Libia: l’ISIS arriva a Sirte. Italia pronta ad intervenire?

14/02/2015 di Andrea Viscardi

L’ISIS arriva a Sirte, e minaccia le coste siciliane. Dopo aver abbadonato la Libia al proprio destino, l’Europa si accorge nuovamente della sua esistenza. Gentiloni annuncia che l'Italia è pronta ad intervenire, e l'evenutalità sembra, ad oggi, sempre più concreta. Ma davvero un missile Scud potrebbe riuscire nell’impresa di colpire il nostro paese?

Italia, Libia, Isis

In passato ci siamo occupati spesso di Libia, sottolineando le dinamiche umanitarie e geopolitiche di un conflitto destinato a protrarsi a lungo, nonché i rischi, sempre più evidenti nell’ultimo anno, che le ripercussioni per l’Europa, e per l’Italia, potessero essere molto più estese rispetto alla problematica degli sbarchi clandestini nel nostro Paese. Un conflitto dimenticato, in una nazione che l’occidente aveva contribuito a destabilizzare ulteriormente con l’intervento militare, con operazioni quali Odissey Down e Hammartan. Un conflitto di cui, dopo la caduta di Gheddafi, l’Europa, la NATO e gli Stati Uniti si sono lavati le mani. Oggi, a quasi quattro anni di distanza, l’ignavia europea rischia di ritorcersi contro l’Unione, ed improvvisamente i fari internazionali puntano sull’ex colonia italiana.

Gli allarmi erano giunti, negli scorsi mesi, un po’ da ogni dove, in primis dall’Egitto. L’ISIS, al contrario di quanto era pensato da molti, dopo la proclamazione del Califfato, aveva uno scopo ben preciso. Non concentrare i suoi sforzi principalmente sull’area siriana ed iraqena, ma divenire transnazionale, estendendo la propria influenza, il prima possibile. Diversificare i campi di battaglia, rendendo più difficile un eventuale annientamento. Ecco, allora, che le rivendicazioni hanno iniziato a moltiplicarsi: attacchi nel Sinai egiziano, una bomba in una moschea sciita in Pakistan, un’attentato suicida a Tripoli, all’hotel Corinthia – solo per citare episodi accaduti negli ultimi mesi.

Proprio in Libia, i segnali erano evidenti. È qui che la strategia dell’ISIS sembra avere più successo. Uno scenario complesso, una guerra civile che ha distrutto la nazione e la cui risoluzione sembra molto lontana. Nell’ultimo anno, allora, il filo conduttore è stato relativamente semplice. Molti libici militanti nell’ISIS, impegnati in Siria, hanno fatto ritorno a casa, inaugurando azioni come quella del Corinthia, organizzando gruppi fedeli alla bandiera del califfato, avvicinando altri gruppi di ribelli estremisti, come Ansar al-sharia, e cercando di farseli alleati. Lo scopo è chiaro: ripetere quanto già avvenuto in Iraq. E la strategia, fino ad ora, sta pagando.

La settimana appena conclusasi ha visto diversi attacchi portati a zone strategicamente fondamentali, i pozzi petroliferi nelle vicinanze di Ras Lanuf e quelli di el Dahara. Giovedì notte, poi, un gruppo di militanti dell’ISIS ha preso il controllo di parte di Sirte, e ha diffuso messaggi ineggianti il Califfato attraverso alcune stazioni radio, invitando la popolazione a sottomettersi.

Ora, improvvisamente, l’italia e l’Europa si accorgono con colpevole ritardo dell’esistenza di uno stato, nel Mediterraneo, capace di divenire un avamposto pericolosamente minaccioso dell’ISIS. Perché, in pochi mesi, l’intera costa nord del paese – ad eccezione dell’area più occidentale, quella di Tripoli – potrebbe cadere nelle mani dei jihadisti. Con rischi ovvi per il nostro paese. Rischi che, se qualcuno avesse ascoltato gli appelli provenienti dagli stati confinanti, si sarebbero potuti smorzare sul nascere. Magari non abbandonando, ad esempio, la Libia a se stessa, semplicemente fingendo non esistesse una criticità conseguente ad un evidente fallimento dell’azione internazionale.

Le coste italiane distano meno di cinquecento chilometri da quelle libiche. Meno del percorso da coprire per raggiungere Roma da Milano. Le minacce jihadiste, ovviamente, sono state immediate, “colpiremo l’Italia con i missili scud” è il secco proclamo dei terroristi. Ma davvero è possibile? Per il momento, dati alla mano, sembrerebbe più un’annuncio di propaganda che una reale eventualità.

Paradossalmente, di ciò, dobbiamo ringraziare Gheddafi. Il colonnello, nel 2003, aveva annunciato che il paese avrebbe rinunciato ai propri armamenti rientranti nella classificazione WMD, convertendo, tra gli altri, il proprio arsenale missilistico ad un uso prettamente difensivo, limitandone la capacità di gittata ad un raggio di 300km. Ad oggi, dunque, i missili presenti sul territorio dovrebbero – si sottolinea il condizionale – essere solamente Scud B, incapaci di raggiungere le nostre coste, mentre le strutture di lancio, mai operative, per gli Scud-C – dotati di una gittata di 500km – sono stati smantellati nel 2004, con la collaborazione di esperti statunitensi e inglesi. Difficile, dunque, che le coste siciliane siano un obiettivo, ad oggi, raggiungibile.

Giunti a questo punto, però, l’Italia ha l’obbligo di non permettere neanche condizionali, e la strada possibile è solo una. Gentiloni annuncia che i tentativi di far giungere ad una mediazione tra le diverse forze del paese saranno intensificati. Una strada, oramai, difficilmente percorribile. L’ONU, sulla Libia, negli ultimi mesi, non ha raggiunto nessun risultato, ed il ministro degli esteri lo sa perfettamente. Infatti aggiunge che, in caso di – un ovvio, aggiungiamo noi – fallimento, “occorrerà ragionare con l’Onu sul da farsi” e che “l’Italia è pronta a combattere nel quadro della legalità internazionale”. La conferma, insomma, di una disponibilità ad assumere il comando di un’eventuale intervento sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Roma non è mai stata così vicina alla guerra come oggi, e tutti i segnali ci raccontano che la distanza esistente dal raggiungimento di tale eventualità si accorcerà, giorno dopo giorno, sempre di più. Uno scenario evitabile, se solo, all’Occidente, fosse importato qualcosa del dramma libico, che aveva contribuito a creare. Una lezione per il futuro, l’ennesima opportunità persa dall’Europa per dimostrare, in politica estera, la propria lungimiranza.

 

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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