“Lezioni di tragedia e grandezza”: Mario Sironi in mostra a Roma

28/10/2014 di Simone Di Dato

“Il mio maggior piacere è sempre stato quello di trattare di cose d’arte. Ed era tanto grande in me questa passione e tanto l’arte mi sembrava così grande, sublime e inarrivabile che l’avevo sempre considerata una deità immensa a cui, a me povero mortale, non era purtroppo dato che di aspirare il soave profumo.”

Una pittura rappresentativa di un presente concreto e di valori ideali insieme, immagini di grande potenza espressiva e la tragicità di un linguaggio che lontana dai salotti, parla al popolo. Sebbene Mario Sironi (1885-1961) sia stato uno dei più grandi maestri del Novecento italiano, ci sono voluti più di cinquant’anni e un’attenta revisione critica per riconoscere l’autorevolezza del suo programma artistico. Complici le vicende politiche, la disgrazia delle guerre, ma soprattutto quell’adesione al fascismo, negli anni Trenta, che destò giudizi negativi e superficiali letture storiche. In realtà per il pittore che Guido Ceronetti definì “un notissimo sconosciuto”, questo credo politico fu in sostanza più vocazione sociale che altro. “Credeva di essere fascista, invece era d’animo bolscevico e quasi abissale” così scriveva infatti l’artista Arturo Martini nel 1944 per spiegare il senso del fascismo sironiano che è sempre stato il sogno di una rinascita dell’Italia e quindi dell’arte italiana, come si deduce dai suoi scritti, ma anche volontà di  rifuggire il ruolo dell’artista borghesemente individuale per trovare nel contesto ideologico e politico una pittura di dimensione sociale. Poco considerato da critici come Longhi, Venturi e Argan, l’artista che fu tra le altre cose anche illustratore, grafico, scultore, decoratore e scenografo, trovò stima e riconoscimenti tra moltissimi personaggi della cultura italiana, ma soprattutto da parte di Picasso che lo definì “il più grande artista del momento” riconoscendogli originalità e statura europea.

Mario Sironi, La Famiglia, 1927
Mario Sironi, La Famiglia, 1927

In occasione del centotrentesimo anniversario della sua nascita, il Complesso del Vittoriano a Roma ospita fino all’8 febbraio 2015 una considerevole monografica tutta dedicata alla vita e alla stagione artistica di Mario Sironi a distanza di ben vent’anni dall’ultima retrospettiva. Con prestiti provenienti dalla GNAM di Roma, la Pinacoteca di Brera, il Museo del Novecento di Milano e la GAM di Torino, giusto per citarne alcuni, “Mario Sironi 1885-1961” si propone di ricostruire la complessa attività del Maestro italiano a partire dagli esordi simbolisti fino alla pittura murale e alle opere del secondo Dopoguerra. Le 90 opere esposte ( tra dipinti, bozzetti e riviste) selezionate dalla curatrice Elena Potiggia in collaborazione con l’Archivio Sironi, confermano quelle due caratteristiche che Margherita Sarfatti ammirava nei capolavori del pittore: tragicità e glorificazione.

Uomini che acquisiscono dignità dal proprio dovere e figure di umili lavoratori abitano periferie prive di graziosità e abbellimenti, pur restando grandiose e possenti nello loro sinteticità. E’ la metafora dell’esistenza secondo Sironi, che vede nelle cupe periferie la drammaticità della vita tra grandezza, solennità, tragedia, volume ed equilibrio. La struttura potente ed energica delle architetture monumentali contrasta l’asprezza delle immagini, testimoniando l’influenza che ha avuto per l’artista la storia come stratificazione di un tempo eterno e solido.

Mario Sironi, La Solitudine, 1927
Mario Sironi, La Solitudine, 1927

Mio zio aderì al fascismo, ma le sue opere sono quelle di un uomo che sapeva cogliere l’aspetto costruttivo e dinamico delle cose – ha spiegato Romana Sironi, nipote dell’artista e responsabile dell’Archivio che porta il suo nome –  non certo quello propagandistico. La sua arte è difficile, poco compiacente, crea nello spettatore turbamenti e interrogativi, è un’arte familiare vicina solo a chi cerca la verità della storia dell’uomo, del suo destino, della caducità di quanto lo circonda, della fatica del vivere.”

Ad aprire il percorso espositivo è la sezione dedicata agli anni giovanili di Sironi, con le influenze simboliste prima dell’epoca futurista (Il camion) e metafisica (La Lampada) senza dimenticare l’esperienza divisionista con La madre che cuce. Seguono la crisi espressionista espressa da Il pescatore, Il lavoratore, l’Eclisse, La penitente e gli anni Venti durante i quali realizzerà diversi capolavori tra cui Paesaggio urbano con taxi e L’architetto, opera esposta alla Biennale di Venezia del 1924. Cuore della mostra romana sono le sue opere di grandi dimensioni, quella pittura murale che non conosce crisi o stanchezza creativa. Confermano piuttosto l’idea di monumentalità, ma soprattutto quella parabola umana negli anni di grandi trasformazioni sociali e vicende politiche controverse descritta attraverso “un’arte che è lezione di tragedia e una pittura che è lezione di grandezza”.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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