Libertà di stampa: Italia 57a, perchè?

31/01/2013 di Andrea Viscardi

libertà di stampa - reporter senza frontiereCome ogni anno, Reporter senza frontiere ha rilasciato la classifica annuale sulla libertà di stampa nel Mondo. La situazione italiana, pur in miglioramento di quattro posizioni, non è sicuramente motivo di vanto(57esima).

La classifica viene redatta attraverso la compilazione di questionari e tiene conto di diversi fattori. Da una parte quelli quantitativi, come le violazioni di vario genere nel settore della stampa, il numero di giornalisti imprigionati o rapiti per il proprio lavoro, fuggiti all’estero in esilio o il numero di mezzi di comunicazione censurati.  Dall’altra si tiene conto, attraverso il parere di esperti esterni dalla rete di RSF, di problemi di non facile quantificazione, come l’ingerenza governativa nei mezzi di stampa, la regolamentazione della legislazione o la ripartizione dei sussidi per l’editoria.  Il punteggio varia da 0 a 100 (considerando lo zero come il massimo livello di libertà) e le domande seguono alcuni criteri specifici: pluralismo, indipendenza dei media, ambiente e autocensura, quadro legislativo, trasparenza, infrastrutture.

La situazione italiana, come evidente, non è delle migliori. I motivi, si legge nel report, sono da identificarsi, fondamentalmente, nella mancata regolamentazione della questione diffamazione, il cui caso più famoso è stato quello che ha colpito Alessandro Sallusti. Grave, per il report, la non depenalizzazione del reato. Altro problema, evidente in Italia da molti anni, è il potenziale uso dannoso, da parte delle istituzioni, di una legislazione in grado di imbavagliare la libertà di Stampa. Una questione palese, in crescita rispetto agli ultimi anni, è da individuarsi nella stagnazione delle risorse pubblicitarie e nei tagli ai budget (che porta anche ad una maggiore influenza della politica), argomento che comincia ad avere il suo peso anche in Francia.

L’abbiamo detto, l’Italia, in materia di libertà di stampa, non gode di una buona posizione. Dietro di lei si trovano principalmente, solo paese poveri, del terzo Mondo,  in via di sviluppo, nazioni caratterizzate da forme di dittature o colpite da pesanti deficit democratici, come, ad esempio, la Bulgaria, la Russia e la Cina. Situazione che fa preoccupare, soprattutto considerando la media europea. Infatti, nelle prime 20 posizioni, si trovano, fondamentalmente, tutti gli stati del Continente. Quelli in cui la stampa risulta più libera sono quelli del nord: Finlandia, Olandia e Norvegia occupano i primi tre posti, seguiti da Lussemburgo, Andorra e Danimarca. Interessante notare un calo , seppur non significativo, del blocco centrale rappresentato da Germania (-1), Svizzera (-6), Repubblica Ceca (-2)  e Austria (-7).

E i nostri cugini latini? Spagna e Francia sono entrambi in una posizione di miglioramento, rispettivamente occupando il 37° e il 26° gradino.  Ciò che preoccupa, però, è che la nostra nazione, con il suo punteggio di 26 punti, è molto più vicina alla situazione del Congo e della Nigeria – Paesi che, in quanto a libertà di parola e di stampa, non sono esattamente un paradiso – piuttosto che agli stati scandinavi. Un problema grave, dunque, che andrebbe affrontata al più presto.

Quali le questioni più urgenti? In primis occorre modificare la legislazione sulla diffamazione e tramutare una possibile condanna penale in una semplice pena pecuniaria, problema che, a prescindere dalla retorica degli scorsi mesi, in realtà affligge anche molti altri paesi europei (Portogallo, Irlanda, Germania, Spagna ad esempio). Ugualmente la legge sulle intercettazioni è in palese violazione di quanto stabilito dalla Corte europea. Oltre alle sentenze degli anni passati, nella quale la Corte è arrivata a sancire che il diritto dei giornalisti di pubblicare notizie su indagini in corso va addirittura preservato più delle esigenze di segretezza delle attività giudiziarie, anche qualora gli atti utilizzati siano stati ottenuti in violazione della legislazione. La previsione del carcere per i giornalisti a seguito di uno scritto – con riferimento ad entrambe le leggi – viola, inoltre, l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, laddove prevede che:

1. Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera. Il presente articolo non impedisce agli Stati di sottoporre a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, di cinema o di televisione.

2. L’esercizio di queste libertà, poiché comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la sicurezza nazionale, per l’integrità territoriale o per la pubblica sicurezza, per la difesa dell’ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, per la protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario.

Altro elemento pesante per la libertà di stampa italiana, seppur in modo indiretto, è l’uso della querela da parte dei politici e degli amministratori locali, divenuta un mezzo di intimidazione talmente potente dal persuadere molti ad omettere ciò che vorrebbero scrivere, anche a costo di evitare di far emergere, in toto, verità scomode. Pochi, poi, ne parlano, ma ad essere colpiti dai “bavagli” sono soprattutto i giornalisti locali, quelli che hanno a che fare con le minacce dei gruppi di potere e, soprattutto, delle Mafie: per quanto gli atti di violenza diretta siano leggermente diminuiti, le minacce personali verso i giornalisti sono all’ordine del giorno, soprattutto nel Sud, impedendo, de facto, una reale libertà di espressione da parte dei giornalisti. L’Italia, quindi, è ancora ben lontana dal raggiungere livelli accettabili in materia e, a riguardo, anche la cura Monti sembra non essere servita a molto. Una responsabilità impellente, quindi, per il prossimo governo.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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