Libia e petrolio nella storia d’Italia: un breve excursus

18/02/2015 di Lorenzo

La Libia è stata a lungo il nostro principale fornitore di greggio. È curioso, però, che la risorsa sia sempre stata acquistata da Roma, che non riuscì a sfruttarla nel periodo coloniale. Ripercorriamo la storia del petrolio sul suolo libico, partendo dall'epoca italiana, e tornando indietro di circa un secolo.

LibiaTripoli, bel suol d’amore, o forse non più. Fatto sta che, volenti o nolenti, si torna a guardare a quella che fu la Quarta Sponda d’Italia. La si guarda ora con preoccupazione, con timore per via della recente escalation che ha portato via via il fenomeno transnazionale dell’Isis ad invaghire anche quel territorio che una volta – de facto fino al 2011 –  si chiamava appunto Libia ed ora non è altro che una miriade di tribù e fazioni in lotta tra loro.

La Libia è sempre stata il nostro principale fornitore di greggio, con punte del 25% dell’import complessivo nel periodo precedente alla caduta di Gheddafi. Dopo la guerra, le forniture risalirono incredibilmente fino a quasi 1,4 milioni di barili al giorno e le forniture fino al 21% del nostro import (giugno 2014). Poi il caos. Scioperi a singhiozzo, conflitti cruenti tra miliziani in prossimità dei pozzi e ora l’infiltrazione dell’ISIS. E la produzione petrolifera precipitò, nel settembre 2014, a meno di 200 mila barili al giorno. Sino ad una percentuale rasentante l’8% dell’import, facendo balzare al primo posto, tra i nostri fornitori, il lontano Azerbaijan.

La Libia, così come, negli ultimi cinquant’anni, il suo petrolio, sono stati troppo legati e vicini alle vicende del Belpaese per continuare ad ignorare il problema creatosi quattro anni or sono, ma che rimandano ad una storia, ben più lunga, iniziata 103 anni fa. Per quanto concerne il petrolio, invece, la storia inizia nel 1914 quando alcune piccole quantità di greggio fuoriuscirono da un normale pozzo scavato per cercare acqua. Ma la Grande Guerra, ed il rinserrarsi dell’occupazione del nostro paese nelle zone costiere (ricordiamo che l’occupazione in toto della colonia venne terminata faticosamente solo al principio degli anni ’30) – accompagnate da sottovalutazione del fabbisogno energetico da soddisfare – avevano impedito, in quello che Salvemini brutalmente definì uno “scatolone di sabbia”, una vera e propria ricerca e coltivazione del greggio.

L’Interesse però non si spense e nel 1926, una volta stabilitosi il nuovo regime fascista ed in concomitanza con i primi tentativi di ricerca in pianura padana, il governo italiano, tramite regio decreto, istituì l’Azienda Generale Italiana Petroli (Agip). La quale, nel 1927, tramite l’emanazione della c.d. “legge mineraria”, divenne il tramite per eseguire o meno ricerche nel sottosuolo dello stato e quindi anche dei territori soggetti alla dominazione coloniale italiane. Il governatore della Tripolitania, Pietro Badoglio, nel 1929 appoggiò l’idea di alcuni maggiorenti italiani residenti in Tripoli per ottenere l’autorizzazione alla ricerca del petrolio. Questo è lo scenario che vide l’allora giovane geologo, il professor Ardito Desio, ispezionare varie parti di quello “scatolone” tra il 1930 al 1936. Questi, viaggiando a bordo di cammelli, riuscì ad individuare e tracciare la prima esaudiente cartina geografica e geologica della regione, indicante anche le zone fornite di oro nero.

In realtà le ricerche di Desio erano indirizzate prevalentemente ad individuare le falde acquifere indispensabili a realizzare, specie nella provincia di Misurata, i progetti di colonizzazione e di trasformazione agraria di quel territorio semi-desertico. Ma il petrolio era una realtà che Desio non poteva ignorare. Nel 1936 – si legge nel sito della fondazione che porta il nome del geologo – «scoprì un giacimento di magnesio e potassio e l’esistenza di idrocarburi nel sottosuolo da dove vennero estratti nel 1938 i primi litri di petrolio». Il 1938 fu l’anno zero per l’estrazione petrolifera italiana in Libia. Mussolini, informato dell’incredibile scoperta, spronò a continuare con le esplorazioni. Fece addirittura partire un programma triennale di appoggio a Desio, direttamente patrocinato dall’Agip e ordinante lo scavo dei primi diciotto pozzi. Purtroppo per Desio, però, il piano di ricerca e costruzione dei pozzi si scontrò con la brutalità del conflitto mondiale che, in meno di due anni, fece collassare e perdere la il territorio libico in favore dei nuovi occupanti britannici.

I piani di scavo italiani non caddero nel dimenticatoio, anzi, vennero utilizzati dalle compagnie britanniche, francesi e statunitensi presenti nel neonato Regno di Libia, senza alcun vantaggio per l’Italia. Solo nel 1959, l’Italia, nella persona dell’Agip, fece il suo ritorno nel territorio. Nel contempo, però, la Esso, società americana, scoprì diversi pozzi in Cirenaica, e iniziò immediatamente l’estrazione, riservando al governo libico la metà dei profitti: già nel 1966, le estrazioni erano arrivate a toccare le 72 tonnellate di petrolio all’anno. Inoltre, proprio grazie a quelle mappe disegnate con cura da Desio, gli statunitensi riuscirono, grazie anche alle nuove tecnologie, a raggiungere quelle profondità nel terreno dove già alcuni esperti italiani di tre decadi prima avevano individuato la presenza di petrolio.

È doveroso ricordare che il petrolio trovato da Desio era, per la maggior parte, al di sotto dei duemila metri e, con le tecnologie coeve, risultava difficilmente estraibile. Dobbiamo quindi riconoscere ad Ardito Desio, all’Agip ed anche al Governo dell’epoca la consapevolezza delle premesse tecniche necessarie per lo presenza di giacimenti di idrocarburi (bacini di sedimentazione, manifestazioni di olio anche se a bassa profondità, vicinanza a regioni già produttive): ovviamente nessuno poteva prevedere all’epoca che in profondità ci potessero essere accumuli di idrocarburi di tale entità, come si scoprì in seguito. Ma lo studio di Desio risultò fondamentale per la localizzazione di quelli che nel dopoguerra furono identificati come i più ricchi di oro nero. La guerra purtroppo vanificò ogni tentativo italiano.

In conclusione, non è assolutamente vero che l’Italia abbia semplicemente trascurato il petrolio libico: priorità espansionistiche, mancanza di fondi, di attrezzature tecniche e delle tecnologie di ricerca di tipo geofisico (ricordiamo il tentativo di Desio e di Balbo di acquistare sonde statunitensi per l’esplorazione di quei terreni) e di perforazione per la ricerca profonda oltre i 3000 metri – all’epoca in mano a inglesi ed americani – e non ultimo lo scoppio di ben due guerre mondiali, sono delle importanti attenuanti. Ardito Desio verrà sempre ricordato come il geologo che ha aperto la via libica al petrolio. Un petrolio risultato poi essere uno dei migliori in circolazione. Constatazioni queste che vanificano la salveminiana idea dello scatola di sabbia e rendono realtà le divertenti – e profetiche- strofe cantate per la prima volta durante la spedizione del 1911:

Sai dove s’annida più florido il suol?
Sai dove sorride più magico il sol?
Sul mar che ci lega con l’Africa dor,
la stella d’Italia ci addita un tesor
Ci addita un tesor!

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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