Liberty. Uno stile per l’Italia moderna

03/02/2014 di Simone Di Dato

Liberty Uno stile per l’Italia moderna

Era un movimento, una tendenza al rinnovamento, lo stile che ha incarnato le aspirazioni di un’Italia moderna, da poco unificata e rivolta al progresso. Il Liberty, altrimenti definito Art Nouveau in terra francese, Jugendstil in Germania, e Modern Style per gli anglosassoni, era, comunque lo si chiami, l’emblema di una nuova età  riuscita ad imporre un’estetica inconfondibile, facendosi spazio tra lo storicismo e il naturalismo più in voga. La mostra dedicata alla “magnifica rivoluzione floreale” e ospitata dal complesso museale di San Domenico in quel di Forlì, si prepara ad esibire fino al 15 giugno, la sinuosa ondata di gusto ed eleganza propria del Liberty, e lo fa con una lettura insolita e innovativa di un’epoca irripetibile.

Liberty Uno Stile per l'italia Moderna, Forlì
Segantini, L’angelo della vita, 1891

Declassato da molti come mera decorazione di mobili, oggetti abbelliti, facciate di palazzi e quadri, il Liberty fu capace in vero di creare un linguaggio unico, intenzionato a coinvolgere sotto un’atmosfera comune non solo la pittura e la scultura, ma anche architettura, letteratura, teatro e musica. Insomma più campi che, prediligendo le arti applicate all’industria, fanno di questo gusto inedito uno stile di vita, una moda che rappresentò i tempi difficili della cultura europea. In un Paese dove le identità regionali spadroneggiavano indiscusse, questo incomparabile movimento artistico-filosofico si erge così a baluardo di una lingua artistica nazionale, senz’altro più consona ad una nazione che guarda allo sviluppo scientifico e al progresso tecnologico.

Levato il sipario da poco più di due giorni, l’attesa rassegna Liberty. Uno stile per l’Italia moderna, curata da Maria Flora Giubilei, Fernando Mazzocca e Alessandra Tiddia, porta nelle sale 350 opere con temi e soluzioni formali in un percorso espositivo che, non trascurando le preziose ceramiche di Chini, Baccarini e Calzi, i ferri battuti di Bellotto, i mobili di Zen, Issel e Basile, e i manifesti di Boccioni e Mataloni, farà dialogare pittura e scultura con le arti decorative: i capolavori di Segantini, Previati, Boldini, Sartorio, De Carolis, Zecchin, Bistolfi, Trentacoste, Canonica, Andreotti e Baccarini si confrontano con l’importanza di autori stranieri come Klimt, von Stuck, Klinger, Beardsley, Khnopff e Burne-Jones. Non solo dipinti quindi, ma anche grafica, illustrazione, design e progettazione,  persino arazzi e tessuti (per ricordare Zecchin e  i bellissimi abiti di Eleonora Duse) a rendere completa e originale la mostra di quella che può essere definita un’arte totale.

Liberty, uno stile per l'Italia Moderna
Galileo Chini, La primavera classica, 1914

Se c’è un filo conduttore che lega il percorso espositivo, bisogna trovarlo senza troppi sforzi nell’origine del modello stilistico del Liberty, nella continua metamorfosi tra figura umana, mondo animale e vegetale che si intrecciano in soluzioni eleganti e raffinate, evocative di forme sinuose e sentimenti di libertà. Un modello questo, che è facile scoprire nell’opera di uno dei grandi protagonisti del Rinascimento italiano, Sandro Botticelli. Il mito, l’allegoria, le tensioni simboliste e l’infinita ricerca dell’assoluto, saranno invece i temi principali attraverso i quali rivivere il sogno di una bellezza che si fece  interprete del un mondo moderno, così come fu per gli italiani tra Otto e Novecento.

Ad aprire l’esposizione è il dipinto a olio di Edward Burne-Jones “La principessa Sabra”, emblema, con il suo evidente richiamo a forme naturali, di uno dei paradigmi fondamentali dell’Art Nouveau. Spicca il trittico di Giorgio Kienerk “L’enigma umano”, con i suoi tre pannelli del 1900, esposti insieme per la prima volta, in cui ancora una volta indiscussa protagonista resta la donna, nella sua figura fragile e insieme superba e carnale, sintesi di piacere e libertà. Arricchisce la mostra anche “L’Angelo della vita” di Giovanni Segantini, un dipinto dannunziano del 1891 che grazie a ricercatissimi accessori, come  rialzi in oro nel carnato e nelle capigliature e mediante cromie delicate e argentee, richiama le melodie che rendono questo ambizioso progetto, un viaggio onirico.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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