L’importanza del controllo sulle risorse idriche: la valle di Fergana

30/03/2016 di Marvin Seniga

Quello della Valle di Fergana è uno degli esempi più significativi di come le risorse idriche diverranno, nei prossimi decenni, sempre più terreno di scontro tra stati

Fergana

C’è una regione poco conosciuta del mondo, in cui le conseguenze del cambiamento climatico si fanno sempre più evidenti e mettono in mostra una tipologia di conflitti destinati a divenire sempre più comuni. Questa regione è la valle di Fergana. Grande più o meno quanto Israele, si estende tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan. Situata in una regione prevalentemente arida, per migliaia di anni questa gigantesca oasi ha alimentato le popolazioni di tutta l’Asia centrale. Negli ultimi trent’anni anni, però, le conseguenze del riscaldamento globale hanno cominciato prepotentemente a farsi sentire anche in questa zona del mondo. Tra il 1980 e il 2010, infatti, le temperature medie sono aumentate di circa due gradi, alcuni ghiacciai hanno cominciato sciogliersi e le precipitazioni a farsi sempre meno frequenti. Tutto ciò ha comportato un generale inaridimento della valle di Fergana, con importanti conseguenze per gli Stati che dipendono quasi interamente da questa fertile regione per la loro produzione agricola.

La questione è divenuta ancor più sensibile, quando il governo del Kirghizistan ha unilateralmente annunciato l’intenzione di costruire cinque nuove dighe lungo il Naryn, uno dei due fiumi principali che attraversano la valle. Lo scopo di queste nuove installazioni – che dovrebbero essere finanziate interamente dalla Russia, il principale partner politico ed economico del Kirghizistan – è quello di rendere il paese autosufficiente da un punto di vista energetico, e, allo stesso tempo, concentrare sul suo territorio quelle riserve d’acqua utili per superare i periodi di maggiore aridità.

Naturalmente, però, i paesi limitrofi non potevano accogliere positivamente questo nuovo progetto di costruzione sul fiume Naryn. In un contesto già reso complicato da inverni sempre più caldi e precipitazioni sempre più rare, perdere il controllo sulle risorse idriche della regione sarebbe per Tagikistan e Uzbekistan estremamente pericoloso. A protestare con maggiore veemenza è stato soprattutto il presidente uzbeko Islam Kerimov, il cui paese è fortemente dipendente dal fiume Naryn e dalla valle di Fergana per l’agricoltura e per la coltivazione del cotone – la principale attività produttiva del paese. In una dichiarazione dello scorso ottobre, quando il progetto kirghizo era appena stato svelato, Kerimov era arrivato a minacciare la guerra nel caso in cui – senza citare direttamente il Kirghizistan – un paese volesse veramente arrogarsi il diritto di controllare quelle risorse idriche che sono vitali per tutti i paesi della regione.

Il caso della valle di Fergana è dunque utile per capire le ripercussioni che in futuro avrà il riscaldamento globale. Sebbene le minacce di Kerimov sembrino esagerate, servono comunque a dare un’idea dell’importanza di questo bene, spesso dato per scontato, ma che riveste un peso geopolitico primario. L’inaridimento della valle di Fergana – tra l’altro – non è l’unica crisi ambientale che l’Uzbekistan si trova ad affrontare. La desertificazione in corso e non più reversibile del lago d’Aral – che negli ultimi cinquant’anni ha perso il 90% della propria superficie – è infatti per certi versi un fenomeno ancora più drammatico, che ha distrutto completamente il settore ittico del paese e costretto centinaia di migliaia di persone a migrare verso altre zone.

Negli ultimi anni le ricerche atte a rilevare il nesso tra nuovi conflitti e inaridimento di terre un tempo fertili sono divenute sempre più numerose. Lo stesso conflitto siriano è stato spiegato come il risultato del disinteresse del governo di Assad per la crisi idrica nelle regioni orientali, che avrebbe costretto, nei dieci anni precedenti allo scoppio della rivoluzione, centinaia di migliaia di persone a migrare verso sud, principalmente a Dar’a, nel marzo del 2011 epicentro della ribellione contro il regime. Tutto ciò porta ad affermare con forza quanto in molti hanno sostenuto negli ultimi decenni, e con sempre più veemenza negli anni recenti: i conflitti per il controllo delle risorse idriche saranno sempre più frequenti, con conseguenze nefaste non solo nel lungo periodo ma anche nel breve, portando sempre più Stati a competere tra di loro per il controllo del bene più prezioso per la vita.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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