La Libia dimenticata: crisi umanitarie e violazioni dei diritti

26/12/2014 di Andrea Viscardi

La situazione dei cittadini libici, a tre anni dalla caduta di Gheddafi, è ben lungi dall'essere migliorata. Solo negli ultimi mesi sono state oltre 200 mila le persone dislocate, mentre le strutture mediche peggiorano giorno dopo giorno. Incessanti, anche, le violazioni del diritto umanitario e internazionale

Libia

Il 23 dicembre, l’Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights e la United Nations Support Mission in Libya (UNSML) hanno rilasciato un aggiornamento sulla situazione umanitaria nel paese, alla luce delle evoluzioni degli ultimi tre mesi. Una dimensione critica di quello che, oramai, è un conflitto civile a 360°. Un conflitto che Europa e Stati Uniti sembrano avere dimenticato troppo in fretta, dopo aver contribuito a disegnare lo scenario attuale e a scardinare – forse troppo frettolosamente – il regime di Gheddafi, senza essere in grado, o avere la volontà, di condurre il paese ad una transizione effettiva e sicura.

Lo scenario appare poco omogeneo, anche a causa dei diversi gruppi che si spartiscono, oggi, il territorio. Cominciando dalla capitale, Tripoli, da una parte, la situazione umanitaria è migliorata: vi è un’evidente riduzione della presenza militare, ma non tutto è positivo. Le milizie di Alba Libica hanno infatti instaurato un clima estremamente repressivo, sin dal giorno successivo al loro ingresso in città. L’UNSML evidenzia diversi casi di minacce, assassinii e rapimenti che hanno colpito attivisti e giornalisti – obbligando molti di loro a fuggire, soprattutto verso la Tunisia. Perfino il National Council for Civil Liberties and Human Rights, l’associazione nazionale libica per i diritti umani, è stata obbligata a chiudere.

A Warshafana, nell’ovest, la situazione è critica. L’area è sede di gruppi che hanno tentato di contrastare le milizie di Alba Libica. La reazione, tra agosto e ottobre, non si è fatta attendere. Dopo aver ottenuto il controllo della capitale, le milizie hanno inaugurato un’operazione militare contro la regione. Non sono mancate le violazioni del diritto internazionale. Molte le scuole utilizzate, nei centri abitati, come base per il lancio di missili. Negli scontri sono morti almeno 100 civili e altri 500 sono rimasti feriti, mentre diverse strutture, case, fattorie, ma anche istituti ospedalieri, sono state bruciate e distrutte.

Fin qui, i numeri, sembrerebbero limitati. Se non fosse che gli scontri hanno portato ad una vera e propria emergenza umanitaria: almeno 120 mila persone – molte delle quali hanno trovato rifugio nelle città più vicine – sono attualmente in uno status di IDP (Sfollati interni), con scarsa disponibilità di cibo e medicinali. Una situazione che si è ripetuta, simile, anche nella zona dei monti Nafusa, seppur in misura più contenuta: circa 170 le vittime da ottobre, mentre 5700 le famiglie dislocate, molte delle quali a Tripoli.

Nell’est, a Bengasi, lo scenario è andato subendo un’escalation negativa sin da metà ottobre. L’Operazione Dignità, decisa dal Generale Haftar, ha avviato la conquista della città, sotto il controllo del Benghazi Revolutionaries’ Shura Council. L’UNSMIL ha ricevuto segnalazioni di bombardamenti e raid aerei indiscriminati. Il risultato è stato il danneggiamento di strutture fondamentali per garantire la salute dei cittadini, come l’Hawari General Hospital, l’Hawari Mental Hospital, o il Benghazi Medical Centre. In aggiunta a ciò, ed oltre allo scarseggiare di medicinali, le strutture sono state prese di mira da Ansal al-Shari’a e da altri gruppi armati.

A seguito del rapimento di diversi medici, parte del personale ha smesso di svolgere la propria attività, mentre diversi cecchini si sono stabiliti sui tetti di alcuni degli edifici. Più di 15 mila famiglie sono state sfollate, ed anche in questo caso, le violazioni del diritto internazionale sono state costanti: ad ottobre Ansal al-Shari’a ha utilizzato un’ambulanza per un attacco suicida, mentre alcune delle forze fedeli ad Haftar sono state segnalate – oltre che per aver indossato divise della Lesotho Red Cros Society durante alcuni scontri – per aver occupato la stessa sede dell’organizzazione, abbandonata dopo due settimane grazie all’intervento della comunità internazionale.

Nel Sud, ad Awbari, i bombardamenti hanno danneggiato scuole, banche, uffici governativi e case, ed oltre 140 persone sono state uccise tra fine ottobre e metà dicembre. 3500 famiglie sono state dislocate, mentre gli uomini di alcune etnie, come i Tuareg, sono stati arrestati e sono sotto detenzione dei gruppi armati per sospetta associazione con i gruppi rivali. Proprio questo è un aspetto tra i più critici: sono state centinaia le segnalazioni di civili rapiti da ogni forza in gioco – solamente per l’affiliazione, anche sospetta, a una certa tribù, famiglia o religione, in aperta violazione del diritto internazionale – così come quelle di abusi e torture, tristemente “normali” in uno scenario di guerra civile.

Insomma, in Libia la realtà è più critica di quanto molti possano pensare, nonostante sia stata relegata ad un ruolo marginale dai media mondiali. A farne la spesa sono, come al solito, anche e soprattutto i civili, mentre regna il silenzio tra chi, solo poco tempo fa, si faceva paladino della democrazia, proponendosi ed impegnandosi per ribaltare il regime di Gheddafi. A tre anni dalla sua morte, la situazione è ancora ben lontana dall’essere risolta.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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