Libia, in gioco la leadership italiana nel Mediterraneo

20/04/2016 di Edoardo O. Canavese

In Libia la partita non è limitata alla pacificazione di un paese diviso e pericoloso. Vi sono anche interessi strategici (questione migratoria) ed economici (Eni), rispetto ai quali il governo italiano cerca di assumere il ruolo di protagonista.

Quando, la notte del 17 aprile, l’abitazione di Ahmed Maitiq a Tripoli, in Libia, è stata presa d’assalto, s’è temuto che i fragilissimi equilibri libici fossero già ad un punto di rottura. Maitiq è uno dei cinque vicepremier del governo d’unità nazionale da poco insediato, che faticosamente tenta di proporre un piano di stabilità politica. L’attacco alla residenza di Maitiq, durante il quale hanno perso la vita due guardie del corpo del vicepremier, mentre altre sono state sequestrate, non è riconducibile alla matrice jihadista o ai nemici dell’unità nazionale, ma è stato bensì rivendicato dalla brigata di Haithem-al-Tajouri, una delle tante bande armate in conflitto per il controllo militare dei quartieri della capitale.

Ad alzare la tensione, quindi, la questione migranti: dopo la chiusura del canale balcanico, la rotta del mediterraneo centrale rischia di tornare ad essere preferenziale, mettendo in pericolo migliaia di vite. Sono questi alcuni dei motivi per cui l’attenzione del governo italiano è altissima.

Fayez Al-Sarraj è il primo ministro della Libia. Si tratta di un tecnocrate, un uomo di secondo piano del governo di Gheddafi, che deve la sua investitura a uomo della provvidenza della Libia (forse) riunita alla propria estraneità ai giochi di potere. I leader europei sgomitano per incontrarlo. Il primo è stato il nostro Paolo Gentiloni, responsabile della Farnesina, a rappresentanza dei tanti interessi in ballo tra Italia e quanto rimane della Libia di Gheddafi. Si parla di stabilità interna, e di tentativo di risoluzione di una crisi politica che eviti ai paesi occidentali il coinvolgimento militare, ma non solo. L’Italia è il paese storicamente più attento alle vicende libiche e spera che, dopo la caduta di Gheddafi e con l’instaurazione di un regime meno nazionalista del precedente, i libici diventino partner strategico cruciale per la nostra leadership economica e politica nel Mediterraneo.

Negli stessi giorni in cui si decide il destino del governo libico benedetto dall’ONU, che ancora deve trovare una difficile sintesi con le anime politiche (e militari) presenti nella capitale Tripoli, in Europa, Renzi tenta di ottenere il placet tedesco al cosiddetto Migration Compact. Si tratta di un piano al vaglio delle autorità e dei leader europei che prevede il sostegno economico dei governi africani coinvolti nelle tratte migratorie in cambio di collaborazione nella coordinazione del fenomeno. In parole povere: gli europei pagano, i governi africani cercano di gestire da sé la questione migratoria (anche grazie a piani organizzativi previsti dall’UE stessa). Il Migration Compact porterebbe l’attenzione degli investimenti UE in Africa principalmente sulla gestione dei flussi migratori, per esempio regolando l’ingresso dei migranti economici in base alle competenze linguistiche. Il documento piace a gran parte dei leader europei, perfino nell’Europa orientale, dove la politica migratoria comunitaria ha sempre suscitato resistenze. L’operazione finanziaria contenuta nel Migration Compact sarebbe sostenuta da Euro Bond, una forma di finanziamento comune degli stati membri per pagare le spese assorbite dalla voce: è questo il punto dolente su cui la Germania non sembra voler cedere al piano italiano.

Il Migration Compact vuole affrontare la crisi migratoria al più presto, e la sua accelerazione è stata resa necessaria dall’accordo tra UE e Turchia che tampona la rotta dei Balcani. Il governo italiano teme che il canale di Sicilia torni ad essere il pericoloso crocevia dei destini dei migranti: non a caso nei giorni scorsi è arrivata notizia di 400 migranti somali partiti dalle coste egiziane e diretti in Italia, oggi dispersi. La legittimazione del governo di Al-Sarraj è riconducibile alla stessa preoccupazione.

La Libia post-Gheddafi è deflagrata nel caos politico e nella disgregazione amministrativa, fonte di caos per le popolazioni locali ma pure per lo scacchiere mediorientale. L’incapacità occidentale di garantire un futuro a Tripoli ha permesso la nascita di potentati regionali in guerra tra loro, come quello di Tobruk e della capitale, permettendo agli jihadisti di Isis di trovare a Sirte terreno fertile per l’organizzazione di un avamposto islamista sul mediterraneo. Col crollo del prezzo del petrolio è attraverso il traffico di esseri umani che le autorità dello Stato Islamico potrebbero finanziare la propria impresa politica e militare.

Il piano che Renzi sembra avere in mente per la Libia pare molto simile a quello già visto in Egitto. Il governo italiano ha investito grande fiducia in Al-Sarraj, perché uomo di stato conscio dei rapporti tradizionali che intercorrono tra Roma e Tripoli. L’Eni ha il monopolio sul settore petrolifero libico e la produzione di barili oggi è superiore ai giorni precedenti alla caduta di Gheddafi. L’azienda italiana è uno dei principali motivi per cui Renzi non vuole arrivare all’uso delle armi per pacificare la Libia. Secondo Politico, due i principali sponsor dell’intervento armato sarebbero Francia e Regno Unito, per i quali la guerra garantirebbe un azzeramento dello status quo (anche e soprattutto energetico) e la possibilità di introdursi nel mercato petrolifero. La posizione di Parigi e Londra costringe non solo l’Italia a farsi garante del fragilissimo equilibrio raggiunto con Al-Sarraj, ma pure a tenersi pronta all’assunzione del comando di una eventuale coalizione militare.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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