della vittima dei giochi di potere di altri.

Un incontro burrascoso? – Sembra così prender piede la versione dei fatti per cui l’incontro è stato effettivamente duro, e ci sia stata una certa freddezza tra i due leader. Rischio spaccatura dunque nel Partito Democratico? Difficile a dirsi, certo è che la situazione non è certo serena (a differenza dell’hashtag, “iosonosereno” proposto dal premier): bisogna capire fondamentalmente che intenzione ha il gruppo parlamentare del Pd in Parlamento, soprattutto al Senato. Perché i senatori cosiddetti “renziani”, hanno sicuramente il potere di far cadere il governo, ma è difficile immaginare che lo facciano, almeno subito, dato il contraccolpo che la cosa avrebbe sulla coesione del partito: sarebbe una pugnalata, nemmeno alle spalle, a un loro stesso esponente. Fatto sta che il logoramento di Letta non gli promette nulla di buono. Allo stesso tempo la maggioranza del vecchio gruppo, minoranza in direzione, potrebbe mettere seriamente in difficoltà un Renzi premier (anche qui però pare difficile immaginare una spallata: significherebbe decretare in pratica la morte del partito).

Poche soluzioni – Insomma, al punto a cui si è arrivati, non sembra esservi una soluzione governativa facilmente percorribile. Viene difficile anche comprendere quale sia la motivazione dietro il cambio di rotta di Renzi, se vi è del tutto stato: quasi tutti fino a pochi giorni fa ritenevano impensabile una sua salita senza elezioni, e gli stessi oggi si domandano cosa può avergli fatto cambiare rotta: l’impazienza? L’ostruzionismo sulle riforme? Fatto sta che la realtà di Renzi premier potrebbe essere estremamente pericolosa per lui stesso: da un punto di vista pratico se il Parlamento non gli permetterà di attuare le riforme che, dopo i proclami, inevitabilmente dovrebbe portare avanti con decisione; da un punto di vista di immagine perché un esecutivo non proposto in sede elettorale per la terza volta consecutiva sarebbe davvero poco digeribile per l’opinione pubblica (e poco importa che siamo in una democrazia parlamentare). A questo punto sarebbe meglio approvare il prima possibile la legge elettorale, che permetterebbe di evitare altre larghe intese, e andare al voto a maggio, insieme alle europee.

Un piano ambizioso – Intanto Enrico Letta ha presentato un piano certamente ambizioso: una spending review per i prossimi anni di circa 30 miliardi di euro, da destinare alla riduzione delle tasse sul lavoro; un impegno (effettivamente essenziale e mai abbastanza pubblicizzato) di semplificazione burocratica che renda più snella l’attuazione delle leggi; la sperimentazione di nuove regole sul lavoro, attraverso Expo, che prevedano contratti a tempo indeterminato con tutele progressive; un piano scuola per anticiparne i tempi di ingresso e di uscita (dai 5 ai 18 anni); e infine nuove norme e pacchetti di legge per combattere la criminalità organizzata e i loro patrimoni illeciti. Si tratta di misure importanti; non tutte quelle necessarie, ma sarebbe sicuramente molto per un governo in queste condizioni. Letta giura che sono fattibili, e, nel suo documento, le associa a un tempo di completamento e ai loro responsabili. E’ un bluff, l’ultima mossa di un uomo ormai messo alle strette, o un tentativo reale di imporre la propria agenda di governo? Già domani, quando Matteo Renzi parlerà alla segreteria del Pd, ne capiremo qualcosa di più.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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