Caccia al neoliberista

27/12/2012 di Antonio Scarazzini

Statua della libertà
La Statua della Libertà

A sentire Stefano Fassina e Antonio Ingroia, il governo che uscirà dalle elezioni dei prossimi 24 e 25 febbraio avrà l’obbligo di scardinare un sistema economico corrotto «dalle politiche neoliberiste applicate da Silvio Berlusconi e Mario Monti, con la complicità delle istituzioni europee e finanziarie internazionali». Più slogan elettorale che alternativa di politica economica, il rifiuto della ricette economiche di “destra” (laddove s’intende un mix di rigore finanziario e riduzione del ruolo dello Stato in economia) si caratterizza indistintamente come strumento di definizione di un avversario politico interno (Berlusconi e Monti) ed esterno (la Germania e l’Europa tecnocratica). Ad Ingroia, homo novus dell’agone elettorale (non politico), si può perdonare una certa genericità dei proclami di tema economico che verosimilmente verranno monopolizzati dalla componente di sinistra radicale (Ferrero, Landini, Diliberto) confluita nel Movimento arancione.

Ben più radicato nelle tematiche economiche è invece Stefano Fassina, già consigliere del Tesoro e della presidenza del Consiglio e ora responsabile economia per il Partito Democratico. Le sue tesi ben si riassumevano in un editoriale su L’Unità del 12 dicembre 2011: «Perché, in Europa e negli Usa, non usciamo dal tunnel della recessione e, in Italia, andiamo verso la depressione? Perché si continua ad applicare, nonostante i disastri prodotti, la ricetta neo-liberista dominante nell’ultimo quarto di secolo: austerità senza se e senza ma e svalutazione reale del lavoro per recuperare in esportazioni la caduta della domanda interna depressa dall’aumento delle diseguaglianze». In poche righe una ricetta di marcate radici anglosassoni (se è vero che il neoliberismo s’identifica con le politiche del duo Reagan-Tatcher) veniva assimilata all’ossessione rigorista della Germania, ormai imperante nelle burocrazie europee. Un assaggio della linea economica che Pd e Sel potranno tenere alle prossime elezioni rimanendo su posizioni vicine alla CGIL, in particolare su pensioni e mercato del lavoro, e in qualche modo alternative rispetto all’economia sociale di mercato di marca montiana o al populismo anti IMU di Berlusconi.

Se pure Susanna Camusso si spinge a bollare l’esperienza del governo Monti come tatcheriana, è chiaro ormai come la sinistra italiana abbia fatto propria la categorizzazione moderna del termine “neoliberale” o “neoliberista” che identifica con una serie di politiche market-oriented la causa dell’incremento di ineguaglianza sociale tra Paesi Sviluppati e in via di sviluppo, ma anche all’interno delle stesse economie più progredite. Stupisce che un economista come Fassina, con trascorsi recenti al Fondo Monetario Internazionale e responsabile economico del partito candidato a vincere le elezioni, si lasci tentare da queste pericolose semplificazioni sorvolando su circa sessant’anni di evoluzione della teoria economica liberale. Soprattutto quando non è difficile dimostrare che l’Italia dell’ultimo ventennio ha ben poco da spartire con il liberismo.

Si possono ad esempio confutare le politiche di austerità imposte dall’ortodossia finanziaria delle istituzioni di Bretton Woods recuperando il Washington Consensus, un decalogo di prescrizioni su cui  autorità americane, Fondo Monetario e Banca Mondiale concordarono per offrire soluzioni alle crisi del debito e di bilancia dei pagamenti, coniato da John Williamson e poi adibito (in materia non del tutta appropriata) a manifesto del neoliberismo e delle politiche di aggiustamento strutturale. Williamson discuteva infatti le più efficaci misure di aggiustamento sperimentate in America Latina negli anni Ottanta e già dal 2002 la Banca Mondiale avrebbe riconosciuto con il suo World Development Report l’inefficacia di ricette universali (one size does not fit all).

Immaginiamo comunque che il Consensus e il fondamentalismo di mercato abbiano fornito il contesto di political economy dell’ultima legislatura italiana, tralasciando solo gli aspetti non applicabili alle economie europee (liberalizzazione di tassi d’interesse, tassi di cambio, commercio e investimenti diretti esteri). L’accento cade ovviamente su disciplina fiscale, riordino della spesa pubblica e riforma del fisco, laddove per ciascuno dei tre punti Williamson intendeva correzione dei deficit di bilancio e conseguente riduzione del rapporto debito/PIL, razionalizzazione della spesa verso investimenti produttivi quali ricerca e sviluppo, allargamento della base imponibile e riduzione dell’aliquota media.

