Libano, il movimento “You stink” protesta per l’immobilismo politico

05/09/2015 di Michele Pentorieri

Iniziata come una manifestazione contro la cattiva gestione dell’emergenza rifiuti, è arrivata a comprendere temi più vasti. E a mettere in dubbio l’intero sistema su cui si basa la vita politica libanese.

Libano

La manifestazione del 29 Agosto scorso a Beirut è stata la più grande mai organizzata dalla società civile libanese. La causa scatenante è l’atteggiamento dell’amministrazione cittadina e nazionale di fronte alla crisi dei rifiuti che ha colpito la capitale a seguito della chiusura di una discarica. Quella stessa notte, Beirut è stata il teatro di numerosi scontri tra manifestanti e polizia, che hanno rappresentato l’esplosione di una tensione latente presente nella città da più di un mese. Dopo la chiusura della già citata discarica, infatti, la classe dirigente –soprattutto il Ministro dell’Ambiente Mohammad Machnouk– si è dimostrata di fatto incapace di trovare una soluzione al conseguente problema dei rifiuti, scatenando le proteste. Il 1 Settembre una trentina di persone ha addirittura fatto irruzione nel Ministero dell’Ambiente, minacciando di non abbandonarlo prima delle dimissioni del Ministro. Le forze di polizia sono comunque riuscite a sgomberare l’edificio, ma questo non ha fatto altro che alzare il livello della tensione.

I manifestanti gridano “You stink” (puzzate), riferendosi quindi all’inefficienza e all’incapacità del Governo di far fronte al problema rifiuti. Il bersaglio si è però pian piano allargato, fino a comprendere l’intero sistema politico libanese. La verità è che lo Stato mediorientale vive una paralisi istituzionale figlia anche delle ripercussioni che la crisi siriana ha avuto –e sta avendo- su di esso. Le proteste sono di carattere interreligioso, ma non si può certo dire che lo stesso spirito di tolleranza sia presente anche a livello istituzionale, anzi. Il fattore più importante della vita politica libanese sta diventando –qualora non lo fosse già- la massiccia presenza di Hezbollah. Grazie anche alla fine del regime sanzionatorio nei confronti dell’Iran, il Partito di Dio è destinato a fare grandi passi avanti nell’inglobare definitivamente il Libano nella sfera di influenza di Teheran. Il Governo –sunnita- cerca dal canto suo di fare quel che può per limitare l’intrusione dell’Iran che agisce tramite la sua longa manus costituita proprio da Hezbollah. Alla spaccatura tradizionale nel mondo musulmano, nel panorama confessionale libanese va ad aggiungersi la considerevole presenza di cristiani, soprattutto maroniti, ostili al regime siriano e agli uomini di Nasrallah.

Le proteste di questi giorni sono figlie della paralisi politica e dell’inefficienza. La questione rifiuti però è solo parte del problema, che abbraccia invece l’operato del Governo nella sua totalità. Misure come le interruzioni programmate di elettricità e i problemi nello sfruttare appieno le risorse idriche libanesi avevano già creato un clima di tensione nella popolazione, esasperato poi dalla recente mancanza di pianificazione nello smaltimento dei rifiuti. Anche i capi delle chiese libanesi hanno detto la loro sulla questione e, a margine del recente incontro tenutosi a Bkerkè, hanno rilasciato una dichiarazione che denuncia il pericolo di infiltrazioni di facinorosi tra i manifestanti –per ora- pacifici. L’invito è stato anche quello di anteporre “l’interesse nazionale agli interessi privati, per evitare che il Libano sprofondi verso l’ignoto e per preservarlo dalle tragedie che ci circondano e che inquietano il nostro popolo”.

Le possibili conseguenze di tale atmosfera potrebbero essere molto importanti, poiché i manifestanti sono arrivati a mettere in dubbio il “confessionalismo”, sistema politico sul quale si basa l’intera vita politica libanese e che prevede la suddivisione degli incarichi politici in base alla religione (a seconda che sia musulmana sunnita, musulmana sciita o cristiano maronita). Frutto del Patto Nazionale del 1943, il sistema regola i rapporti di forza tra le religioni presenti nel Paese. Poiché, almeno allora, i cristiani erano la maggioranza, si decise che la carica di Presidente della Repubblica dovesse essere sempre ricoperta da un seguace di tale religione. Il Primo Ministro, sempre secondo il Patto, sarebbe stato sempre un sunnita, mentre il Presidente dell’Assemblea Nazionale uno sciita. Col tempo, considerando che il numero di musulmani nel Paese è cresciuto ad un tasso molto superiore rispetto a quello dei cristiani, il Patto è stato modificato, il Libano è ora una Repubblica semi-presidenziale e più poteri sono stati concessi ai seguaci dell’Islam.

La vera novità è che molti cittadini libanesi stanno cominciando a vedere in tale sistema politico la ragione del perdurante immobilismo, figlio dei veti incrociati che ogni componente della vita politica libanese fa valere. Tuttavia, come detto in precedenza, permane nella protesta un certo atteggiamento super-partes, volto a mettere in dubbio il sistema politico più che a rivendicare vantaggi per la propria sponda. Visto anche il permanere nella protesta di contorni relativamente moderati, risulta molto difficile pensare che essa possa finire ostaggio di movimenti estremisti. Per questo motivo, essa potrebbe rappresentare una novità politica molto interessante non solo per il Paese dei cedri ma anche per l’intero Medio Oriente.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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