Libia: le mani di Haftar sul petrolio

19/09/2016 di Michele Pentorieri

La mossa del generale punta ad accrescere la sua influenza sulla ricostruzione della Libia. Nel frattempo, un rapporto del parlamento britannico evidenzia le responsabilità di Cameron nella situazione del Paese.

Libia e Cameron

La Libia torna alla ribalta mediatica per due ragioni. La prima è di carattere territoriale: il generale Haftar ha lanciato un’offensiva militare in grande stile, conquistando importanti postazioni petrolifere, strategiche per il suo governo, ma soprattutto per i suoi sponsor. Per quanto riguarda la seconda, c’è da spostarsi diversi chilometri più a nord, dove il foreign affairs committee britannico ha esplicitamente individuato nell’ex Primo Ministro Cameron, e nelle sue decisioni, una delle cause principali dell’attuale situazione libica.

Il generale Khalifa Haftar, 73 anni, fu alleato di Gheddafi nel colpo di stato che portò il “cane pazzo” alla guida del paese nord-africano. Successivamente si trasferisce negli USA, dove trascorre 20 anni della sua vita. In occasione della rivoluzione, si pone a capo delle milizie di Tobruk, con lo scopo di sconfiggere le brigate islamiste che vanno diffondendosi in Libia. La condizione attuale lo vede dipendere formalmente dal Parlamento di Tobruk, anche se il suo operato si è distinto per un certo grado di autonomia. Tale libertà di manovra gli deriva soprattutto dal sostegno garantitogli da due sponsor di tutto rispetto come Egitto ed Emirati Arabi. L’importanza della sua figura nella Libia post-rivoluzionaria fu implicitamente riconosciuta da tutti nel delicatissimo momento dalle reazioni alla creazione del Governo di Accordo Nazionale. In sostanza, molti analisti fecero notare che senza un reale coinvolgimento del generale, un governo unitario non avrebbe avuto vita facile.

In effetti, lo scenario attuale vede il governo internazionalmente riconosciuto orfano di una componente piuttosto rilevante del panorama sociale – e militare – libico. Il generale Haftar resta sotto l’autorità formale della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, entità distinta dal governo di accordo nazionale riconosciuto tra gli altri da USA, Regno Unito e Italia. Haftar ha di fatto usato lo slogan della lotta alle milizie islamiste e soprattutto la liberazione di Bengasi per farsi consegnare da Egitto ed Emirati Arabi ingenti quantitativi di armi. I suoi sponsor hanno di buon grado acconsentito alle sue richieste, facendo del generale il loro uomo nel paese nord-africano, ed è molto probabile che ora gliene stiano chiedendo il conto. La recente offensiva di Haftar per la conquista delle postazioni petrolifere non ha nessuna apparente motivazione economica. Consci del ruolo del petrolio le Nazioni Unite, sotto forte pressione statunitense, avevano già approvato una risoluzione (2278) che stabilisce che qualsiasi tipo di commercio che coinvolga il greggio debba passare per la Società Nazionale del petrolio, fedele al Governo di unità nazionale.

Nonostante tali disposizioni, Haftar si trova comunque in uno stato di forza, potendo controllare i maggiori pozzi petroliferi del Paese. Anche se non è direttamente responsabile dell’estrazione e della vendita, la mossa rappresenta comunque una manifestazione della sua potenza e dell’organizzazione delle sue milizie. Allo stato attuale, è improbabile che il generale si lanci in un’avanzata militare in grande stile, ma le posizioni conquistate permettono comunque a lui, e soprattutto ai suoi sponsor, di accrescere il proprio potere negoziale nel processo di creazione della nuova Libia.

Nel frattempo, nel Regno Unito, non bastassero le accuse di aver spinto il suo Paese fuori dall’Unione Europea, Cameron è accusato di un altro pesante insuccesso in politica estera. Un rapporto del foreign affairs committee, l’equivalente del rapporto Chilcot, che aveva già gettato diverse ombre sulla gestione dello scenario iracheno da parte di Tony Blair, denuncia come, l’intervento in Libia, sia stato portato avanti senza una vera e propria analisi e senza alcuna responsabilità morale nel cercare di ricostruire il Paese dopo la caduta di Gheddafi. Il parlamentare conservatore che ha presieduto il committee, Crispin Blunt, ha fatto notare come l’obiettivo originario dell’intervento, ossia proteggere Bengasi, era stato raggiunto in 24 ore. “C’è un dibattito sulla necessità o meno dell’intervento e su quali basi è stato condotto, ma una volt anche l’obiettivo è stato raggiunto, l’intera faccenda si è focalizzata sulla caduta di Gheddafi e a quel punto non avevamo idea di cosa sarebbe successo se ciò si fosse realizzato, nessuna comprensione vera e propria dello scenario libico e nessun piano che affrontasse le conseguenze della caduta del dittatore”.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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