L’impulso creativo nel teatro dei sogni: Joan Mirò in mostra a Mantova

22/12/2014 di Simone Di Dato

Reduce dal successo della recente mostra dedicata alla fotografa tedesca Candida Höfer, la città di Mantova ospita presso le Frutterie di Palazzo Te una retrospettiva tutta dedicata al più radicale tra i teorici del surrealismo, ripercorrendo quasi trent’anni di produzione artistica in un excursus storico che va dal 1966 al 1989

Mantova, Mirò, L'impulso creativo

L’immobilità per me evoca grandi spazi in cui si producono movimenti che non si arrestano, movimenti che non hanno fine. Un ciottolo, che è un oggetto finito e immobile, mi suggerisce non solo movimenti, ma movimenti infiniti che, nei miei quadri, si traducono in forme simili a scintille che erompono dalla cornice come da un vulcano.

Mantova, Mirò, L'impulso creativo
La lucertola dalle piume d’oro, 1989-1991

In un giorno di lavoro con una tela di fronte, Joan Mirò (1893-1983), considerato uno dei più grandi maestri dell’arte del XX secolo, ha pensato bene di spremere direttamente il colore dal tubetto e lavorarci sopra proprio come se stesse suonando un pianoforte. Le dita di una mano che scorrono sulla trama bianca, il palmo che frena saldamente all’improvviso, entrambe le mani nell’impeto dell’esordio. Si comincia dal nero, stendendo il colore con prontezza, per poi passare ai segni, tracciati e solcati, scalfiti semplicemente con un temperino. Ancora altre cromie, scelta mai lasciata al caso, a dare equilibrio alla composizione: il rosso per il bilanciare il nero e il verde per bilanciare il rosso. Prima l’istinto e poi la riflessione. C’è qualcosa di musicale nell’opera di Mirò, che paradossalmente amava lavorare in assoluto silenzio, a tratti impulsiva e viscerale ma spesso così lenta e ponderata da sembrare “il compito di un giardiniere o un vignaiolo”, armonica e dissonante allo stesso tempo, come una sinfonia mai prevedibile.

Con un vocabolario di forme maturato molto in fretta, il corpus dell’artista spagnolo si distingue per la continua evoluzione e la molteplicità dei materiali utilizzati: non solo oli e acrilici, ma addirittura benzina, acqua impura, succhi di fiori e qualsiasi materia liquida adatta ai suoi scopi, passando per terrecotte, bronzi, arazzi, ceramiche e pittura su vetro. Ciò che più ci stupisce è che qualunque oggetto preso in considerazione da Mirò, all’apparenza anche il più stupido e banale, venga trasformato in qualcosa di meraviglioso. “Una bottiglia, un bicchiere, un ciottolo su una spiaggia deserta – diceva – sono cose immobili, ma scatenano nel mio spirito profondi sconvolgimenti. Non provo la stessa sensazione davanti a un essere umano che si sposta di continuo e stupidamente. La gente che va a fare il bagno su una spiaggia e si agita, mi tocca molto meno dell’immobilità di un sasso.”

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Reduce dal successo della recente mostra dedicata alla fotografa tedesca Candida Höfer, la città di Mantova ospita presso le Frutterie di Palazzo Te una retrospettiva tutta dedicata al più radicale tra i teorici del surrealismo, ripercorrendo quasi trent’anni di produzione artistica in un excursus storico che va dal 1966 al 1989. Nata in collaborazione con la Fundaciò Pilar i Joan Mirò a Mallorca e curata da Elvira Càmara Lòpez, direttrice della stessa Fondazione, “Mirò. L’impulso creativo” propone una selezione di 53 opere dell’artista catalano in un percorso che si caratterizza per la suggestiva ricostruzione degli Studi Sert e Son Boter. L’idea è quella di ricreare con fedeltà l’atmosfera in cui Mirò dava voce al suo impulso creativo, vale a dire quei luoghi dell’anima in cui l’artista realizzò alcuni dei più importanti quadri del secolo scorso, fatti rivivere attraverso pennelli, strumenti e oggetti da lavoro utilizzati e conservati nel tempo grazie all’attività della Fondazione.

Impulso Crativo, Mirò a Mantova
Senza titolo, 1974 circa;

Divisa in aree tematiche, la mostra parte dalla sezione dedicata a “La forza del nero” per puntare l’attenzione a lavori che testimoniano l’influenza della cultura giapponese su Mirò, espressa da una maggiore essenzialità dei cosiddetti “dipinti monocromi” e che trovano fonte di ispirazione dai viaggi che il pittore compì in terra nipponica nel 1966 e 1969 durante i quali subì il fascino dell’arte orientale come trionfo del nero, dello spazio e dei vuoti. E’ con “Il gesto” invece che la mostra mette in evidenza l’Espressionismo Astratto americano e il contatto di Mirò con Jackson Pollock attraverso la spontaneità del tratto, gli schizzi, il dripping e l’espressività del gesto che si fa elemento imprescindibile dell’opera. Si passa dunque a “Sperimentazione materica” per descrivere la varietà delle scelte artistiche e le molteplici opportunità di lavoro fino a “Trattamento dei fondi” sezione volta a illustrare il superamento della pittura tradizionale con l’utilizzo di materiali poco convenzionali, dalla carta al legno, dai giornali ai chiodi, dalle corde alla lana. Il risultato è un corpus di opere che non cerca la completa astrazione ma aspira piuttosto ad un linguaggio surreale radicale e poeticamente semplificato, in cui a trionfare è il colore puro e una vivace libertà formale, dove ogni oggetto può diventare il fulcro tattile di un’opera d’arte, purché se ne rispetti la materia e riesca a guardare verso orizzonti sempre nuovi e inattesi. In fondo, sosteneva Mirò, “il solo modo di rinnovarsi è di svecchiare, di dare un’energia pulita” tanto all’impulso creativo quanto all’opera d’arte. Perché “ogni quadro deve essere fecondo. Deve far nascere un mondo”.

Info
“Mirò. L’impulso creativo”
a cura di Elvira Càmara Lòpez
Quando: 26 novembre 2014 – 6 aprile 2015
Orari: Lunedì 13-19 Martedì – Domenica 9-19 Venerdì 9-23

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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