Liberalizzare? Si, ma non troppo: ancora problemi col free wi-fi

22/07/2013 di Giacomo Bandini

Sembrava fatta – Per una volta sembravamo essere sulla strada giusta per diventare uno Stato simile agli altri, perlomeno nel campo delle telecomunicazioni. Nelle righe di Europinione si era infatti parlato già di Agenda Digitale e di wi-fi. L’ultima volta in merito alla nomina di Francesco Caio, meglio noto come Mr. Agenda Digitale. Il suo lavoro doveva partire proprio da uno studio su come garantire l’accesso al servizio universale nel modo più efficiente possibile, superando l’egemonia dell’ex monopolista Telecom e inserendo il wi-fi libero nel solco delle liberalizzazioni fatte come si deve. L’argomento è stato inserito, come previsto, nel complesso decreto del fare. Ma in questo caso si dovrebbe parlare più di “sfare” che di “fare”.

La governance digitale – In realtà il decreto ad un primo sguardo pare abbastanza coerente ed orientato verso una certa semplificazione dell’apparato burocratico allestito precedentemente. Innanzitutto viene istituita e riconosciuta una Cabina di regia centrale presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri, con funzioni ben precise di indirizzo e coordinamento per la realizzazione dell’Agenda. Viene poi riorganizzata l’Agenzia per l’Italia digitale, soggetto preposto alle funzioni operative del nuovo sistema digitale. È riconfermata poi la Commissione per il sistema pubblico di connettività, prevista in passato dall’art. 79 del Codice dell’amministrazione digitale agli indirizzi strategici del Sistema Pubblico di Connettività. Viene infine stabilito un limite massimo di 90 giorni per studiare la situazione e le normative vigenti sull’argomento e dunque elaborare la riorganizzazione dell’intera distribuzione degli accessi internet.

Novità anche riguardo il fascicolo sanitario elettronico, uniformato su tutto il territorio e gestito da un organismo centrale. Il tutto accompagnato da incentivi all’utilizzo del domicilio digitale che dovrebbe rappresentare una vera e propria svolta dal punto di vista amministrativo. Soprattutto per gli enti locali che si dovranno adattare velocemente al nuovo sistema, ma con evidenti benefici in rapidità e costi.

I bastoni fra le ruote – Fin qui, tutto bene. Il problema però si presenta a monte di questi articoli del decreto. Il capostipite della sezione riguardante l’agenda digitale è l’articolo 10 il quale al comma 1 recita: “L’offerta di accesso ad internet al pubblico è libera e non richiede la identificazione personale degli utilizzatori. Resta fermo l’obbligo del gestore di garantire la tracciabilità del collegamento (MAC address).” Nell’ottica di una tanto agognata semplificazione la prima parte andrebbe più che bene. I problemi sorgono relativamente alla seconda. L’obbligo di tracciabilità del collegamento infatti prevede una serie di oneri a carico dei gestori spesso non specializzati in quanto locali pubblici, biblioteche, strutture turistiche, che li costringerebbero a dotarsi di infrastrutture al di sopra delle loro possibilità. Per non parlare dell’incoerenza contenuta nel comma. Se da un lato non richiede l’identificazione personale dell’utente, dall’altra obbliga il fornitore a registrare una serie di dati potenzialmente lesivi della sfera personale. Un quadro del genere porterebbe con tutta probabilità alla chiusura di tali servizi, schiacciati dal peso e dai costi operativi obbligatori.

Un passo in avanti, due indietro – Dunque ci si ritrova nuovamente di fronte al più classico dei difetti di questo nostro Paese, dove la parola liberalizzazione spaventa i molti mono-oligopolisti e dove portare a termine un compito seguendo un minimo grado di coerenza diventa un percorso a ostacoli senza fine. Se, poi, ci si mette di mezzo la componente politica le cose non possono che andare di male in peggio. Nessuno vuole ascoltare la voce degli esperti, nessuno vuole perdere tempo per innovare. Per i vari casi Ruby e Mediaset, però, il tempo si trova sempre. Bisognerebbe capire in quale dei due casi è un vero e proprio spreco e allora forse la speranza di cambiare potrebbe sembrare più reale.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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