L’importanza di essere renziani

28/04/2015 di Francesca R. Cicetti

Renzi twitta con ottimismo. Renzi è l'Ottimista. E così, nessun altro può esserlo. A meno di non voler sembrare un renziano.

Matteo Renzi

Se confidare nella ripresa è un’abitudine da creduloni e da renziani, pensare che l’Expo possa essere un’opportunità per il Paese è da renziani e da sprovveduti. Con qualche bullone ancora da infilare nelle coperture dei padiglioni, e un paio di tegole mancanti, nessuno si azzarda a sperare che tutto, alla fine andrà per il meglio. I soliti furtarelli a parte. I soliti imbrogli a parte. I soliti ritardi a parte. Insomma, nessuno confida nelle capacità organizzative dell’Italia, italiani in primis. Eppure, tranne la pioggia e gli ultimi ritocchi (il padiglione del Nepal, che ha affari disperatamente più urgenti a cui pensare) sembra che tutto sarà in ordine. Ma ugualmente in pochi riescono a mostrarsi ottimisti.

Forse perché l’ottimismo è, da tempo, prerogativa del presidente del Consiglio. Per Renzi è tutto molto bello, i padiglioni perfetti, l’Italia che non si arrende meravigliosa. La ripresa è alle porte, e questa è finalmente “la volta buona”. Il presidente twitta con ottimismo. Il presidente è ottimista. E così, nessun altro può esserlo. A meno di non voler sembrare un renziano.

Lungi da noi l’idea di essere fiduciosi senza osannare Matteo Renzi. La stranezza, l’incongruenza di fondo, sta nel dover leggere il giornale, prima di decidere di che umore essere. Se ci si lascia contagiare, almeno un pochino, dalla testolina timida di una ripresa che fa capolino, allora si è renziani. Se si diffida della campana di vetro propagandistica, allora non lo si è. Breve: per decidere se sorridere o mugugnare, guardare prima chi sorride e chi mugugna. E adeguarsi di conseguenza.

A complicare la scelta dell’umore comune, le altalene politiche non sempre chiare. Conosciamo bene una certa schizofrenia partitica, facilitata dalla memoria corta degli elettori. Capire a chi giova un atteggiamento piuttosto che un altro non è sempre semplice, considerata la facilità con cui si cambia idea, dietro alle telecamere o sugli scranni parlamentari.

Allora, se si sventola la bandiera del renzismo si ha la possibilità di accodarsi al sorridente entusiasmo del premier, digitare meraviglie sulla tastiera del computer e rilassarsi nel caos milanese di turisti entusiasti senza storcere la bocca. Ma se l’eccessivo ottimismo si rivela un peccato (di superbia, forse) allora meglio mettere il broncio e mostrarsi realisti, coi piedi per terra, meno soggetti alle lusinghe sognatrici del leader PD. La crisi è troppo mortificante e avvilente per essere dimenticata con un tweet. E l’organizzazione italiana troppo nota perché si possa credere che si tramuti in un orologio svizzero da un giorno all’altro.

Che sia l’Expo, la legge elettorale, il vertice UE o la minoranza del partito, Renzi alza il pollice e dichiara vinta la scommessa. E chi passa davanti ai padiglioni lucenti dei cinquantaquattro paesi partecipanti, in questi giorni, deve stare attento a non mostrarsi compiaciuto, se non vuole essere accusato di renzismo. L’ottimismo non è concesso agli sconfitti e ai gufi. Da qui, l’importanza di essere renziani. Chi si accoda al premier potrà gioire della valanga di turisti che zampetta nelle vie di Milano. Chi invece avanza un sano, salutare, scetticismo, farebbe meglio a voltarsi dall’altra parte. Non vorrà mica lasciarsi sfuggire un sorriso.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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