L’illusione del cambiamento

27/01/2013 di Andrea Viscardi

Brutta cosa la democrazia. Specialmente quella all’italiana. La frase è forte e si tratta, naturalmente, di una provocazione. Certo, ma neanche tanto. Il problema, sia ben inteso, non è insito nelle istituzioni o nella forma di goveno del nostro Paese, quanto nel modo in cui, alla fine, i protagonisti politici interpretano quella che dovrebbe essere la massima aspirazione di ogni uomo di stato, il bene comune.

Perchè dico questo? Per il semplice motivo che, alla fine, le premesse e le promesse della politica, nella Penisola, vengono puntualmente disattese. Mi spiego meglio. Novembre 2011. Il governo guidato da Silvio Berlusconi lascia spazio ai tecnici che, fin da subito, pongono un altro modo di interpretare la gestione dello stato: meno retorica, nessun populismo, pochi scontri. Ciò che conta innanzi alla nazione, acrisi quanto sembra,  è il bene dello  Stato e dei suoi cittadini. Il che non vuol dire prendere provvedimenti approvati come un plebiscito dagli italiani, anzi. Per la prima volta, dopo due decenni, l’impressione era che, l’obbiettivo del governo non fosse riscuotere consensi nell’immediato, quanto intraprendere strade capaci  – per quanto difficili da percorrere – di fare il bene dell’Italia (e degli italiani) nel lungo periodo. Non voglio scendere nel merito della questione dei provvedimenti intrapresi dal governo tecnico, quanto sottolineare un modo di fare, un cambiamento fondamentale in un Paese che, da troppi anni, perseguiva la logica del “bianco e nero”, del nemico e del salvatore, del giusto e sbagliato. Ma, soprattutto, del fare solo ciò che non suscitava polemiche tra gli elettori. Insomma, la logica populista e demagogica che, mi perdonino i cittadini, è stata (forse sempre) l’arma principale dei partiti italiani (ma non solo). Senza troppi giri di parole, ad apparire diverso era stato il prendersi una pausa da quella politica all’italiana incapace di governare, ma abilissima nel far sembrare che l’importante, per gestire uno stato, sia il principio di differenza dall’altro. Al diavolo ciò di cui ci si occupa dopo essere stati eletti.

Il primo pensiero, la logica conseguenza di tutto ciò, è stata la conclusione che, a partire da quel 16 Novembre 2011, nulla sarebbe più stato lo stesso, almeno dal punto di vista politico. Illusioni, qui mi scuso, di chi, forse, avendo vissuto solamente un quarto di secolo, si illudeva ancora che qualche cambiamento possa esservi senza uno stravolgimento improvviso e totale della situazione. Paorle, oggi, di un disilluso, probabilmente, ma quello che viene messo in pasto agli italiani nelle ultime settimane appare, dal mio punto di vista, terribile. Per usare una metafora cinematografica, più un horror di pessimo livello che altro.

Già, perché delle speranze di cambiamento, delle illusioni di un popolo e di una nazione, è rimasto solo il ricordo. Per far comprendere cosa voglia dire, invito i lettori, a questo punto, a sedersi sulla propria poltrona. Ci siete? Bene: fate un’operazione molto semplice, chiudete gli occhi e ritornate alla campagna elettorale del 2008. Berlusconi contro Veltroni, Pd contro PdL. Ricordate? I temi affrontati allora? Governabilità, pressione fiscale, voto utile. Adesso chiudete nuovamente gli occhi e approfondite lo sforzo. Torniamo indietro al Maggio del 2006, quando, la sfida, era tra Prodi e Berlusconi. Tema principale della campagna elettorale? ICI, comunisti e “caimano”. Riduttivo, forse, ma sfido chiunque a dire che, nelle elezioni passate, il focus sia andato molto lontano da quanto detto.

E nel 2013? Purtroppo, nonostante i Maya, il mondo è andato avanti  e il palcoscenico italiano non è molto diverso. Chi doveva cambiare tutto non ha cambiato nulla. Un po’ perché è difficile cambiare le cose se, l’unica variabile “nuova”, invece di imporsi dall’esterno, preferisce legarsi alle vecchie logiche (e ai vecchi personaggi) per scardinare le regole del gioco. Un po’ come un dottore che per salvare un paziente dall’alcolismo decide di ubriacarsi ogni sera. Un po’ perchè, la stessa politica, si è accorta di dover temere un po’ meno di quanto avesse fatto per tutto il 2012 il fattore Monti. Dopo un anno in cui sembrava dovesse cambiare completamente gli equilibri, in realtà, i “vecchi” sono stati in grado di trascinarlo nella palude, di renderlo – forse senza che neanche se ne accorgesse – uno di loro.

Ecco, allora, la campagna 2013: IMU, governabilità, pressione fiscale. Unico elemento di novità? Il fallimento del bipolarismo puro. Pdl, PD e Monti. Un piccolo prezzo da pagare, in realtà, per chi, innanzi a una campagna elettorale completamente nuova, avrebbe dovuto cominciare a parlare di contenuti, piuttosto che di slogan. Sono bastati pochi mesi, dunque, perchè tutto tornasse come prima. Anzi, con un elemento di confusione in più. Almeno nel 2008 e nel 2006 c’erano, nell’immagine dei due schieramenti, i “mangiabambini” e il “ricco ipocrita”. Oggi, invece, c’è anche il terzo, l’elemento di novità, colui che non si capisce da che parte stia. Insomma,  il neodemocristiano che si spaccia per riformista. A parere di chi scrive, in realtà, una persona incapace di vendere la propria immagine per quello che veramente lui stesso vorrebbe rappresentare o, forse, convinto di dover scendere al livello degli altri per poter cambiare le cose. Ma nella politica, quella vera, un peccato del genere è imperdonabile.

 Il discorso, in ogni caso, non cambia: si era partiti dall’agenda Monti e da un dibattito apparentemente più maturo del passato,  per arrivare, in poche settimane, ad occupare lo spazio televisivo con la retorica delle tasse e con l’identificazione degli altri come nemici, come il male, riproponendo i temi degli ultimi vent’anni, seppur con qualche minimo accorgimento. Giusto per non rischiare che gli italiani se ne accorgano.

La politica nostrana ha evitato la propria morte, rivelandosi più forte di quanti molti avrebbero sperato e occupando in toto l’ennesima campagna elettorale. I cittadini, dalla loro, hanno perso l’occasione di dimostrarsi un po’ più maturi e un po’ più consapevoli. Le date, a questo punto, contano poco. 2006, 2008, 1994, 2013. Ciò che conta è che, in questo Paese, nulla sia veramente cambiato. Speriamo almeno che, una volta finita la campagna elettorale, il prossimo governo sappia cambiare qualcoas. Le premesse, però, non sono delle migliori.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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