Complice la crisi economica e la caduta del PIL (-1,2 nel 2008, -5,5 nel 2009 con previsioni di un -2,3% per il 2012 dopo una debole risalita tra 2010 e 2011, dati FMI) il rapporto debito/PIL è aumentato dal 105% del 2008 al 126% del 2012, facendo registrare sotto il “liberista” Mario Monti un +3,7% dal mese di gennaio sino al livello record di 2014 miliardi. La spesa pubblica, contrariamente alle attese, è aumentata di circa quattro punti percentuali tra 2008 e 2010 arrivando a toccare il 52% del PIL per poi attestarsi nel 2011 attorno al 50%: incrementi registrati,  malgrado le denunce di CGIL-FIOM, nel welfare che oggi conta per il 40,5% dell’intera spesa pubblica, un punto oltre la media europea. In ragione di tali aumenti e di un livello di entrate costanti attorno al 46% del prodotto interno lordo anche il rapporto deficit/PIL ha registrato performance negative: -5,4% nel 2009, – 4,5% nel 2010, -3.8% nel 2011. Solo per il 2012 il Fondo Monetario stima un ritorno sotto il 3% (-2,7%) richiesto dai parametri di Maastricht. Un risultato largamente ottenuto tramite un cospicuo aumento della pressione fiscale – di cui l’IMU non è che la componente più facilmente fruibile a livello mediatico ed elettorale – che uno studio di Confcommercio ha stimato incidere per il 55% del prodotto.

Altro che spietato neoliberismo: complice la crisi finanziaria e un’inaccurata gestione della spesa pubblica (con il 16,4% destinato alla gestione di una pubblica amministrazione molto lontana dall’efficienza ma poco più dell’1% per le attività R&S) la versione dell’austerità vista in Italia non ha nulla a che vedere con il rigore finanziario propugnato da Germania, Unione Europea e Fondo Monetario. L’impellenza primaria del governo Monti, ridurre lo spread sui titoli italiani per evitare l’esplosione della spesa per interessi, è stata infatti rispettata solo grazie ad un aggravio del prelievo fiscale (le entrate erariali hanno fatto segnare un +2,9% su base annuale tra gennaio e ottobre, dati Bankitalia). La spending review, da cui sarebbero dovuti rientrare 4,5 miliardi nel solo 2012, si è persa nei meandri dei lavori parlamentari mentre il 2013 avrà in eredità la nuova Tares, nuova tassa sui rifiuti  destinata al finanziamento dei servizi comunali sfiancati dal Patto di Stabilità e da gestioni allegre di finanze e derivati. Per tacere di una sanità in arretrato cronico con i suoi fornitori e di uno Stato che aggiunge richieste di garanzia sul rimborso alle aziende del credito IVA.

Del decalogo di Williamson rimangono poi privatizzazioni e deregulation, quest’ultima intesa come abbattimento delle barriere all’ingresso e quindi come liberalizzazioni. L’Italia, si sa, è paese che inorridisce di fronte alla cessione di servizio pubblico al privato (tranne quando si è sull’orlo del fallimento come, recentemente, il comune di Torino) o che, su impulso di Berlusconi, raduna una cordata di volenterosi, opportunamente invogliati da 3 miliardi di stanziamento pubblico, per salvare Alitalia dalle perfide grinfie di Air France ritrovandosi dopo quattro anni con le casse semivuote e gli azionisti prossimi alla fuga. L’Italia è anche il Paese che, pur rispettando le norme sulla separazione fra gestori delle reti energetiche (Snam) e fornitori di energia (Eni), mantiene in pancia alla Cassa Depositi e Prestiti quote di controllo di entrambe le aziende. Ed è anche l’unico Paese in cui la prima proposta organica sulle liberalizzazioni si deve a un governo di centrosinistra (!) e dove un Parlamento di “unità nazionale” si è fatto schiacciare dalle corporazioni di taxisti e gestori di impianti balneari.

E’ questo il neoliberismo all’italiana ?

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Antonio Scarazzini

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