Libia che brucia. Analisi di un paese allo sbando

02/08/2014 di Stefano Sarsale

Libia

Sono trascorse ormai più di due settimane da quando sono iniziati gli scontri per il controllo dell’aeroporto di Mitiga, in Libia, che vedono contrapporsi le milizie Zintan e un fronte coeso di gruppi armati islamici tra cui figurano il Libyan Revolutionaries’s Operation Room e altri gruppi di Misurata. I morti fino a questo momento sono stati oltre 50 e gli scontri non accennano a placarsi nonostante i tentativi di mediazione da parte di coloro che, in teoria, rappresentano l’autorità governativa. A preoccupare è anche la situazione a Bengasi, capoluogo della regione della Cirenaica, dove una settimana fa (il 23 luglio) un attentatore suicida si è fatto esplodere nei pressi del Quartier Generale delle forze di sicurezza uccidendo 4 soldati del Generale Khalifa Haftar. L’attentato fa probabilmente seguito al conflitto esploso nelle strade della città il giorno precedente, che ha visto contrapporsi miliziani islamisti e truppe governative lasciando sul campo decine di vittime e un centinaio di feriti. Se da una parte le mosse del Generale hanno contribuito ad accentuare il divario tra fazioni secolari e quelle islamiste, tracciare un quadro chiaro e definito della situazione interna libica appare in questo momento un lavoro troppo creativo per basarsi su dati analitici. Il conflitto interno che si sta consumando va piuttosto inteso come una mera lotta tra gruppi armati che si contendono un territorio, causato perlopiù dall’instabilità dovuta al crescente vuoto di potere e la perdurante inefficacia delle forze di sicurezza di fronte alle milizie locali. Drammatico è lo stato in cui si trovano al momentole Forze Armate, impantanate da anni in una condizione precaria e che arrancano cercando di mantenere, senza successo, la sicurezza nel Paese.

Il quadro politico: La Libia presenta oggi un quadro politico, istituzionale ed economico decisamente meno incoraggiante rispetto alla fiducia suscitata nei primi mesi a seguito della rivoluzione. Non dimentichiamo che alla fine del 2013 c’è stato un drastico peggioramento della sicurezza interna che ha portato anche ad assassini mirati contro forze di sicurezza e personaggi di spicco che potevano essere capaci di guidare il Paese. Il dato più importante che emerge è costituito dal generale e diffuso malcontento della popolazione, che specialmente a causa della mancanza di sicurezza, resta elevato. Le scarse registrazioni da parte degli aventi diritto al voto per partecipare alle elezioni dimostrano un alto livello di disinteresse della popolazione, sia nei confronti del sistema politico, che della classe dirigente. Si sta, in poche parole, evidenziando sempre di più quella che può essere definita come la differenza tra paese “reale” e paese “formale”.

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L’incendio scatenatosi a Tripoli, dopo che i miliziani hanno colpito – erroneamente – un deposito di greggio

I motivi della deriva: la società libica. Le motivazioni che stanno alla base di questa situazione sono solo in parte connesse al modo in cui si è svolta la rivoluzione. Il problema maggiore è infatti rappresentato dalla natura della società libica e al retaggio della lunga dittatura di Gheddafi. In particolare sono due le ragioni che hanno un’influenza preponderante. La prima di esse è il mancato riconoscimento, in particolare da parte della popolazione e soprattutto dei leader della rivoluzione, che la rivoluzione sia stata di fatto una guerra civile. Definire quanto avvenuto nel 2011 come il conflitto tra un leader oppressore e il popolo che si solleva sminuisce l’intera “primavera libica”. A dimostrazione di ciò basti pensare all’ampio appoggio di cui l’ex rais godeva. Il problema principale sta tuttavia nel fatto che è stata totalmente ignorata la necessità di avviare un processo di riconciliazione nazionale su cui basare la nuova Libia. Al contrario, più di un terzo della popolazione è stata marginalizzata dal processo politico, rendendo difficile edificare nuove istituzioni politiche nazionali.

Disimpegno internazionale. La seconda ragione è costituita dal mancato riconoscimento da parte dei leader della rivoluzione dell’importanza fondamentale che ha avuto l’appoggio internazionale, arrivato all’inizio dalla NATO. Molti dei leader, tra cui Mustafa Abdul Jalil e Mahmud Jibril, hanno più e più volte sottolineato come i libici siano stati in grado di combattersi da soli la liberazione. Ciò ha contribuito a creare aspettative troppo elevate nella popolazione. A questo si aggiunge il rapido disimpegno della comunità internazionale dal Paese, che ha lasciato dietro di se uno scenario se non uguale, del tutto simile a quello somalo.

