A lezione di democrazia, i partiti italiani

26/02/2014 di Giacomo Bandini

Democrazia interna partiti

Quanta democrazia possono insegnare nella loro storia i maggiori partiti italiani? Molta, poca, abbastanza. Le opinioni possono essere le più svariate e c’è chi sostiene che sia meglio avere poco dissenso e dibattito interno se il partito vuole sopravvivere.  Una cosa è certa, negli ultimi tempi le decisioni dei leader hanno condizionato ogni aspetto dei partiti, denotando un marcato deficit di democraticità.

Democrazia partiti italianiRenzi, colpo di mano? – Quando ieri Bersani ha evidentemente preferito abbracciare la “vecchia guardia”, maltrattata e tradita, del suo partito a molti è scesa una lacrimuccia sulla guancia. Improvvisamente due rappresentanti della casta non erano più tali, bensì solo due uomini che nella vita ne hanno viste tante e tante ne hanno dovute subire, almeno ultimamente. La spallata al governo Letta, svoltasi sostanzialmente all’interno del Partito Democratico, ha permesso a Renzi di arrivare alla Presidenza del Consiglio senza passare dalle urne. L’impressione di molti è stata quella che il nuovo Renzi, forte della vittoria alle primarie, abbia quasi costretto i propri colleghi di partito, pena l’isolamento, a far decadere “l’amico” Enrico Letta, in una posizione piuttosto vulnerabile. A far storcere il naso sono state soprattutto le numerose dichiarazioni del leader Pd, prima di sostegno incondizionato, in seguito di dubbio, per poi preannunciare il colpo di mano. Ieri il premier ha dichiarato che, prima o poi, la verità verrà a galla, e che i primi a richiedere il cambio ai vertici siano stati proprio gli stessi membri del PD (oltre che gli alleati di Governo), ribaltando, in parte, l’interpretazione più diffusa dell’ultima settimana. Il tempo, forse, sarà galantuomo della verità. Da questo punto di vista, comunque, è riscontrabile un deficit di democrazia interna piuttosto evidente, soprattutto a chi ha assistito al “direttivo della sfiducia”.

Il metodo Renzi – Il secondo punto focale è rappresentato dal caso Civati. Alle primarie ha ottenuto un risultato abbastanza contenuto, ma rappresenta comunque quella voce di “nuova sinistra” che Sel non è riuscita ad incarnare e che, per una futura evoluzione del Pd, sembra piuttosto importante. Negli ultimi giorni Civati ha espresso il suo forte dissenso sulla vicenda Letta e un’iniziale intenzione a non votare la fiducia del “poco compagno” Mattero Renzi, dal quale ha preso le distanze su tutta la linea. Per giorni ha minacciato la creazione di un partito separato, arrivando a denunciare una sorta di isolazionismo in cui è precipitato per aver semplicemente espresso una posizione condivisa all’interno della propria compagine. La punizione per il dissenso, ha fatto comprendere la vicenda, è l’isolamento. E magari anche qualche sgambetto, come quello avvenuto nel caso Lanzetta. Un isolamento che lascia, come unica via, l’abbandono del partito: per cui ha deciso di votare la fiducia, perchè, altrimenti, sarebbe stato costretto ad abbandonare il PD. Seconda lezione: o sei d’accordo con il metodo Renzi o potresti rimanere improvvisamente solo.

Brutti tempi per i cittadini – Dall’altro lato della barricata c’è poco da sorridere. Se ti chiami Orellana, Bocchino, Campanella e Battista, sono giorni brutti. Il tuo capo ha deciso di farti fuori ed i tuoi colleghi, pur di compiacere il capo, non paiono – solitamente – per nulla solidali, nonostante un anno fa quella parlamentare fosse una nuova avventura lavorativa da vivere con altri benintenzionati cittadini. Questa volta, però, alcuni Senatori sembrerebbero opporsi, tanto da minacciare una scissione qualora i quattro venissero espulsi. Secondo Beppe Grillo questi quattro sarebbero stati sfiduciati dal territorio, affermazione ambigua, e non da lui in persona. Dichiarazione poco credibile dal momento che la proposta di scomunica è avvenuta subito dopo le critiche di questi verso il capo in seguito alla diretta streaming contenente il monologo di Grillo contro Renzi. Essi d’altronde avevano riportato semplicemente l’umore di una certa parte della base che aveva, fra l’altro, votato per il confronto e non per gli insulti. Terza lezione di democrazia interna: se critichi apertamente il capo, vieni espulso. L’insegnamento più grande avviene però a livello di macro-decisioni.

Il perdono – È stato volutamente lasciato da parte un altro grande partito. Quello che potrebbe impartire la più grande lezione di democrazia interna. Si chiama Forza Italia e non solo tutti possono dire la loro, ma possono anche insultarsi a vicenda, essere indagati per reati mafiosi senza che nulla (o poco) accada e scendere in guerra l’uno contro l’altro. Nessuno viene espulso, nessuno viene deriso. Berlusconi vuole bene a tutti e non se la prende troppo per le critiche, diversamente da Renzi e Grillo. Quarta lezione di democrazia interna: se fai parte del Pdl non aver paura di nulla, il capo perdona sempre, pure l’imperdonabile, e soprattutto sé stesso.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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