Élite libica. Un’altra delle ragioni che contribuisce in modo preponderante all’attuale disastro libico è connessa all’incapacità di agire dell’èlite libica. Tutti i governi che si sono insediati a seguito della rivoluzione hanno dimostrato una paralisi e assoluta inefficacia nella gestione dello Stato. Solo per fare alcuni esempi: allo scadere di 3 anni, la popolazione non ha visto miglioramenti del benessere generale e, anzi, un deciso peggioramento della sicurezza; l’infrastruttura nazionale si trova in uno stato di decadimento totale e servizi come l’elettricità e acqua, sono frequentemente interrotti. Per questa situazione non va puntato il dito solo contro il Governo. La colpa deve essere condivisa con il Congresso nazionale generale che ha dato ampie dimostrazioni di eguale incompetenza. Questi fattori si sono infine combinati e intrecciati tra di loro, creando agli occhi della popolazione una progressiva delegittimazione proprio delle nuove istituzioni libiche. Ecco quindi che la mancanza di ordine pubblico e l’insicurezza generalizzata diventano una questione fondamentalmente politica. In questo clima di paralisi, peggiorata dalla totale assenza di sostegno popolare, le istituzioni statali hanno perso terreno nei confronti dei nemici della rivoluzione. In questo clima infatti, i simpatizzanti del vecchio regime di Gheddafi, hanno approfittato per sovvenzionare clandestinamente progetti e azioni volte a porre in luce negativa qualunque attività messa in atto dalle istituzioni rivoluzionarie. Per questi attori, infatti, destabilizzare il nuovo Stato è l’unica possibilità per un loro rientro al potere in Libia.

Monopolio della forza armata? Il Governo estremamente debole vive una fase di costante instabilità dal momento che l’autorità centrale non è riuscita, nel corso degli anni, a diventare l’unico detentore della forza armata e a contenere le spinte centrifughe interne. L’incapacità del governo di disarmare le milizie che hanno combattuto contro il regime nella guerra civile del 2011, fa sì che la Libia di oggi sia un Paese in balia di gruppi armati che combattono tra loro per imporre il proprio potere e intenti a perseguire i propri interessi. Le milizie rappresentano l’eredità più problematica della guerra: fin dai primi giorni del conflitto sono nati gruppi combattenti, istituiti intorno a un clan o a una città. Le brigate più strutturate sono circa 15 ma di queste solo la metà, peraltro tutte appartenenti alla galassia del fondamentalismo islamico, sono meglio armate e più aggressive. Il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), che dal 2 marzo 2011 guida il Paese, nonostante abbia ottenuto immediatamente una forte legittimità internazionale grazie all’appoggio di Occidente e Paesi del Golfo, non è riuscito al contrario ad ottenere quella legittimità interna necessaria per dirigere e tenere sotto controllo il Paese. L’autorità centrale non è infatti rappresentativa del mosaico interno e delle molteplici componenti politico-territoriali così, nonostante gli sforzi, il Governo appare debole e il Primo Ministro in evidente difficoltà nel tenere le redini del Paese.

Gli effetti per l’Italia. In una dichiarazione rilasciata il 30 luglio da Andrea Manciulli, vicepresidente della commissione Esteri della Camera e Presidente della delegazione presso l’assemblea parlamentare della NATO, si rende nota la preoccupazione che desta “una Libia instabile”. Come ricordato dal Deputato PD a LaPresse, per il nostro Paese i rischi che deriverebbero da un aggravamento della situazione sulla costa sud del Mediterraneo sarebbero non solo energetici, ma anche terroristici e migratori : “La conquista delle basi militari da parte dei gruppi jihadisti non è solo un problema politico interno, ma ci riguarda direttamente. È ormai noto, infatti, il coinvolgimento delle bande armate nel traffico di esseri umani e negli sbarchi sulle nostre coste”. È evidente, quindi, coem l’instabilità politica e la crescente insicurezza in Libia stiano incidendo direttamente sull’aumento di sbarchi sulle nostre coste degli ultimi mesi. Per il nostro Paese il rischio di trovarsi esposto ad infiltrazioni di terroristi è drammaticamente aumentato nel corso degli ultimi anni. Per risolvere questa situazione Manciulli sottolinea la necessità di un’azione rapida e concreta dell’Unione europea e della Nazioni Unite al fine di “scongiurare che il fallimento dello Stato consegua al fallimento della diplomazia”.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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